Gli Sleep: “Jerusalem”, “Dopesmoker” e la Storia Infinita

Musica

Suvvia, dimmelo, vuoi e sai che tutto questo rimanga tra me e te.
Lo so che il rock ti piace, da tempo, so che ne sai, che dal momento in cui tuo padre mise Pet Sounds e Revolver sotto quella puntina in salotto tutto sarebbe cambiato, e che da allora tu avresti risparmiato anche l’ultimo centesimo della paghetta, fino all’ultima goccia di sudore e sangue per chiuderti i sabato pomeriggio dal dischivendolo; che avresti poi pure smesso di comprare erba, e che avresti iniziato a rubare in parrocchia per i biglietti dei concerti punk (quanto a questo, vergognati, cazzo). Che ti saresti fatto sgridare dai tuoi per il poster di Alice Cooper in camera tua, che come un santino vegliava sulle tue notti in bianco o sui tuoi sogni lucidi e pure abbastanza bagnati, con il suo pitone al collo come rettiliano foulard; che poi avresti proprio convinto i tuoi ad andare al tuo primo concerto, poi al primo festival e via andare, Motorhead Metallica Slayer Judas Priest Misfits e pure un po’ di rave culture, ma si dai anche l’elettronica ce la buttiamo, basta che sia roba che bussa forte.
Ma lo sai, in fondo, che tutto l’headbanging davanti allo specchio del bagno, le canne ai concerti, le lacrime sotto una ballad strappamutande per dimenticare quella stronza e l’esaltazione per un disco tanto atteso non valgono niente rispetto a chi quella strana e bella musica la fa; io lo so perché ti piace, il rock ‘n roll: per l’inaccessibile. Si desidera sempre e solo ciò che non si ha, e allora perché non ammettere che uno dei pregi maggiori della musica e non ascoltarla, certa musica?
Mi spiego meglio… anzi, non mi spiego affatto, ma ti do un nome e un titolo: Sleep, “Dopesmoker”.
Adesso, posso comprendere che questo non ti dirà molto, quindi ti dico che “Dopesmoker” non è il nome di un personaggio dei fumetti – tantomeno un farmaco o che, ma è un album perduto. Esatto, come “Smile” dei Beach Boys, il debutto dei Bad Brains, quello dei Modern Lovers, quello della NASA perso nella stratosfera, e tanti altri.
Sleep è il nome di quel mostro mangiafuoco che dai primi anni ’90 fino a fine decade ha ridefinito il concetto di feedback, viaggio spaziale, farsi i fischioni in risacca, farsi i viaggioni mentali e tante altre cose perfettamente ricreative. E’ un trio che ha fin troppo saldato il suo debito con l’oscuro signore, a colpi di cannabinoidi ed eccessi, ma anche di power chords rallentati e saturi come un panino calabrese; Matt Pike, Al Cisneros e Chris Haikius: nomi bizzarri per gente bizzarra, tre ronin senza padrone che si spostano dai ponti e cabs di San Francisco per prendere parte al più grande baccanale della loro generazione, giù verso le spiagge desertiche della California. Sappi che non c’era solo Castlemorton con i rave o Woodstock, su nello stato di NY, ma che in quel lembo arido e latin-speaking di California guerrieri e stregoni portavano con sé ingombranti generatori, torri di ampli ed armi a 4 o 6 corde per far ballare coyotes e cristiani all’ombra di imponenti piante grasse. Questi paladini del fai-da-te hanno preso le radici del punk e le hanno piantate in quel terreno arido e spoglio, desolante se vogliamo, e le hanno bagnate di liquidi lisergici e bombardate con vibrazioni settantiane; da questi grandi amplificatori surriscaldati usciva un suono, se non IL suono che nel vero deserto, quello musicale dei nineties del dopo-Cobain, portò qualcosa a tante orecchie orfane di distorsioni, coccolando anche metallari in crisi d’identità e punk nello slowdown da post-anfetamine. Era lo stoner ed avrebbe poi generato chimere mangiatutto e spaccaossa come Kyuss, Monster Magnet, Fu Manchu, Across the River, Fatso Jetson e tanti altri figli di “Master of Reality” e “My War”.
C’era chi andava più veloce, come i Fu Manchu, chi era più bluesy, come i Fatso Jetson dei fratelli Lalli (fratelli italiani mustacchi e pure idraulici, penso), chi ha sbancato subito come i Magnet o chi semplicemente spaccava il culo, e non sto nemmeno a dirvi chi. Per quello, citofonare a casa Homme, Hollywood, California.
E poi c’erano loro, gonfissimi, Pike-Cisneros-Haikius, micidiale tridente d’attacco della nazionale di calcio del Disagio.
Appena formati (si parla sempre del ’90-’91), gli Sleep fanno uscire l’esordio “Vol. 1” e vengono notati dalla ormai già leggendaria Earache di Nottingham, etichetta-madre di roba assolutamente scalciaculi sulla scala-Iommi come Napalm Death, Carcass, Entombed e compagnia urlante; gli Sleep c’entrano poco con tutta questa mappazza di ritmi forsennati e chitarre shred, eppure all’etichetta piace la loro attitudine sfavata da jam band anni ’70, l’immaginario boschiano, questo wall of sound tutt’altro che radiofonico, ma opprimente e che ti spinge nelle profondità dei gironi infernali, a mangia merda con i dannati mentre lucifero ti rosicchia il culo a poco a poco. Figo, no?
