Il Bataclan è l’Occidente; l’Islam non è il terrorismo

Storia e attualità

Riguardo al nesso fra Islam in generale, Islam integralista e immigrazione si fa molta confusione e si creano schieramenti frutto dell’ignoranza: su un crinale, si ritrova l’orgoglio per l’Occidente (che poi contrastiamo, attraverso la comoda ora e mezzo che ci vuole per vedere un film di Michael Moore, o i tre canonici minuti di una pop-rock-song come American Idiot dei Green Day: insomma, Fuck U.S.A., però continua a proteggere le mie chiappe, please!). Sull’altro crinale, si abbraccia alla cieca la causa islamica vessata, di cui noi mostruosi occidentali vogliamo tutto il petrolio, quando invece LORO «han conservato un rapporto con la spiritualità che ce lo sogniamo» (un topos del nostro immaginario sugli arabi). Naturalmente, fra questi due crinali a doppia farcitura di ottusità, c’è una lunga serie di dossi dove è possibile insediare un ragionamento più distaccato.

Credo che una grave colpa dell’Occidente in generale nei confronti dell’Islam, sia non aver fatto chiarezza per tempo alla confusione sopra descritta: è una colpa soprattutto in quanto ci percepiamo civiltà secolarizzata alla quale, di norma, assegniamo l’invenzione della democrazia e il massimo grado di sviluppo etico nelle sue plurime forme (dalla solidarietà random ad un polso vieppiù sensibile per temi come quelli dei gay etc etc). Ha cioè passato secoli accanto a fette di mondo, a volte sfruttandole, a volte innamorandosene (ma solo nella forma isolata di individui singoli), a volte interessandosene non più che come un esotismo, senza conoscerle veramente. Nello specifico, l’immaginario occidentale non è stato abituato a oltrepassare i luoghi comuni di fronte all’universo islamico, di cui parliamo ancora nel modo in cui un marziano, che volesse mostrare ai suoi amici un europeo, scegliesse interscambiabilmente un lappone o un siciliano.

In fondo, fino a qualche anno fa, l’Islam era semplicemente parte de il resto: come i kurdi, gli armeni o, già un po’ meno grazie ai monasteri buddisti e al Dalai Lama, i tibetani, come gli indiani. Il resto, nel senso mediatico di realtà di cui non è importante sapere qualcosa di più dei topoi che la rappresentano. Non è una colpa da oggi, o dal decennio di Bin Laden: lo è almeno da due-trecento anni, o comunque sia da quando l’assestamento degli stati che contano, con qualche variazione, è rimasto lo stesso di adesso. Se si segue la teoria dello scisma interno all’Islam avvenuto nel Settecento, è abbastanza evidente che i rapporti col vicinato religioso ci ritrae, come minimo, poco curiosi, quando invece una politica saggia avrebbe bisogno di conoscenza condivisa per essere, poi, avallata popolarmente: altrimenti, la paura dello sconosciuto, contagiosa per antonomasia, può prendere il sopravvento e ridare coesione alle nostre forme di integralismo che, come affermerebbe Jesi, sono abili nel manipolare il materiale mitico (dove è nebbia, è mito). Infatti si diffondono le Le Pen, i Salvini o la posizione ungherese, come proiettili sparati sul burro: fin troppo facile, fare breccia.

Non aver previsto l’ascesa degli integralismi è la conseguenza del non aver compreso che il termine globalizzazione doveva comportare l’acquisto, almeno, di un Bignami per la Cina, uno per l’India, per l’Islam moderato e così via. È l’insieme di questi e altri fattori che impongono all’Occidente, con la calma del pensiero, nuova pelle; soprattutto perché tali fattori sono stati orientati e suffragati in buona parte proprio dall’Occidente. Risulta perciò poco comprensibile, per noi utenti che sappiamo le notizie solo a cose fatte, l’assenza di uno studio approfondito sul dopo. O forse (molto più probabilmente) i calcoli sul dopo non mancavano; solo che erano sbagliati!, ecco tutto,  a causa della frettolosità di operazioni a freddo che invece hanno sempre bisogno, per attecchire, di una base culturale condivisa (la stessa UE è stata un’operazione a freddo, e ne paga le conseguenze), delle continue virate di rotta della politica americana estera.

