Frances, Bowie e la gioia. Il Duca è morto ma grazie a lui noi siamo più vivi

Cinema

Devo la mia tarda (ri)scoperta di David Bowie a un tè equosolidale e all’azzardata abitudine di berne una tazza ogni sera.
Sin dalla primissima notte scoprii di scontare i punti guadagnati in paradiso con una testardissima insonnia, che mi fece ripromettere per una prossima volta di acquistare tè prodotto e confezionato dalla Famiglia Manson.

Non volli rinunciare alle mie routine dandola vinta al tanzaniano, così dopo la seconda notte in bianco impiegai le ore di veglia forzata con la prima di parecchie maratone cinefile. Il pomeriggio crollavo sul divano come un sacco di patate, ma in tre settimane rimpolpai la mia erudizione cinematografica vedendo Easy rider, Il laureato, Il prestanome, La tragedia di un uomo ridicolo, Venere in pelliccia, Boxcar Bertha, Blue Valentine, Lisbon story, A simple life, District 9, Freaks, Aguirre furore di Dio, 127 ore, Casablanca, La vita di Adele, Le canzoni del secondo piano, Au hasard Balthazar, Nebraska, Il nastro bianco, La conversazione, I’m Still Here, Pasqualino Settebellezze, Il porto delle nebbie, Idioten, Chacun son cinéma e parecchi altri, saltabeccando di fiore in fiore.

Fu così che vidi per la prima volta Frances Ha di Noah Baumbach.
In seguito appresi delle sceneggiature a quattro mani per Wes Anderson, della candidatura all’Oscar con Il calamaro e la balena… tutte cose che sul momento non contavano.
Quella notte, semplicemente, mi innamorai di Frances Halladay, una studentessa di danza moderna, goffa, senza un posto nel mondo, adorabile e – checché ne dica – fidanzabilissima.

Con lei sono cascato in un trabocchetto altrimenti odiosissimo – e apro una parentesi: considero i video musicali una peste, una forma di promozione commerciale che distrae e sottrae forza alla musica, col rovescio di far da stampella a brani mediocri con le malie dell’immagine. Un’invenzione del Diavolo su cui Mtv ha campato per decenni.
Naturalmente ritrovo lo stesso fenomeno nei brani diventati nazi-pop in grazia della patina emotiva ricevuta in prestito dal cinema – siano le fisarmoniche sentimentali di Yann Tiersen o il Valzer n°2 di Šostakovič.

Ahimé e per fortuna, uno dei cuori del film è l’omaggio-citazione che Baumbach fa alla corsa allucinata di Denis Lavant nel film Rosso sangue di Leos Carax.

Ma là dove in Rosso sangue le note di Modern love danno spinta liberatoria alle gambe di Lavant, la grazia in B/N di Greta Gerwig ne liberano la carica gioiosa.

Ed è innamorandomi di una figurina che piroetta sulle strisce pedonali di Chinatown che ho amato la sua Modern love.
Dopo quella notte ascoltai o riascoltai Space Oddity, Hunky Dory, Ziggy Stardust, la trilogia berlinese, Young Americans, Let’s dance – in una continua riscoperta di Bowie come del più grande autore di melodie dopo i Beatles.
La discografia si è sigillata venerdì scorso, con lo scheletro di Major Tom nel fatale Blackstar, l’estrema faccia del suo genio. Quanti artisti si sono concessi di morire come hanno vissuto quando sanno che sarà l’ultimo atto della commedia?

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now
Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose

Guardate qui, sono in paradiso
Ho cicatrici che non si possono vedere
Ho drammi, non possono essere rubati
Adesso tutti mi conoscono
Guarda qui, amico, io sono in pericolo
Non ho niente da perdere

Un sentimento indiretto di chi sia stato David Bowie l’ho provato nelle ore in cui la notizia della sua morte stava monopolizzando i social network. Sarà stato per quella Heroes in ripetizione continua – non più una semplice canzone, se mai lo è stata, ma un messaggio universale, proprio come ci si aspetta da un alieno caduto sulla Terra; eppure mi sono sorpreso più di una volta a commuovermi vedendo come tutti abbiano voluto salutare Ziggy, l’uomo che ha ispirato centinaia di artisti, salvandone e ricondizionandone altri (Iggy, Lou Reed).
Non il solito rito virale di chi cannibalizza il feticcio del giorno per acquisirne pochi istanti di visibilità. No. Per qualche ora chiunque abbia perso pure un solo minuto per ricordare David Bowie sembrava farlo con partecipazione.
La sua non è stata una perdita da funerale sotto la pioggia. Mi vien difficile dirlo, ma è stato come se fossero morti i Beatles e tutti ci stessimo facendo forza, dicendo che sì, sono davvero morti, ma che grazie a loro possiamo far partire Sgt Pepper o A hard day’s night o Penny Lane e continuare a ballare:

Let’s dance to the song
They’re playin’ on the radio

David Bowie è morto lasciandoci Space Oddity, Life on Mars, Warszawa, Queen bitch, Five Years, Suffragette City, Moonage daydream, Starman, Golden years, Changes, Look back in anger, Be my wife, Ashes to ashes, Rebel rebel, Drive in saturday, Lazarus, I’m afraid of americans, Valentine’s day e centinaia di altre.
Persino quando non ne capivamo i testi – e pazienza se Major Tom si sente solo, se l’amore moderno non ci attrae e il cuore è in cantina – le canzoni di David Bowie ci hanno sbattuto in faccia la gioia di essere vivi. (palinuro)

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