I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Letteratura

Per definire in poche parole I detective selvaggi, il romanzo di Roberto Bolaño pubblicato nel 1998, tradotto prima da Maria Nicola nel 2003 per Sellerio e dopo da Adelphi nella versione di Ilide Carmignani: un romanzo torrenziale e composto da mille voci sovrapposte di poeti, studenti, letterati, cameriere, balordi e truffatori, popolato da fantasmi e allucinazioni e visioni profetiche che non portano a nulla – oppure a epifanie che si dissolvono repentine; per definirlo in poche parole, si direbbe che I detective selvaggi sia un romanzo in cui tutto, lentamente, va in malora. Con passo folle e obliquo, poggiandosi su continui cambi di voce e prospettiva, il mondo costruito da Bolaño si erge con la potenza di un incubo o di un sogno – per sfasciarsi subito dopo con la stessa spettacolarità, o per terminare in un vicolo cieco dove sembra di poter udire la risatina beffarda di uno dei pellegrini del sottosuolo che ci ha portato lì. Qualche buontempone è già lì a concionare, in riferimento a Bolaño, come si trattasse di un fenomeno al tramonto, un fenomeno letterario costruito da misteriosi tessitori dell’Ordine Editoriale Mondiale… finirebbero inghiottiti anche loro nella corrente dei Detective, che tutto ingloba al suo interno.

Il lavoro di Carmignani, già traduttrice per Adelphi di altri romanzi dello scrittore cileno – tra gli altri I dispiaceri del vero poliziottoStella distante e l’imprendibile e desolante 2666 – restituisce il ritmo vertiginoso dei Detective, se possibile dando l’impressione di una velocità maggiore rispetto all’edizione precedente. I Detective è composto da tre parti e abbraccia un arco storico che parte dal 1975 per arrivare alla fine del 1996, ma i ricordi di alcuni protagonisti che si alternano nella narrazione si spingono fino agli anni Sessanta, gli anni della violenza militare, o agli anni Venti, l’epoca in cui opera il gruppo della poetessa Cesárea Tinajero, il gruppo dei realvisceralisti.

Sulle tracce di Cesárea e di una corrente letteraria misteriosa e misconosciuta dai grandi sacerdoti della cultura messicana – incarnata da Octavio Paz – si mettono i due Detective del romanzo, Ulises Lima e Arturo Belano, poeti, scrittori e spacciatori squattrinati, desiderosi di far rivivere la poesia di Tinajero; ma a ben vedere l’indagine del romanzo si ribalta – è un libro di specchi e immagini riflesse – ed è la loro vita vagabonda in quattro continenti a essere indagata nelle testimonianze che compongono la parte centrale del romanzo. Prima e dopo, per portarci nelle strade di Città del Messico e nel deserto del Sonora a bordo di una Impala presa in prestito da un architetto fuori di testa e destinato a finire in manicomio Bolaño si affida al diario di Juan García Madero – uno studente di giurisprudenza risucchiato dalla banda dei realvisceralisti. Praticamente tutti i personaggi dei Detective sono alter ego di persone reali – la stessa cosa che accade nei libri di Jack Kerouac; le scorribande dei poeti sudamericani raccontate da Bolaño sono state avvicinate ai beat di On the road. Per indovinare chi si nasconde dietro Arturo Belano non occorrono troppi suggerimenti.

Vivere un libro così ricco e sfuggente, trovare temi unificanti, individuare le sottotrame e gli intrecci tra le vite dei protagonisti che si aggirano nel romanzo dal Messico a Barcellona a Roma a Tel Aviv a Parigi a Vienna fino in California è un gioco che coinvolge e stimola continuamente il lettore; lo stesso gioco a cui si rifà un altro classico della narrativa sudamericana, l’inarrivabile Rayuela di Julio Cortázar. Forse però il senso definitivo del romanzo di Bolaño è quello a cui si accennava prima: tutto sta andando in malora, non restano che una finestra, una stella dietro una finestra, un lenzuolo steso alla finestra… o forse è soltanto un grande, grandioso incubo, di quelli talmente terrificanti che non si dimenticano più. (Liborio Conca)

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