Fra Bush Jr. – gioia dei comici, bersaglio facillimo di strali – e Obama – santo-prima-di-compiere-il-miracolo – era necessario porre un periodo di almeno medio termine che permettesse un passaggio indolore rispetto alla diversità di condotta nella politica estera; poteva essere senza conseguenze, una rottura repentina così netta?!. O pensiamo alla Primavera araba, in odore di sospetto da subito, come ogni qual volta che il brand di un oggetto o un concetto o una rivoluzione, sia formulato prima della realizzazione di ciò che rappresenta.

Va chiarito che lo sguardo critico di queste miserelle note si è concentrato sull’Occidente semplicemente perché NOI lo siamo; e mi sembra più producente cercare qualche luce per illuminare i nostri errori, invece che soffermarsi sugli errori e la barbarie di alcune forme dell’Islam, cosa che non comporterebbe nessuna apertura su uno sguardo d’insieme (semmai, se ne potrebbe parlare in questo senso: perché oggi sono tutti fratelli dei cugini transalpini, dipinti di bianco rosso e blu, mentre per la consuetudine di trucidare cristiani da parte di quei mattacchioni di Boko Haram – uno degli ultimi acquisti dell’Isis – nessuno s’è messo un crocifisso sovrapposto alla foto del profilo Facebook?! Ed ecco che si tornerebbe a NOI!). Comunque; l’altro giorno al TG di Rai Uno ho scorto una rarità per il TG in questione: un servizio che denotava qualche barlume di spirito analitico. Il massacro al Bataclan, dicevano, esprime la volontà di colpire una precisa fascia di occidentale. Quella del più o meno giovane acculturato, che ama la musica (per forza) così come ha altri interessi interessanti, sensibile anziché no e sensibilizzato. Insomma, generalizzando un po’, si potrebbe affermare che sono stati colpiti proprio quegli europei più disposti a comprendere le complesse ragioni dell’Islam, anche nelle sue forme estreme.

Già anni fa la semper mosca bianca Massimo Fini pubblicò qualcosa in difesa di Osama: non si può pretendere, scriveva, che non reagiscano popoli e genti occupate con la scusa dell’esportazione della democrazia; si metteva, insomma, nei panni del nemico che, dal proprio punto di vista, si vedeva invaso all’improvviso da stranieri. In questi giorni, il grillino Di Battista se ne è invece uscito con una delle sue frasi semplici(-stiche): capisce perché l’Isis agisce così. Intende più o meno la stessa cosa di Fini, purtroppo scordandosi che se a barbarie si risponde con la barbarie, la data risposta non può risultare comunque accettabile. È infatti chiaro che un’affermazione così, a morti ancora caldi, ha il solo intento (forse involontario?) di buttare benzina sul fuoco ed è accostabile a perle come il Berlusconi che fa il gesto della smitragliata (tra-ta-ta-ta-tà!) in una conferenza stampa in Russia, poco dopo la morte della giornalista Politkovskaja.

Ecco: questa visione, nella sua versione semplicistica, esemplifica la confusione descritta all’inizio di questo testo e legittima almeno in parte la critica all’Occidente sulla sua poca curiosità nei confronti di una delle tre grandi religioni monoteiste. Accostiamo invece l’osservazione del Tg in merito all’obiettivo – dal punto di vista del target sociale – dell’Isis a Parigi, alla distruzione dei siti culturali da parte degli estremisti di stanza nei territori del Medio Oriente: qui c’è qualcosa di più che uno scontro fra forze, ognuna con le proprie colpe. E qui, davvero, è forse possibile parlare non di NOI, ma di LORO: quel LORO ancora molto nebuloso e che per facilità useremo adesso per intendere ogni integralista islamico che si ritrovi fra queste due direttrici, che in verità ne rappresentano una sola: la volontà concettuale di disintegrare la Storia che, in gran parte, è stata costruita, letta, interpretata e organizzata dall’Occidente; quella per cui la distruzione di una fetta di mondo passa per la distruzione del suo assetto culturale. 

