Gilberto Gil: intervista – prima parte

Musica

Premessa: ho intervistato Gilberto Gil nell’agosto 2009, quindi quello che troverete qui, che è la trascrizione testuale di quello che ci dicemmo quasi sei anni fa, non è propriamente materiale nuovissimo: il 2009 appare già come un’epoca lontana e assolutamente differente da quella attuale, sia per quanto riguarda l’Italia, sia -soprattutto- per quanto riguarda il Brasile. Ci sembrava interessante (e speriamo che lo sia anche per voi) riproporre anche a distanza di anni un’intervista che spiega molto sul Gil musicista e sul Gil uomo brasiliano, e che per il sottoscritto è stata probabilmente l’intervista più bella e importante di un brevissimo e ininfluente percorso come collaboratore di riviste e quotidiani. Paolo.

 

3 agosto 2009

Per coloro che alla parola “Brasile” non associano soltanto successi calcistici, carnevale e donne seminude, quello di Gilberto Gil non è un nome qualsiasi. Creatore e alfiere del movimento del tropicalismo, deportato nel ’68 in Inghilterra per ordine della dittatura militare, ex-ministro della Cultura a fianco di Lula, cantante e musicista straordinario: Gilberto Gil può essere considerato oggi, per i successi e per la sconfinata fama ottenuti in tutto il mondo, il più grande musicista brasiliano vivente. L’ho incontrato, dopo quasi due anni di assidue telefonate ed e-mail alla manager Gilda Mattoso, il giorno seguente l’ultima tappa del “Here and Now Tour” in un hotel di Livorno. Quello che segue è ciò di cui abbiamo parlato.

 

Gilberto, mi interessa sempre, quando parlo con un artista, sapere come è iniziato il suo cammino: quali sono state le circostanze che lo hanno portato a intraprendere la carriera musicale piuttosto che un altro mestiere. Nel tuo caso, quando hai iniziato a far musica, e perché?

Io ho sempre voluto fare il musicista, ho sempre avuto questa idea, già da piccolo. Quando avevo 2 anni, mia mamma scherzando mi chiese: “Che ne sarà di te quando crescerai, che cosa vorrai fare da grande?”. E io già a quell’età risposi: “Io voglio essere musicista, e padre di figli”.

Quindi è un desiderio che hai sempre avuto, che è nato con te.

Esattamente. E quando avevo 10 anni mia mamma mi disse: “Se vuoi essere musicista, andiamo a scuola di musica!” Ovviamente a Bahia, a Salvador. Ed è cominciata così.

E adesso, che hai alle spalle tanti anni di carriera, 50 album tra quelli registrati in studio e quelli live, riconoscimenti ottenuti in tutto il mondo… qual è l’impulso, la motivazione che ancora ti spinge a fare musica, a restare su un palco per quasi 2 ore e mezza senza tradire il minimo segno di stanchezza?

A me piace molto cantare, mi piace fare musica. Amo la musica, ma potevo non esser musicista, come la maggior parte delle persone: tutti noi amiamo la musica, ma solo alcuni sono diventati musicisti. Io ho avuto la fortuna di riuscire a fare questo mestiere, e questo mi gratifica, mi ricompensa ogni volta di più, è quello che più mi piace fare nella vita: suonare la chitarra e cantare.

Ieri, a Livorno, è stata la prima volta che ti ho visto col tuo nuovo gruppo (Banda Larga Cordel), ed è evidente che vi piace molto suonare insieme, che tra di voi c’è un ottimo clima, grande amicizia.

Sì, siamo molto uniti. Che è una cosa che io cerco di creare coi gruppi con cui lavoro, mi piace avere vicinanza, intimità musicale con le persone al mio fianco. Mi piace sentirmi all’interno di una famiglia, ci sono molti artisti anche mondiali che instaurano solo relazioni professionali.

Ho pensato a questo perché quando sei uscito dal palco hai ringraziato uno a uno i musicisti, è stato molto bello.

Sì, ed è una vicinanza che si è creata molto in questi ultimi tempi, durante il periodo del tour in cui ogni giorno abbiamo viaggiato uno a fianco degli altri per tutto il mondo, in autobus. Per arrivare a Livorno, il 1° agosto abbiamo lasciato la Francia, e siamo arrivati nella tua città dopo 24 ore di autobus, e questo crea le relazioni. Il mangiare insieme, vedere film, ascoltare musica, discutere. Quello che crea relazioni non è solo lo show in sé, l’esibizione, ma piuttosto la convivenza permanente, lo stare accanto per lunghi periodi.

Cambiamo argomento: dimmi se pensi che oggi in Brasile ci sia un’eredità del tropicalismo, dell’Epoca de Ouro, di quel che avete fatto tu, Veloso e altri artisti.

