Genova 2001, uno shock chiamato disincanto

Storia e attualità

Faceva un caldo tremendo.
Ero dietro il vespino di Tommi con la sensazione di avere un phon puntato in faccia, mentre cercavamo un parcheggio dietro la stazione.
Le biglietterie elettroniche nel 2001 a Pisa le trovavi solo per i regionali e perdemmo quasi venti minuti in fila per fare il biglietto.
Il treno per Genova era deserto.
Correvamo a saltelli, in fibrillazione, cantando Nic Fit tra uno scompartimento e l’altro, con tutti i finestrini aperti e le tende che sbattevano.
Non rammento in quale delle 859 stazioni di Genova scendemmo; ricordo solo che procedemmo straniati una buona mezz’oretta in una città fantasma.
Giunti in uno spiazzo vicino al mare, sotto ai nostri occhi… macchine bruciate, marciapiedi smembrati e vetrine distrutte; nell’aria stanziava un odore acre.
Erano quasi le nove e la luce stava calando, non conoscevamo di preciso la nostra posizione. Mi avvicinai ad un edificio per leggere il nome della via; sulla cartina vidi che da dove eravamo (Piazzale Kennedy) c’era ancora da camminare un pò per arrivare al Social Forum.
Morivo di sete e stavo stupidamente cercando un bar aperto, quando finalmente vidi qualcuno a cui chiedere informazioni.
Era una coppia di signori sulla cinquantina.
Camminavano in un modo strano, concitati, ma zigzagando; per fermarli dovetti raggiungerli di corsa e bloccar loro la strada.
L’uomo si fermò di scatto e fece un balzo indietro; una luce appannata gli dominava il volto, sembrava un cucciolo aggredito.
La moglie invece aveva un’espressione forte e, a differenza del marito, resse il mio sguardo.
Capii di essere fuori luogo, scusandomi balbettai qualcosa e feci per andare via. La signora mi strinse un braccio in modo materno, con un sorriso tristissimo.
Tesoro, torna a casa”.
Perchè?
Ragazzo mio, oggi qui c’è stato l’inferno, e domani sarà peggio”.
Diedi una risposta ridicola:
Eh ma già ne ho fatte di manifestazioni brutte, ci sono abituato”.
Abbiamo un altro pronto a farsi ammazzare, come se non bastasse il morto di oggi”.
Il marito scandì queste parole con un’aria quasi rassegnata.
Chi è morto?”.
Nello stesso preciso istante Tommi mi chiamò urlando da lontano, aveva appena incontrato un gruppo di ragazzi.
Lasciai la coppia dirigendomi verso il mio amico, completamente scombussolato.
Si erano creati gruppetti vari di persone accanto a lui, e stavano spiegando animatamente tutta la giornata, urlando e sbracciando, parlandosi l’uno sull’altro.
Mi arrivò addosso tutto lo strazio della manifestazione e della morte in cinque minuti, c’era una voglia di raccontare inesauribile, disperata.
In quel mare magnum di discorsi e confessioni fummo accompagnati in uno dei punti di ritrovo del Social Forum.
La scena che mi si parò davanti era indescrivibile.
Mille anime e mille umori si fondevano in una Babele di lingue, domate da un malessere raccapricciante.
Era in corso una riunione fra i rappresentanti delle innumerevoli bandiere presenti: centri sociali, tute bianche, Legambiente, FGCI e moltissimi altri.
Poche persone cercavano disperatamente di arginare un fiume umano in piena; la rabbia la sentivi arrivare addosso come una morsa, pesante e tesa, mischiata ad una potentissima e spaventata voglia di reagire, fucina di un ossimoro nuovo per il mio vissuto nelle manifestazioni.

