I ROLLING STONES A LUCCA: LA NOZIONE DEL TEMPO

Musica

Non ci sono andato per merito mio: un amico caparbio ha fate straordinarie levatacce per ottenere i biglietti per il Prato B, la sezione direttamente dietro al Gold, quella davanti al palco. Con il B, il prezzo non è eticamente né economicamente indigeribile. La differenza in realtà è enorme, perché nel B se non sei un pivot di basket il palco lo non vedi nemmeno e, se sei un pivot, puoi desumere che il pallino color fucsia che si muove sul palco forse è Jagger, perché i quattro grandi schermi a parallelepipedo lo mostrano gigante con camiciolina svolazzante fucsia (come dei Moai dell’Isola di Pasqua che fanno da tramite fra noi e gli Dèi; come un quartetto di monoliti ieratici tramite cui possa passare il Segreto dell’Universo, come quello di Odissea 2001 nello spazio).

Tranne questo, e il fatto che se fossi morto durante il concerto sarei rimasto lo stesso in piedi fino alla fine perché letteralmente appiccicato ad altre delle 56.000 persone stimate presenti, l’esperimento città-meno-attrezzata-per-un-concerto-del-genere-ma-d’arte/evento-gigantesco ha funzionato.

E prima di assistere alla serata, credevo sarebbe stata l’occasione per fare ‒ con un’ora scarsa di macchina e la sana autoconcessione di un lusso una tantum ‒ una sbirciatina dentro la Storia della Musica. Non c’era insomma lo struggimento per un desiderio del mio Presente finalmente in corso di soddisfazione: ho amato i Rolling Stones come si ama un Classico; li ho ascoltati come si legge la letteratura russa ottocentesca; li avrei voluti vedere sempre e mai.

Invece quando è entrato Jagger sono stato investito da una sorta di emanazione di carisma e energia: è stato come vedere un atleta giovane e nel pieno delle potenzialità in atto, ma in modo diverso: poiché il Mito nasce quando è possibile generare la suggestione per cui la potenzialità è sempre in atto – senza più aver a che fare con la corruttela del Tempo; e ciò spiega come i miti vivano di vita propria, trascendendo la realtà di chi li incarna.

Di solito, quando si ha il permesso di toccare con mano questa cristallizzazione dell’Immaginario che è un mito, può capitare che crolli, laicamente, ma resista l’amore per i bei momenti in cui la potenza era davvero in atto; o che come un rigurgito affiori la consapevolezza di essersi solo fatti un film in testa, abbindolati da una macchina promozionale immensa. Ma può anche capitare ciò che è capitato a me: comprendere attraverso la sola entrata di una persona/personaggio, visualizzato peraltro solo grazie ai quattro monoliti tecnologici, che il mito può fondersi alla realtà grazie a un’ondata che investe fatta di carisma, di accumulo di esperienze introiettate negli occhi e nei gesti; in sintesi, di controllo e gestione del Mito incarnato. Ho visto qualcosa che è in grado di dominare (a livello subliminale anche sessualmente) migliaia e migliaia di persone; di padroneggiarle. Perché quello, in fondo, è il livello standard dei Rolling Stones.

Probabilmente è questa abitudine che permette loro di essere gentili e bonariamente ruffiani col pubblico, invece che bearsi con distacco della grandezza acquisita come dive che, coll’altezzosità, si difendano dall’insicurezza di perderla, un giorno, la grandezza. Ovvero, sono consapevoli (altrimenti non potrebbero esserne i gestori) di incarnare un Mito e hanno deciso di rispettarlo e onorarlo: e il Mito, appunto, non contempla il Tempo. Jagger infatti parla italiano, ci dice che siamo inncredìbili, saluta Luc(c)a; fanno fuori programma la versione nostrana di As tears go by (Con le mie lacrime); addirittura Richards – tribale, con piccole mosse che quasi ripetono all’infinito il rito di se stesso, col sorriso dei bambini di fronte alla prima chitarra acquistata, con l’emozione tradita prima di cantare (mestiere? Boh, il fatto è che funziona!) – dopo una lunga pausa davanti al microfono, ci delizia con un Alla faccia ddi chi ci vòle maale!, detto tipicamente toscano; e la pronuncia sghemba regala ai livornesi o giù di lì come me, l’onore di una cadenza perfettamente labronica nel vòle rispetto a vuole.

E poi, che dire della musica: ogni tanto il grande Keith il pirata dà l’impressione di andare per i fatti suoi, proprio a livello di tempo; c’è qualche momento strano, ma di fatto sembra stia duettando col Cosmo tutto, e quindi è una questione relativa (proprio nel senso einsteiniano); poi, a proposito di dominio, padronanza, esercita al massimo il segreto del rock blues: tirare sempre la corda, andare sempre un pochino indietro, o far attendere la nota che ci aspettiamo quell’istante in più finché giunge, e ci viene di urlare, di sfogarci.

Riguardo a Jagger, se ho annotato qui le mie parolette sul concetto di Mito a proposito di lui, un motivo ci sarà. Su questa branca del pensiero estetico e sociologico in un certo senso novecentesca, Benjamin ha scritto meraviglie, ad esempio, anche se è stata codificata da Kerényi, rimodellata da Jesi e molti altri, fino ad essere oggi terreno di aperto confronto in quanto fondamentale per la comprensione della nostra Era. E Jagger mi ha fatto rendere conto che la dimensione mitica è tanto più forte quanto è più pop e, perciò, doppiamente novecentesca, come lo è stata la forma-canzone o canzonetta. Dimensione mitica su camicia svolazzante (durante You can’t always get what you want passeggia da un monolito-schermo all’altro e l’effetto svolazzo fa sembrare che cammini in aria) fucsia, nera coi brillantini o multicolore sgargiante; e la voce ancora splendida, calda come abissi di tenebra nel black “basso” di Paint it black e impertinente, virile e femminina come sappiamo per il resto.

Watts ha le sembianze – mi si perdoni – di un malato terminale, ma rimane un metronomo, elegantissimo nell’afferrare le bacchette, da antica scuola. È sempre stato il vero lasciapassare dell’espolosività della band, la piattaforma sicura e di gusto eccelso su cui essa si può muovere tranquilla (ripeschiamo dal Mito – a proposito! – Satisfaction e rivalutiamola come canzone: farete caso a quanto sia la batteria a valorizzare il brano, anche se non appare mai). Un automa meccanico tutto immobile, col viso concentrato e le sole mani a far muovere l’intero congegno: anche questa, è esteticamente una iconografia di primo Novecento. Wood, poi, è l’ultima pietra rotolante accettata dai membri storici e va bene così, perché si diverte e, senza sgomitare, sa quale sia la propria posizione rispetto alla lunga storia di chi ha fatto la Storia.

Insomma, la migliore e più rocchenrol lezione sul Mito che abbia mai ricevuto; e che, per paradosso apparente, è ancora in grado di raccontare la propria storia infissa nella Storia (che implica la nozione di Tempo), semplicemente trascendendola  (nel Mito, appunto, dove il Tempo non esiste); ovvero, ogni volta come fosse la prima, in quell’eterno presente che capire non sai. Ma che in questi casi è possibile. (Lu Po)

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