Io credo che ogni iniziativa culturale, soprattutto manifestazioni popolari, ogni iniziativa di un gruppo di individui dotati di volontà e di ambizioni, di desiderio di contribuire fortemente, finiscono per lasciare qualcosa: la bossa nova lasciò molto, e ha amanti fino ad oggi, la stessa Epoca de Ouro che tu hai menzionato è ancora oggi studiata dai giovani, così come il tropicalismo. Nel caso del tropicalismo bisogna dire che non fu un genere musicale, la bossa nova lo fu, il samba lo fu, ma il tropicalismo fu un’attitudine, un punto di vista sulla cultura, sul cinema, sulla letteratura, sulle arti plastiche, su ogni manifestazione artistica, ma anche sul comportamento: ci sono infatti molti elementi comportamentali in esso. Quel che è rimasto del tropicalismo è appunto questa attitudine, una capacità di apertura, di visione, di libertà, di gusto per la diversità… io credo che questa sia l’eredità del tropicalismo, e ci sono molti artisti, anche recenti, che affermano di essere eredi, di essere seguaci di quella corrente di pensiero e che considerano quel periodo come un riferimento, una radice del loro essere artisti. Era un modo di vivere. Esattamente, era un modo di vivere più che uno stile musicale. Se tu chiedi qual è il ritmo tropicalista, questo non esiste: fu una condensazione di vari stili, assorbimento di elementi stranieri.

In Italia forse si definirebbe “corrente artistica”.

Corrente artistica, anche in Brasile diciamo così. Può essere, è una buona definizione.

Ho letto che per una frase presente in “Realce” sei stato molto attaccato, quando dici “quanto mais purpurina è melhor“: hanno sostenuto che incitavi all’uso di cocaina.

Ma non era così. La mia reazione di fronte a queste critiche è stata di sorpresa, io non ho mai collegato la canzone alla cocaina, la parola “purpurina” per me significava solo questo, “brillante”, ma in quel periodo in Brasile c’era chi chiamava la cocaina con il termine “brillo“.. ma io non ho mai consumato, né usato niente, semplicemente non mi piace, e non avevo neanche lontanamente l’intenzione di parlarne. La mia prima reazione è stata di incredulità verso quella interpretazione, perché neanche sarei stato capace di concepirla.

Gilberto, mi interessa sapere la tua opinione su quella che oggi è la realtà brasiliana. Ci sono cose che riesco a comprendere con difficoltà, come la situazione della polizia brasiliana, soprattutto il comportamento dei cosiddetti corpi speciali, e il livello di corruzione di cui tutti sono a conoscenza.

Parli della polizia in quale senso? Ieri ho assistito a un servizio di un reporter della Cnn, che lavora a Washington, e ha intervistato un attore americano su alcuni argomenti, uno di questi era la lettura che l’attore faceva dell’episodio di quel nero picchiato da un poliziotto, sul quale è intervenuto anche Obama. E l’attore ha risposto: “gli americani hanno paura della polizia, se tu non ti umili di fronte alla polizia, è lei a chiederti di farlo, è lei a esser barbara con te, a umiliarti”. Quindi io credo che non sia un fenomeno brasiliano, la questione dell’abuso di potere è mondiale, qui in Italia ne avete una grande dimostrazione… Evidentemente la polizia si adatta alle realtà locali, nel caso del Brasile, in cui abbiamo una grande criminalità legata alla povertà estrema, la polizia si adegua a tutto questo, c’è associazione con quel tipo di marginalità, che è quel che da voi succede con la mafia. Non è una caratteristica brasiliana.

Torniamo un momento agli anni del tropicalismo, vorrei sapere se tu e Veloso, nel momento stesso in cui stavate di fatto creando quel movimento, riuscivate a intendere che stavate allo stesso tempo cambiando la mente delle persone, che il vostro apporto anticonformista in quegli anni stava sollevando il Brasile, o se cominciaste ad accorgervi di questo solo qualche tempo dopo, valutando gli avvenimenti a posteriori.

No, avevamo in realtà una nozione che le trasformazioni nella nostra musica, gli elementi di novità che usavamo, le nuove attitudini… già pensavamo che tutto quello aveva un certo impatto, specialmente sui giovani, e anche noi eravamo giovani. Avevamo l’ambizione di comunicare, di entrare in contatto con quei giovani, e più che la sensazione di stare cambiando la società o di aver provocato un cambiamento, ci sembrava di “adeguarci” a una situazione nuova, di corrispondere allo spirito di quell’epoca. Quello che percepivamo era una solidarietà con lo spirito del tempo, con il movimento della nostra epoca, e questo era quello che avevamo volontà di fare: adeguarci all’onda che non riguardava solo il Brasile, ma coinvolse l’Europa, gli Stati Uniti.