Carlo Giuliani era stato ucciso alle 17.27 in Piazza Alimonda e il buon senso aveva cambiato città. Alcuni cercavano di placare gli spiriti, ma era tutto inutile.
Era ormai oggettivo; il protestare in modo pacifico non sarebbe stata una garanzia di salvezza dalla violenza impazzita delle forze dell’ordine, un martello che non cascava in modo così forte e marziale da molti anni.
Lo spettro di quel passato non troppo lontano lo leggevi negli occhi dei cinquantenni presenti. Ma, nonostante questo, tutti sarebbero rimasti a Genova, anche il giorno dopo, consci del rischio.
Signore di 60 anni, pensionati, disabili, ragazzini come me, manifestanti navigati ed ultratrentenni: un’onda unita ed impaurita, tremante ma implacabile.
La notte paradossalmente fu freddissima, dormimmo all’aperto protetti da coperte create con i sacchi dell’immondizia, stretti insieme per riscaldarci.
La mattina arrivò presto portando con sè una rabbia nutrita e cresciuta dal rimuginare notturno.
Galleggiavano nell’aria sguardi storti, volti contratti dal dolore.
Io e Tommi, a differenza degli altri, non avevamo vissuto gli scontri del giorno prima ed eravamo terrorizzati, ma zuppi di un’autoimposta carica impavida, regalo dalla paura vera.
Non conoscevo Genova e di conseguenza nemmeno le vie… quando partì il corteo arrivarono le notizie dei primi scontri già alle 11 del mattino: sentivo pronunciare nomi di vie e piazze a me ignote.
Le informazioni erano poco precise ed il gioco del telefono senza filo creava un clima di tensione e frustrazione enorme, mitigato dalla musica che usciva dalle casse montate sui furgoni.
Qualcuno ballava e cantava, provando a rimettere in bolla l’assetto positivo e vero della manifestazione.
Da subito fu lampante la piega presa dalla protesta; si staccavano continuamente gruppi di massimo 50 persone dal fiume di gente, distruggendo tutto, spaccando vetri e bruciando macchine.
Accanto a noi partì un esproprio proletario verso un negozio di alimentari a conduzione familiare, azione che di proletario aveva ben poco.
Il continuo sbombolettare toccava ogni cosa: dalle banche ai bar, fino ad un negozietto di libri antichi.
Più passava il tempo e più i gruppetti “facinorosi” (composti inizialmente in prevalenza da ultras, autonomi e membri di centri sociali) si rimpolpavano con un melting pot di età, classi sociali e credo politici. La situazione stava degenerando e i tentativi di bloccare queste fiammate di violenza inutile avevano come unico risultato quello di innescare risse disgustose tra anziani e baldi giovani fieramente pregni di spirito rivoluzionario a senso unico.
La polizia stava a guardare a 100 metri di distanza, immobile.
Ogni tanto un manifestante armato di casco andava verso di loro con fare tranquillo e magicamente spariva, senza essere toccato.
Un ragazzo disperato si avvicinò alle forze dell’ordine, chiedendo di bloccare coloro che stavano mettendo a ferro e fuoco anche il cemento.
Come risposta ricevette una manganellata in testa… crollò a terra esanime e là rimase per svariati minuti, nella totale indifferenza scandita dalle urla incredule dei manifestanti. Chi provò a chiedere agli uomini in divisa un’ambulanza fece la stessa fine.
Partì a tutti il cervello.
Il germe della violenza si fece strada in tanti. Sbavavamo dalla rabbia, ci scoppiavano le vene dall’ingiustizia così palese, così viva, fastidiosa e detonante; divenne un rumore troppo forte da sopportare senza far nulla.
Il celerino infierì sul corpo a terra con una pedata in testa.
Quel colpo fu l’innesco della rivolta.
La folla fece il suo gioco cominciando a bersagliare la polizia di sassi e molotov, guidata dalla voglia, per molti nuova e scioccante, di annullare una vita.
Chiaramente partì la carica.
Io e Tommi eravamo due cani sciolti, davanti a noi stazionavano le tute bianche: per giorni davanti alle telecamere avevano fatto vedere (condotti dal doge Luca Casarini) le loro prove tecniche di trasmissione per il G8: caschi, maschere antigas e scudi di plexiglas, infiocchettati bellamente da tattiche militari per affrontare le cariche della celere.
Dopo due nanosecondi dall’inizio della carica si dispersero, ed io, novello Mosè, mi trovai dinanzi all’apertura delle acque del Mar Rosso, solo che invece degli Israeliti avevo accanto a me pensionati e ragazzi senza armatura.
Non feci in tempo a scappare, l’aria fu invasa dai lacrimogeni.
Mi levai la maglietta per legarla intorno al volto e, alzando gli occhi, vidi ad un metro da me un celerino, mentre il vento aveva appena spostato il gas.
Ricordo, come se fosse ora, le sue pupille dilatate, così enormi da essere notate dalla visiera.
La prima manganellata mi prese la clavicola; dal dolore cominciai a prenderlo a pugni, ma l’unico risultato fu di spaccarmi le mani contro il casco e farlo incazzare ancora di più.
Riuscii a non cascare.
La seconda manganellata arrivò sulla testa; misi il piede per terra con la percezione di avere la gamba nelle sabbie mobili, mi girava tutto.
Provai a scappare, ma dopo due passi cascai al suolo.
Sentii una mano sotto il braccio:
Frate’, un svenì che sennò so cazzi”.
Uno skinhead romano enorme mi portò via di peso dalle prime linee.
Presi a correre insieme alla gente, avevo perso Tommi ed urlavo per chiamarlo, ma ovviamente non ebbi nessuna risposta (ai tempi io e lui non avevamo i cellulari) e non ci trovammo più.
Dopo qualche minuto fu chiara l’inutilità della fuga… ci stavano caricando da entrambi i lati: a destra e sinistra case e negozi, una strada lunghissima diventata un budello invaso dai lacrimogeni sparati dagli elicotteri e dai cecchini appostati sui mezzi delle forze dell’ordine.
