I mostri di Charles Burns

Arti visive

Per capire quanto il sottoscritto ami Charles Burns, basti pensare che nel suo ambito di riferimento -quello del fumetto, quindi- lo statunitense è per me di pari valore e importanza rispetto a Robert Crumb, quindi notevolmente importante. Entrambi hanno indagato, seppur con toni e accenti diversi perlomeno con lo stesso disincanto e -paradossale dirlo di due autori che disegnano rispettivamente donne con la coda e gatti parlanti- con la stessa ambizione di raffigurare il reale più crudo, l’essere umano e i rapporti tra individui e società.

Appunto, al “chi sono i tuoi fumettisti preferiti”, la risposta “Charles Burns Robert Crumb” viene automatica, quasi come potesse esser soltanto quella -a questo proposito ripetetevelo velocemente, charlesburnsrobertcrumb, sentite come suona bene?

Di CB, il capolavoro assoluto è Black Hole, pubblicato in Italia dalla sempre utilissima Coconino: gestazione non particolarmente indolore, c’è da ammettere, se è vero che ha richiesto un lavoro di undici anni, ma processo del quale Burns ha potuto godere i -meritatissimi- frutti, vedendo riconoscere Black Hole come una delle più grandi graphic novel mai pubblicate (chi va piano va sano e va lontano, dicevano i profeti). Non ne parleremo qua, poiché in seguito approfondiremo l’argomento con precisione.

Per una firma su Black Hole, circa un mese fa, mi sono fatto due ore di fila (due reali, non per modo di dire), nell’attesa che il suo autore terminasse -dopo un incontro in una libreria di San Lorenzo, a Roma- di autografare i libri di 30 persone arrivate prima di me (il dramma di Charles Burns è che per ogni copia che firma fa un disegno che solitamente è un albero, con una lentezza e una meticolosità esasperante). Arrivato il mio turno, ho gentilmente chiesto di farmi un ulteriore disegnino dietro il foglio che, un mese fa, era in realtà la mia patente sostitutiva (quella vera era di nuovo persa): in silenzio ha acconsentito, e ha disegnato la testa di un bambino mostro. (P)

 

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