E insomma, i nostri nel ’93 ti escono il discone, “Sleep’s Holy Mountain”, vanno in Europa in tour con i compagni di carezze Cathedral, poi tornano negli US e si fanno un giro sui cavalli alati con i leggendari Hawkwind, ricongiungendosi con i propri padri spirituali. Intanto, i deserti si svuotano e le band migrano verso le città, le grandi date, i soldoni; anche la London Records fiuta l’affare, e investe sull’unica band che più o meno è rimasta al palo, al ritorno da un lungo e sfiancante tour mondiale. I cravattari della major si presentano alla porta del sig. Pike, sorrisoni e grandi strette di mano, cappa di fumo nel salottino, ma buongiorno prego accomodatevi, vi preparo un caffè?, no grazie già fatto, il contratto è questo, firmi qui, qui e pure qui, ecco i soldi, lo studio è quello, buon lavoro e a presto.
Tutto ok fin qui? Bene, perché è ora che inizia il bello. I tre moschettieri, in un anno, riescono a comporre tanti riff e soluzioni (delle quali alcune finiranno nel cestino dell’organico), e pensano bene di spostarsi di studio in studio, di casa in casa, di motel in motel per cercare il bandolo di quella fottuta matassa.
Alcool, tanto alcool. E anche tanta erba, tante distrazioni che portano i nostri altrove, verso la direzione giusta. Time is money, e i nostri, di tempo e soldi, ne hanno davvero pochi ormai; dagli uffici della London Records partono chiamate, volano sedie e minacce recapitate ai tre fricchettoni. E’ il 1995 e gli Sleep decidono di registrare dal produttore Billy Anderson (Neurosis, Hermano e Sunn O))) tra i suoi lavori) il frutto di quell’anno e mezzo errabondo; il risultato è “Dopesmoker”, un’unica traccia di ben 63 minuti in cui si staglia con passo mastodontico un riff ripetuto e mantrico.
L’etichetta, nonostante gli accordi di totale libertà artistica concessi alla band si rifiuta di pubblicare l’album: gli Sleep cercano un accordo consegnando alla label una versione del disco leggermente più corta (52 minuti), battezzata “Jerusalem”. La London per dare un senso a quel mucchio di soldi fumati (letteralmente) da quei tre capelloni a piedi nudi affida il mostro al produttore David Sardy. Geniale, perché mixare nuovamente un pezzo doom di UN’ORA nella speranza che sia perlomeno più commerciale ed appetibile è come cercare di rimettere insieme il Titanic con i pezzi del meccano e un po’ di sputo. Cazzo.
Insomma, questo “Dopesmoker” non s’ha da fa. Inizia un braccio di ferro tra la label e gli Sleep, che, sfiancati e demoralizzati, tirano i remi in barca, sorseggiano l’amaro calice della discordia e si sciolgono come un pupazzo di neve nel deserto del mojave.
Nel 1999 l’albionica Rise Above Records, con la band implosa ed i membri impegnati in altri progetti, dà alle stampe “Jerusalem”; nel mentre il disco è diventato leggenda urbana, una cosa chiacchierata e detta a mezza bocca come Cassano durante le partite tra i drogati allo skate park che si sfondano di stoner; insomma tutti non vedono l’ora di ascoltare sto cazzo di album, tutti si mangiano le mani e si strappano i capelli. Intanto Pike forma gli High on Fire (e il loro primo disco, “The Art of Self Defense”, rimarrà scolpito come uno dei colpi tra capo e collo più fragorosi del doom recente), mentre Cisneros ed Haikius danno vita ai peculiarissimi Om, creatori di un ibrido doom\ambient con richiami ai canti tibetani e tantrici.
Nel 2003 l’indipendente Tee Pee Records di New York apre il suo vaso di Pandora, pubblicando “Dopesmoker”. Hallelujah.
La visione originale degli Sleep torna in vita, mixata alla perfezione, una perla nera straight outta hell, un bombardone ripulito da tutti i deliri da fattanza che l’opera si è portata dietro per anni di ignobile regressione alla serie Z dei dischi dimenticati.
La ristampa definitiva-totale-cosmica, quella che trovate adesso nei negozi e sul uèb, quella con la cover fighissima che ritrae una sorta di beduino steampunk con un aereosol di mango haze in faccia mentre si fa una scampagnata su Alderaan, è a cura di quei gentilissimi signori di Southern Lord Records, quindi: a) compratela e spiattellatela a tavoletta in stereo, guadagnandovi l’odio del vicinato e pure un leggero abbassamento d’udito, b) che cazzo aspettate a canonizzare i tizi di Southern Lord che tanto ci hanno voluto bene a noi schiavi del riff, papà Franci fa’ qualcosa.
Ok, allora, vedo che hai capito bene.
Prima di metterti a letto, però, l’ hora pro nobis:
Lemmy nell’alto dei cieli, prega per noi.
Ozzy, tu che ci guardi, prega per noi.
Ronnie, che ci proteggi, prega per noi.
Tony e Geezer, stinchi di santo, pregate per noi.
E così via.
Puoi andare a letto.

(Tommaso Bonaiuti)

Dopesmoker

Price: EUR 38,11

4.0 su 5 stelle

Sleep’s Holy Mountain

Price: EUR 7,98

5.0 su 5 stelle

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