Le urla ed i pianti della gente compressa come bestiame si univano ai rumori di chi vomitava per il troppo gas… fu la carica peggiore. La celere aveva a disposizione un magma umano bloccato da percuotere, mi arrivarono in faccia gli schizzi di sangue del mio vicino, mentre una ragazzina di nemmeno diciotto anni in lacrime cercava i suoi incisivi per terra.
Una signora avanti con gli anni era sotto i piedi della folla impazzita che la calpestava, mentre le sue grida piano piano venivano soffocate dai corpi che le si ammassavano addosso.
La celere non si accontentava di fare a pezzi le prime file, ma andava avanti facendosi spazio tra i mucchi di carne: non esisteva la compassione, ma solo la cruenza, lucida e vivida.
Improvvisamente dal fumo apparve una piccola traversa, un vicolo sulla mia destra… non fui l’unico a notarlo e con un piccolo gruppetto, senza farci vedere, riuscimmo ad allontanarci da quella mattanza, arrivando dopo poco in Corso Italia.
Non capivamo nulla, eravamo disorientati, confusi, nei volti dei miei compagni improvvisati vedevo la mia stessa paura.
Durante la corsa un manifestante greco che era accanto a me finì a terra, credendo fosse inciampato lo tirai su ma vidi subito la sua nuca pisciare sangue.
Era stato colpito da un lacrimogeno sparato altezza uomo; ne arrivò un altro da lontano, la parabola abbassandosi cominciò a far rimbalzare per terra il cilindro fumante; non riuscii a spostarmi… sentii questo pugno caldo nella pancia che mi piegò in due.
Fortunatamente arrivò a fine corsa e riuscii a rialzarmi.
Insieme ad un ragazzo americano presi per i piedi il greco incosciente, ma subito la polizia ci si chiuse intorno e, con dei sensi di colpa giganteschi, scappammo mollandolo sull’asfalto.
Fu tutto inutile.
Degli agenti ci fermarono con l’ordine di unirci al gruppo di ragazzi in fondo alla strada inginocchiati e con le mani sulla testa, immobili sotto il tiro dei mitra.
Ci incamminammo verso il fermo, quando il benedetto yankee mi prese per un braccio (e due)  guidandomi verso il cancello di un condominio.
Suonai contemporaneamente tutti i campanelli chiedendo aiuto, cercando di spiegare quello che ci stava succedendo.
Una signora ci accolse nella sua casa, sapendo bene cosa rischiava.
Ci raccontò che la sua vicina mezz’ora prima aveva ospitato dei manifestanti disperati in casa; il concetto di proprietà privata era probabilmente sconosciuto a quei poliziotti che le sfondarono la porta per arrestare i “fuggitivi”, minacciando di portarla in questura per aver nascosto quei due ragazzini poco più che adolescenti.
Mark, il mio salvatore, era un anarchico di Seattle, all’epoca trentenne e con molta più esperienza e pelo sullo stomaco di me.
Quando tornammo in strada, un’ora dopo, gli strinsi la mano per salutarlo e ringraziarlo.
A quel punto volevo solo andare a casa; vidi sulla cartina che la stazione più vicina era quella di Brignole: iniziai quindi la corsa verso la presunta salvezza.
Quello che feci fu solo entrare nella tana del lupo.
Brignole era chiusa nei giorni del G8; ed era in quelle ore il punto focale degli scontri più violenti… quando realizzai il tutto era troppo tardi per scappare.
Un defender spuntò da dietro sbarrandomi la corsa e spingendomi verso la calca.
Fu in quel momento che persi la testa.
Nel bel mezzo della guerriglia mi misi a sedere su un muretto; lentamente, accesi una sigaretta e chiusi gli occhi.
Chissà, in questo modo magari nessuno si sarebbe accorto di me.
Quando aprii di nuovo gli occhi vidi l’inferno… era una scena surreale.
Un ragazzo venne colpito in volto da un lacrimogeno, la sua fidanzata piangendo provò a tirarlo su da terra: sembrava morto, aveva il naso quasi staccato e la testa china. Un celerino arrivò sul posto colpendo alle spalle la giovane; cascò di schiena e a quel punto il militare alzando la gamba cominciò a prenderle a stivalate il seno, come se stesse schiacciando uno scarafaggio.
Altri due poliziotti tirarono fuori da un’ambulanza due manifestanti feriti e cominciarono a massacrarli, l’autista del mezzo scese per fermarli, ma venne fatto a pezzi a colpi di casco, nel mentre ovunque era guerra.
Sì, questo era quello che avevo davanti agli occhi, nessuno era più al sicuro, ero inerme.
Non c’era più uno stato a proteggerti ed anche se io quello stato lo rinnegavo, sotto sotto, ipocritamente, lo giudicavo l’ultima boa alla quale aggrapparsi in caso di pericolo reale.
Avevo paura di morire per la prima volta nella mia vita e, nonostante i miei 18 anni compiuti da pochi mesi, l’unica cosa che bramavo, anche se rappresentava un tratto lontano dal mio carattere, era l’abbraccio di mia madre, stare al sicuro tra le sue braccia, via da quella follia.
Allora scattai senza pensare, mi buttai dal muretto alto almeno tre metri verso i binari, correndo verso sud, prima o poi un treno l’avrei trovato.
Dopo un tempo che parve infinito arrivai ad una stazione: Pegli o Nervi, non ricordo; pullulava di ragazzi in fuga da Genova, essendo quella la stazione aperta più vicina ad una parte degli scontri.
Mi appoggiai al muro accanto agli orari dei treni, quando vidi accanto a me Tommi.
Ci abbracciammo.
Durante il tragitto per Pisa non proferimmo parola. Quando arrivai in Toscana, la casa (era l’ultimo periodo di convivenza con la mia famiglia) era deserta, i miei genitori erano ad Alghero.
Ero esausto.
Non dormii.

