I sassi a Vucic sono automatici come l’acqua che bolle a cento gradi

Storia e attualità

Enrico Strina (Roma, 1983) è analista editoriale per la fondazione Ofcs. È dottorando in Sociologia dei Conflitti presso l’Università di Roma Tre con una tesi sul ruolo dei beni culturali nelle war zones, in particolare sulla ricostruzione del Ponte di Mostar (Bosnia Erzegovina). Insegna ed è assistente per la Cattedra di Sociologia Generale della Facoltà di Sc. Politiche Roma Tre. È blogger per l’Huffington Post Italia e suona la batteria in alcuni progetti musicali underground. Parla tre lingue malamente e si diletta col serbo-croato. È un grande appassionato di calcio e fa l’arbitro in alcuni tornei amatoriali, rovinando la domenica a sé stesso e alle persone che lo circondano. Questo è il suo primo articolo per Dirt.

Antefatto. Una storia da due soldi.

La scienza sociale non è una scienza naturale. Nelle scienze naturali l’acqua bolle a 100 gradi, per esempio. Nelle scienze dell’uomo non si può mai dire cosa possa accadere anche se si allineano o manifestano determinati presupposti. Possiamo prevedere che se uno minaccia un altro con un coltello, il minacciato probabilmente si difenderà. O al contrario potrebbe scappare. Le scienze umane (o sociali) non hanno risposte pronte o certe. Al massimo prevedibili. Come era prevedibile la sassaiola contro il premier serbo Vucic.

Antefatto: 20 anni dal massacro di Srebrenica. Proprio su questo sito se ne è parlato qui (http://dirtmagazinexxx.com/ricordando-srebrenica/), ricostruendone per bene la vicenda. Srebrenica, alla fine del conflitto ex-Jugo, era diventata un’enclave, leggasi “rifugio”, per migliaia di musulmani in fuga dalle proprie case. In quella zona la popolazione era un mix di cattolici, musulmani e ortodossi, come in tutta la Bosnia. Con gli accordi di Dayton, la Bosnia era stata divisa in tre compartimenti stagni (uno cattolico-croato, uno serbo-ortodosso e uno bosgnacco-musulmano), in cui la zona di Srebrenica era finita in mano alla parte serba-ortodossa. Ovviamente spostare migliaia di persone da una regione all’altra, in un paese infrastrutturalmente debole (in Bosnia c’è una sola autostrada) e per di più in guerra non è cosa semplice. Risultato? Tutti insieme appassionatamente in poche cittadine più o meno protette: Srebrenica, Goradze, Zepa. Protette da chi? Teoricamente dall’Onu (i noti Caschi Blu), praticamente da gruppi di resistenza bosgnacca contro l’invasore serbo.

Cosa ha fatto l’Onu a Srebrenica?

Imposta una “Safe Area”1 a Srebrenica, l’Onu invia i Caschi Blu (contingente olandese) a protezione dell’area. Qualche centinaio, non roba da poco. I serbi decidono però che, essendo Srebrenica nella parte loro assegnata, la zona va pulita da eventuali invasori. Avvicinano le milizie (un mix di militari mandati da Belgrado più paramilitari pescati in giro – da gruppi neonazisti fino alla curva della Stella Rossa) e iniziano l’attacco. In che modo? Prendere i musulmani e cacciarli dalle case o dai punti in cui si erano accampati, in attesa di poter trovare nuova sistemazione. Non sapendo dove mandarli, la soluzione è semplice: farli fuori. Questo accade con 8300 esseri umani, e c’è chi alza la quota a circa diecimila. In poche ore una città grossa come Guingamp in Francia o Camerino nelle Marche viene totalmente cancellata, pulita etnicamente. Che fa l’Onu? Nulla, non decide, non dà poteri ai Caschi Blu. Decide di non decidere2. Fondamentalmente, con la guerra agli sgoccioli e la Bosnia già divisa da Dayton, l’Onu dice ai serbi: va bene, è roba vostra, fate in fretta e con poco sangue. Il problema è che invece i serbi non solo vogliono tutto il territorio eliminando le enclavi, ma vogliono pure dare una lezione al pianeta: Srebrenica è frutto di tutto ciò.

Vucic e i sassi prevedibili.

In 20 anni i passi fatti per capire insieme Srebrenica sono stati pochissimi. In tutta l’ex-Jugoslavia i passi per analizzare il conflitto sono stati pochissimi. Nella scala freudiana dell’elaborazione del lutto siamo ancora al momento del “rifiuto”. In pochi casi si è passati all’”accettazione”. Srebrenica per anni è stata nella casella del “nascondere”. Vucic, che ai tempi di Milosevic era solito dire che per ogni serbo ucciso andavano sacrificati 100 musulmani, non può improvvisarsi paciere da un giorno all’altro e andare a Srebrenica, dai parenti delle vittime, e dire che la Serbia chiede scusa. È come quando fai un danno e poi dici “scusa”. Non serve: è il processo che ti porta a chiedere le scuse che determina il successo del processo di elaborazione. Tanto che forse, alla fine, neanche devi più chiedere le scuse pubbliche. Il processo di condivisione del lutto, di presa di coscienza, di condivisione è già un chiedere scusa pubblicamente. È di più: è costruire un percorso di riconoscimento reciproco, quello per cui l’altro da me diventa una persona con una sua dignità. In ex-Jugoslavia ciò non è stato fatto. A Mostar i cattolici e i musulmani non si parlano; nelle città dove ci sono stati altri massacri (Vukovar per esempio) la soluzione è stata semplice: creare delle entità stagne in cui non entrino gli altri. Facile così, si rimane isolati per ignorare gli altri. Così i problemi non possono più crearsi. Almeno fin quando non li incontri di nuovo. Come in Lucio Battisti: “Prendila così / Non possiamo farne un dramma… e siccome è facile incontrarsi / anche in una grande città”. Alla fine col tuo vicino di casa ti ci dovrai confrontare. Fin quando però i carnefici (nel caso di Srebrenica leggi a chiare lettere “Serbia”) non inizieranno questo processo allora Vucic prenderà le sassate sulla faccia. Con una certezza pari a quella dell’acqua che bolle a 100 gradi. Perché la scienza sociale non è automatica come quella fisico-naturale. Ma, almeno in Bosnia, la voglia di farsi prendere ancora in giro è veramente molto poca. (Enrico Strina)

1Safe Area è un modo diplomatico per segnalare una zona in cui si rifugiano persone perseguitate da altri. In pratica una specie di grosso campo di rifugio, con gente che vive anche per mesi in strada, in attesa che venga dato un via libera per migrare in altre zone.

2Un bellissimo e recente articolo del The Guardian ricostruisce alla grande la situazione: http://www.theguardian.com/world/2015/jul/04/how-britain-and-us-abandoned-srebrenica-massacre-1995

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