C’è una tua frase, Gilberto, che mi piace molto e dice: “minha porçao mulher è a porcao melhor que trago em mim agora, è o que me faz viver“. Quali sono gli elementi di questa “porçao mulher” che ti fa vivere? Dunque, io sono una persona che si identifica molto col lato soave, dolce, profondamente intuitivo della femminilità, e con una certa tendenza a “romanzare” la vita, per stabilire una relazione idilliaca con le cose, specialmente con l’amore, con l’affetto. Ho una tendenza all’esercizio femminile dell’effetto. Io mi sento molto femminile!

Parlando di affetti, mi è piaciuto molto vedere tuo figlio suonare al tuo fianco, a Livorno, ed è bello che egli faccia parte della Banda Larga. Com’è suonare con tuo figlio, che situazione si crea?

E’ molto bello, io avevo gia suonato con un mio figlio, Pedro, che morì a 19 anni: suonava la batteria con me. Poi un’altra figlia, nello stesso periodo di Pedro, cantava con me, il suo nome è Nara. Poi è passato del tempo e l’altra figlia, Preta, ha cominciato a cantare, ma ha fatto una carriera propria, non abbiamo mai lavorato insieme. Adesso è il turno di Ben, che suona con me, ma ha anche un proprio gruppo e collabora con altri artisti. Il cammino della professionalizzazione, del perfezionamento, della dedizione a un’attività permanente, questo cammino l’ha cominciato al mio fianco, l’ha imparato con me. Adoro suonare con lui, è una persona buona, sensibile, è molto musicale, e la sua musicalità è molto vicina alla mia, lui è molto “ritmico”, come me, ama le cose strane, come me, si è appassionato a Jimi Hendrix, come successe a me anni fa, quindi mi identifico molto sia nella musicalità che nella personalità di Ben. Molte persone dicono che lui mi assomiglia, che da un lato è istintivo come me, dall’altro è disciplinato come me (si ride)

Nel concerto di ieri ho notato – non so se sarai d’accordo né se l’espressione ti sarà molto comprensibile – che nel modo di Ben di suonare c’è una certa educazione, un certo stile improntato alla discrezione, a svolgere il proprio compito nel migliore dei modi senza puntare all’appariscenza.

Lui è così! È molto discreto, non è esibizionista in alcun modo. Ed è molto cordiale, davvero, questa cosa di suonare con molti gruppi lo dimostra, dà molto valore all’amicizia, alla possibilità di entrare in contatto con molte persone appartenenti a contesti diversi. Ha molti amici nel calcio, nella musica, nell’attività studentesca. E’ sempre stato così, fin da piccolo, ed in questo senso è molto simile a me.

Nel tuo nuovo album c’è una canzone di cui ho apprezzato molto il titolo, che è “A faca e o queijo” (“il coltello e il formaggio”). Mi pare che tu abbia voluto scegliere due elementi semplici, che appartengono al popolo, per parlare di una cosa che così semplice non è, ovvero l’amore.

E’ così. In verità ho usato questa espressione per fare una canzone d’amore dedicata a mia moglie, perché già lo avevo fatto… ho voluto fare un seguito di quel che fu “A linha e o linho” (“la linea e il lino”), che ho scritto per mia moglie Flora, sulla linea che tesse i bordi, che costruisce i motivi, il disegno, e tutte le cose della nostra vita in un tessuto che è il lino. Io sono il lino, e lei la linea. Con questa nuova canzone ho voluto riprendere quel concetto con una nuova espressione popolare, usando il concetto dell’atto del tagliare, analizzando la parte mascolina del coltello e la femminina del formaggio, che è l’opposto del reale, poiché in brasiliano “a faca” (il coltello) è un termine femminile, mentre “o queijo” (il formaggio) è maschile, ma in verità è esattamente il contrario, è “a faca” a esser mascolina, fallica, e il formaggio a esser femmineo.

C’è una musica che ancora non hai scritto, un’immagine che è nella tua mente ma che ancora non sei riuscito a rendere parola?

(Sorride) No… no, non ho questo problema, ho il problema contrario, ho carenza di immagini nuove, voglio sempre avere nuove cose da scrivere. Anche se ho scritto molte cose, voglio continuare a farlo; in questa tournée, ad esempio, ho cominciato a comporre tre canzoni che terminerò una volta arrivato in Brasile. Adesso, la difficoltà è decidere di quale argomento parlare, di che cosa scrivere, come trattare un argomento, dove trovare nuova originalità nelle frasi e capacità di seduzione nella melodia e nel testo. Questa è una di quelle motivazioni di cui abbiamo parlato all’inizio, è proprio il “mondo della creazione” dell’artista, il fatto che sia sempre aperta la possibilità di una nuova visita della Musa… o una nuova visita alla Musa (ride).