Il fuoco che ci comandò in quei giorni di luglio mi levò il sonno per molte notti.
Cambiai radicalmente l’idea romantica che avevo dell’aggregazione, delle manifestazioni e dell’antagonismo militante tutto, rinforzando pesantemente i contorni neri e pericolosi che attribuivo alla massa, che a volte, anche se munita di grandi ideali, sempre massa becera rimane.
Non vedevo più quella divisione dogmatica tra buoni e cattivi, o meglio, l’idea di divisione che io mi ero fatto nella testa.
Nella bolgia molti diventavano uguali, nella violenza e nella fratellanza.
Tra i manifestanti i termini destra e sinistra persero di significato, eravamo tutti nudi e, al di là del credo politico, saltava fuori la propria vera natura: cinica, caritatevole, cattiva, ignorante, ipocrita, eroica.
Fu uno shock chiamato disincanto.
Una volta tornati a casa ci rendemmo conto di una cosa: in pochi credevano alle descrizioni di quello che avevamo vissuto a Genova.
La maggior parte non lo trovava possibile, credeva fosse stata una manifestazione violentissima, ma ingigantita e romanzata dai nostri racconti.
Ad aiutare questa convinzione ci pensarono le primissime immagini arrivate in televisione (le poche salvate dalla distruzione istantanea delle telecamere da parte delle forze dell’ordine e dalla censura) che non riuscivano a descrivere in toto il clima esasperato del G8.