Ugualmente (con le comprensibili diverse proporzioni) l’Isis continua l’attacco all’Occidente sulla falsariga dell’11 settembre: Osama Bin Laden colpì un simbolo puro dell’orgoglio americano, mostrando una grande capacità nello studio dei media e dell’Immaginario collettivo, oggi raccolta dagli estremisti della strage parigina e da coloro che hanno distrutto le mura di Ninive, raso al suolo Nimrud, o le opere del museo archeologico di Mosul. Nel primo caso, il significato a mio parere è che anche il prodotto umano dell’Occidente più evoluto – quello che fa volontariato come l’italiana Valeria, quello cosmopolita – in quanto occidentale è da cancellare e da riscrivere.

Nel secondo caso, non conta tanto il fatto che distruggere o impossessarsi di quei siti culturali voglia in fondo dire soldi per autofinanziarsi (per rivendere una pietra di Ninive a un occidentale, magari!) e rappresenti una prova evidente di forza e dominio; quanto il fatto che quei siti mediorientali siano percepiti come patrimonio di un unico mondo dall’Occidente il quale, per autoattribuzione, ne ritrae la forma più matura (oltre che per dati oggettivi; ma non per tutti, evidentemente, se progresso, bioetica, laicità, generano corruzione dello spirito. Potrebbe rispondermi così anche un islamico moderato). Quei siti sono inoltre protetti dall’UNESCO; il Medio Oriente, culturalmente e organizzativamente, ha mani occidentali. In opposizione a tale sistema non c’è, vogliono dirci LORO, un unico mondo; c’è il nostro mondo e ci facciamo quello che ci pare, lo cancelliamo e anch’esso, lo riscriviamo; queste sono le nostre terre e se vogliamo, spregiamo anche le nostre bellezze, così come non facciamo vedere in pubblico i volti delle nostre mogli (sovrapponendo, da questo punto di vista, il senso di possesso territoriale e la negazione di un solo mondo – poiché è stato disegnato da americani, o inglesi – a una regola basica del credo islamico non moderato che, a pensarci bene, è una forma di possesso spirituale, in nome dell’igiene dell’anima).

Si tratta di volersi sbarazzare del tomo di Storia scritto con mani europee e americane per riscriverlo con mani islamico-estremiste. E di una capacità di distruzione molto insidiosa perché è, ancora una volta, frutto dello stesso pensiero occidentale: morte e simbolo, morte e Immaginario collettivo, morte e media. Non a caso, ci sono molti casi di europei attratti e poi convinti dal radicalismo islamico: il medium utilizzato è squisitamente di sapore occidentale, con il surplus del suddetto radicalismo, laddove un francese, o un tedesco, o un italiano (come in una barzelletta, ma dal risvolto tragico), se stanchi dell’eccessivo relativismo occidentale, possono trovare nell’Isis una risposta alla loro fragilità (sì: aveva ragione Ratzinger. Soltanto, lo diceva con termini troppo forbiti, purtroppo. La comunicazione è proprio quasi tutto, oggi!).

In poche parole: ora come ora, come accadeva in età egizia, l’Occidente è un faraone morente; l’Isis, il guerriero che vuole diventarlo e comincia, perciò, a farlo distruggendo i geroglifici con le imprese e le statue e le immagini del faraone vecchio, per sostituirle con le proprie; con quale metodologia? Semplice: con quella che ha appreso dal faraone vecchio. Visibilmente, negli ultimi anni gli estremisti islamici sono stati, al contrario di NOI, molto curiosi nei nostri confronti: come dei dotatissimi ed efferati allievi di un vecchio maestro – dalla gioventù disseminata di qualche marachella, roba vecchia rimangiata in maturità e digerita tranquillamente – che già si vedeva in pensione, le pantofole ai piedi, per strada amico ormai di tutti, custode di un sapere universale. (Lu Po)

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