Hai collaborato con molti artisti diversi: ho trovato un tuo video in cui, da giovane, suoni con Stevie Wonder.

Ah, “Desafinado” (il brano di cui si parla, ndr). Eravamo in un hotel, a San Paolo, e Stevie era arrivato in Brasile per una tournée; mi aveva invitato a cantare insieme. Ci stavamo preparando per lo show, ero arrivato in città per visitarlo, per passare del tempo con lui, e quella è stata un’improvvisazione.. lui adora la musica brasiliana, la bossa nova… e mi son ricordato di “Desafinado“, ho cominciato a suonare, e lui mi ha seguito.

Ci sono artisti con i quali ti piacerebbe collaborare, o ti sarebbe piaciuto?

Io ho fatto già molti lavori con vari colleghi, anche un bel un disco con Jorge Ben, e devo dire che mi piacerebbe molto realizzare un nuovo lavoro con lui, un altro disco.

E per quanto riguarda gli artisti italiani? Conosci già Fiorella Mannoia, ci sono altri grandi artisti che fanno o hanno fatto musica brasiliana, come Barbara Casini o Stefano Bollani.

In passato ho avuto molto desiderio di far qualcosa con Pino (lo chiama proprio così, per nome, riferendosi a Pino Daniele, ndr), e sono riuscito a fare uno spettacolo con lui a Viareggio: mi sarebbe piaciuto ampliare quel lavoro. Lui è molto “ritmico”, e ama variare sempre stili e generi.

A proposito di questo, anche nel tuo ultimo album ci sono varie tendenze: alcune sfumature che esplorano il rock, con uso di chitarre distorte, c’è del reggae, ci sono ritmi africani, musica afro-bahaiana, ci sono ballate, musica nordoestina: non sempre questo, per quanto brutta possa risultare l’espressione, permette di vendere, di inserirsi bene sul mercato discografico: a volte il non scegliere uno stile di riferimento, un marchio di identificazione, si paga con vendite inferiori a quelle previste.

Io non sono mai stato un grande “venditore”, non mi sono mai preoccupato molto di questo. Per me il disco è sempre stato un mezzo di promozione per gli show, per il live, per far sapere alle persone che sto lavorando e che potranno vedermi dal vivo. Ho alcuni dischi che hanno avuto un “fuoco” più preciso, più definito su uno stile particolare, come “Refazenda“, che è quasi tutto nordoestino, ma anche quello non era, a pensarci bene, un album così ben definito, anche lì ci sono brani pop, ci sono ballate, stesso discorso per “Refavela“, album africano e afro-bahiano, ma anche quello con molte variazioni… Anche nel nuovo album, sono presenti variazioni linguistiche, con brani in francese e spagnolo. Questo viene dal mio lavoro in giro per il mondo. Per quanto riguarda la Francia è stato il paese che, quando ho cominciato a suonare in tutto il mondo, mi ha immediatamente accolto, ha subito risposto al mio lavoro: sono rimasto legato da un sentimento di affetto, di amore, per la Francia; stesso discorso per l’Africa, che ha una grande parte francofona, luoghi dove la musica esplode in una forma straordinaria, ed è stato per questo che ho iniziato a scrivere in francese. In realtà, la prima musica in francese che ho scritto fu da richiesta del movimento SOS Racismo, diretto da un francese di origine africana, alla cui base stava il messaggio “non discriminare”,”non segregare”; da quella ne sono venute altre, e nell’ultimo c’è “La Renaissance Africana“. E’ una lingua con cui mi trovo bene nella scrittura, e oggi scrivo tanto in francese quanto in inglese. Con lo spagnolo ho ancora da lavorare, ho un progetto in corso, e in italiano ho soltanto la versione di una mia canzone, “A Novidade“, che diventa “La novità” , fatta da un amico che vive a Roma. E’ una versione fatta molto bene, è fedele alle mie parole, è una traduzione, e rispetta la metrica e le rime originali. A un certo punto dice “sotto mentite spoglie”… che cosa vuol dire?

Può significare “che cerca di nascondere la propria identità”, riferito a qualcuno che simula.

Gilda (chiama Gilda Mattoso, sua agente, ndr), fai una fotocopia della canzone per lui! Così la impari a cantare (continua a canticchiare la canzone). E’ una buona traduzione, immagina quanto è reale la frase “quanta disparità, il mondo in due metà” !

 

 

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