Le forze dell’ordine presenti a Genova erano corpi scelti in modo certosino: i più cattivi, gente abituata alla violenza, non certo carabinieri addetti al controllo della velocità.
Nonostante le manganellate (e rispetto a tanti fui molto, ma molto fortunato) e la visione di momenti di pragmatica e violenta perversione, non riuscivo ad odiare a priori quello che erano.
Il grido ACAB non lo avevo mai digerito.
Come si fa ad odiare a priori qualcuno?
Comprendo benissimo l’odio istantaneo, circostanziato.
Ma non quello programmato e cieco.
Per me significherebbe odiare l’essere umano stesso.

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone
6 Comments
Leave a response
  • rocco
    28 marzo 2015 at 20:17

    il racconto di questi fatti mi ha lasciato senza fiato

  • Valentina coppetta
    19 aprile 2015 at 13:02

    Grazie Karim per questo racconto, per chi non c’era è importante sapere.

  • Z.
    7 settembre 2015 at 0:02

    Il tuo racconto è semplicemente perfetto, mi ritrovo ogni minima sensazione che hai vissuto. Anch’io ero lì quel giorno, ho avuto la stessa paura e la stessa voglia di essere a casa con mia mamma, anch’io ho provato frustrazione nel non essere creduto dalla gente dagli amici quando raccontavo le scene assurde che ho visto e ho avuto paura, per anni, quando girando per la mia città incrociavo una pattuglia.
    Proprio per questo, però, le ultime frasi non le condivido neanche un po’. Io non sono filantropo, non devo e non voglio amare l’essere umano per forza. L’essere umano è spesso abominevole, e gli sbirri in generale – e quelli del G8 in particolare – sono l’espressione peggiore della forza bruta, dell’ignoranza al soldo del potere, dei robot che non possono ragionare. Lo stato – e con esso il potere – è tale solo perché esiste gente così disposta a difenderlo anche quando è nel torto più totale.
    Molti dei poliziotti di quei giorni sono stati promossi e hanno fatto carriera nel corso degli anni e oggi occupano posti di rilievo che proprio il potere, in cambio della fedeltà dimostrata, gli ha dato. I nomi sono pubblici e li puoi facilmente trovare facendo un po’ di ricerca.

    Poliziotti, carabinieri e finanzieri non si possono difendere in alcuna maniera, non possono farsi scudo dicendo che loro devono solo “eseguire gli ordini”. Anche i nazisti hanno utilizzato questa giustificazione nei processi del dopoguerra.
    Esiste qualcosa che va oltre gli ordini: la dignità e la coscienza. Non puoi macellare una ragazza perché hai ricevuto l’ordine di farlo come non puoi picchiare un operaio perché protesta per un licenziamento ingiusto.

    Dici: “per me significherebbe odiare l’essere umano stesso”. Ma l’essere umano che tu sei – o che almeno rispetti, in generale – è dotato di dignità e coscienza, quindi non vedo perché non dovresti odiarli questi maledetti criminali, perché non dovresti urlargli in faccia ACAB o assassini? Io li odiavo prima del G8 e li odio ancora di più dopo quel giorno.
    Ciao e grazie per il tuo racconto, scritto davvero benissimo.

  • Mattia
    19 luglio 2017 at 16:17

    Grazie di cuore e di fegato da un ragazzo che andava alle medie in quei giorni.
    A Genova è morta la nostra innocenza (che forse non abbiamo mai avuta).

  • Stefano Mineo
    19 luglio 2017 at 16:42

    Brividi.

  • Gaia
    24 luglio 2017 at 1:55

    Grazie per l’articolo! Fin ora non ne sapevo nulla.
    Dopo averlo letto non riuscivo a fare niente, continuavo a ripensare a quelle immagini, così cruente.. Non ho potuto evitare di cercare altre informazioni sull’accaduto. È un bene che dopo anni ci sia qualcuno che ne parli, cosicché anche chi, come me, era troppo piccolo per comprendere possa sapere.

Leave a Response