Freud, Muccino, Pasolini: quale, l’intruso?

Oscenità varie

Muccino Gabriele, il regista dalla pappagorgia in crescita costante, il fratello del fu-zeppola Silvio, l’aedo pop del Parioli, è stato qualche settimana fa investito da una secchiata d’improperi quasi degna dello Schettino post-tragedia. Il motivo? Per chi non lo abbia saputo, mentre molti cercano – me compreso – di uscirle a Maria Elena Boschi, in quel di Facebook, lui se ne è uscito con un post che dava, sostanzialmente, dello sciatto a Pasolini in quanto regista: questa è la vulgata. Io sono andato a leggerlo, quel post, e voglio affermare che Muccino lo motiva, il suo giudizio, e che esso rimane prettamente estetico.

Ciò, quindi, oltre che essere legittimo, rispecchia la poetica che ama Muccino, fatto che orienta una volta di più su una presa di posizione solo stilistica: egli è regista che confeziona prodotti ben cesellati, che cerca l’effetto orecchiabile sullo spettatore, un po’ come Baricco nella scrittura; vuole, insomma, un cinema come oggetto estetico ma all’interno di un mercato. Da questo punto di vista non gli si può dire niente, perché i suoi film (Come te nessuno mai a me piacque, ad esempio) sono macchine funzionali. Sono come Umbrella di Rihanna, o La notte dei Modà, con il personal touch del personaggio pariolino-schizzato ben piantato nella psiche. A mio parere, è proprio dall’Ultimo bacio in poi, che è arrivato al punto di non ritorno: la macchina è del tutto efficace- solo efficace. È infatti così, che è stato notato da Will Smith.

Perciò, nel non essere convinto dallo stile scarno, pseudo-amatoriale, intellettuale di Pasolini, Muccino difende semplicemente la propria posizione: Pasolini, come cineasta, cosa potrebbe essere? Come qualcosa dei Residents, ma più mistico e spirituale? Una Missa di Giovanni Pierluigi da Palestrina con tracce punkettare, anarcoidi? Prendiamo la sua Medea: istintivamente la accosto alla siderale e al contempo carnale, colante sangue Nico di Desertshore in Le petit chevalier, Abschied, o The falconer, immaginandole in una versione ancora abbozzata e in quel modo, date in pasto al pubblico. O a certe canzoni-provino di Ciampi, come Il denaro.

Allora, va a finire che anche se nessuno, tentando un sondaggio veloce veloce fra noi, è d’accordo con l’assunto di Muccino, non si può non accordargli un certo coraggio, avendo detto la sua su un mostro sacro – sacro solo post mortem, non finirò mai di ripeterlo! – su un padre del grande cinema italiano. Ecco che potrebbe entrare in ballo Freud: si tratta forse di un caso di uccisione del padre, esigenza metaforica necessaria, nella crescita del figlio? Il neonato stesso, secondo lo psicanalista viennese, ha questo desiderio perché non vuole condividere la madre con nessuno. La soluzione freudiana rispetto a tale processo inconscio infantile, sta nel patto omosessuale che il bambino stabilisce col padre, un patto di non belligeranza per cui viene riconosciuta ad esso l’autorità; per questo, una volta passati gli anni dovuti, si deve nuovamente volerlo uccidere: perché l’autorità, l’esempio fagocitante, non seppelliscano le istanze personali del figlio; perché la latenza omosessuale pattuita politicamente non lo schiacci.

Ma, pensandoci bene, se i gusti di Muccino sono quelli sopra descritti, Pasolini NON è un padre di Muccino: potrebbe esserlo Frank Capra (sorry, Capra!), o il Mike Nichols de Il laureato (Sorry, Nichols; sorry, Dustin!). E allora?! Allora, voleva forse sentirsi libero di parlare dei propri gusti, togliendosi un sassolino estetico dalla scarpa che, forse, gli faceva tanto male – ahi! – dall’adolescenza. Oppure, aveva freudianamente bisogno di uccidere il padre non rispetto a una presunta paternità cinematografica ma a quella, tout court, di Pasolini come intellettuale intoccabile (oggi) della nostra Italia.

A questo punto, analizzata per come ho potuto la querelle, dico la mia: propendo più per la prima di queste ultime due ipotesi, poiché il giudizio è preciso, ha un obiettivo: riguarda un canone estetico. Il che mi fa scorgere un Muccino non certo coraggioso, semmai un po’ oltraggioso, ma senza volerlo; o in cerca di due schiaffoni mediatici perché l’importante è stare sulla bocca di tanti; o, infine, ingenuo perché, se si vuole esprimere un canone estetico, lo si può fare senza usare un nome che scatenerà un putiferio. Un attimo, però: Muccino, così ingenuo?! No, non per me. Perciò, il mio parere definitivo, costruito nel divenire di questo testo, è che ha detto quel che pensava cercando di desacralizzare, cinematograficamente, un intoccabile (oggi) non solo cinematograficamente parlando.

Io, cercando in modo goffo di emulare Pasolini col suo articolo in favore dei poliziotti nel ’68 – sarebbe bastato solo quel piccolo brano, che ha l’unica colpa d’essere diventato iconico, a fargli meritare il Nobel, assegnato invece alla Morrison, alla Jelinek, a Simon, Modiano, e lasciamo perdere!, tanto è in buona compagnia – sto chiaramente dalla parte di Muccino, se devo scegliere fra due mali: meglio un pittore professionista che si lancia nei rovi dei media, un po’ per vanità un po’ perché ci crede, affermando che Guernica è stato dipinto con colori più meno corrispondenti alle tempere Giotto (vero) e che quindi Guernica è sciatto; piuttosto che l’abnorme grido allo scandalo dei comunisti che tenevano Pasolini a distanza finché era in vita, di coloro che non ne hanno letto una riga ma – filtrato da Fazio, da un centro sociale o da Ascanio Celestini – lo considerano Legge, dai destrorsi che tentano di strumentalizzarlo per la celebre frase sui poliziotti, e in generale di tutti quelli che pensano che la libertà di parola debba avere per forza buon gusto e accordarsi al pacchetto di giudizi del contesto storico; e se fossi un hashtaggaro, partirei subito con un #JeSuisMuccino! Troppo insopportabile, l’onda di disgusto, il termine inopportuno che come una girandola, in questi giorni, ha resuscitato Pasolini dal petrolio in cui egli stesso decise di nuotare, come se il parlarne male fosse qualcosa-che-non-si-fa, pena l’estromissione dai salotti bbene de Roma: io non posso permettermi di mettere in bocca nessuna parola a Pasolini, ma mi piace pensare che, come me, riderebbe dell’intoccabilità assegnatagli in questi anni, visto che dovrebbe – credo – averci insegnato, fra le altre cose, che per amor d’analisi niente, ma proprio niente, dovrebbe essere intoccabile.

Partirei con l’hashtag, sì; ma poi mi viene in mente l’isteria di quei personaggi mucciniani che ci provengono, dal nocciolo dei salotti bbene de Roma; quel gusto semplificatorio dei sentimenti, da Bergman impazzito e fatto di coca ai bordi del Tevere; quelle facce di Will Smith che tenta d’essere un attore credibile, oltre che simpatico. E allora ritiro la tentazione per l’hashtag. Mi limito a scrivere che l’intruso, fra i tre, non c’era; e che il collante capace di unirli per un istante, è chiamato sciatteria: stavolta sì, che c’entra! (Lu Po)

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