Flavio Giurato: tra Roma, cantautorato e baseball

Musica

Tè giapponese, con l’acqua di Gubbio. Fa bollire l’acqua in un vecchio recipiente – più antico, che vecchio -, sopra un fornello che a sua volta sembrerebbe molto vecchio, e che invece funziona con un timer elettronico. Cinque minuti, dalle 11:27 alle 11:32 – ma a voce alta fa uno strano conto, dice ventisette più tre, trentadue, a trentadue lo filtra in due tazze e si siede. Sulle mensole della cucina ha un sacco di oggetti, ma definirlo disordine sarebbe inesatto: se ne percepisce un qualche tipo di razionalità.

In Umbria hanno l’acqua buona – dice -, è una terra che somiglia molto alla Toscana, non è uguale ma ci somiglia.

È alto, Flavio Giurato, ed affilato: canuto, la pelle scura e la faccia intagliata nel mogano, mettetegli un cappello di piume ed è lo sciamano Cheyenne di una tribù del South Dakota, mettetelo su una barca ed è un marinaio di Melville. Ha le dita lunghe dei pianisti, e mille palle da baseball sparse per casa, a rivelare una passione e un passato da sportivo – nazionale cadetti di baseball, ma si dice sia anche un buon tennista.  Ha una stanza con un djembe, un pianoforte a coda, un bel po’ di chitarre e una scrivania con un Mac. Sul piano ci sono almeno 40 fogli scritti, forse tutti in inglese. Ha un cane che ci segue e non dice una parola.

Qualche anno fa un amico più grande e profondissimo conoscitore di musica d’autore, me ne suggerì un album: era Il Tuffatore, del 1982, e mi disse è Flavio Giurato, il fratello di quello della televisione, lui è incredibile e questo album è straordinario. Perché mi parve troppo intellettuale, perché pensai che fosse raccomandato, o per una qualche forma di invidia del pene – ascoltai solo la title-track, ed era in effetti un capolavoro – mandai a fare in culo il mio amico e Flavio Giurato. Nel corso del tempo mi sono convinto che Flavio Giurato sia uno dei migliori cantautori italiani di tutti i tempi, e la cosa straordinaria è che è ancora vivo. Con il mio amico sono andato a sentirlo suonare, qualche giorno fa, a ‘Na Cosetta.

Il concerto a ‘Na Cosetta ti è piaciuto? 

Molto.

Pe me è stato scomodo, un sacco di gente e spazi un po’ stretti. Era difficile sentirti bene.

Si mangia benissimo, però. Ho visto da ragazzino un film di Gualtiero Jacopetti, che fece due lavori che si chiamavano Mondo Cane e Mondo Cane 2, girando per il mondo a filmare cose strane. Jacopetti fece vedere che in Giappone davano la birra alle mucche per avere pelle più morbida da usare per gli interni delle auto di lusso. Non avevo mai pensato che quella carne si mangiasse anche, e lì a ‘Na Cosetta hanno questa carne giapponese, fatta in Italia con lo stesso metodo, ed è squisita.
Poi non c’è il palco.

Ti piace esser vicino a chi ti ascolta?

In realtà io avrei bisogno del silenzio, per lavorare, se sento parlare perdo concentrazione e sbaglio. Non ho uno scritto davanti, non ho gli accordi, o le parole, devo ricordarmi tutto. Tra l’altro soffro un po’ di dislessia. Il tè lo prendi dolce? Ti dò il miele, io non ci metto nulla.

Quanto sei debitore di Roma? E Roma, invece ti deve qualcosa?

Chiariamo dove staremo, per Roma Brucia [il festival per il quale questa intervista è stata realizzata]: a Villa Ada. Villa Ada, ovvero Forte Antenne, che è il Forte sui Monte Antenne. Si chiama Forte Antenne perché ai tempi degli antichi romani sorgeva lì una città che si chiamava così, Antemnae, che stava tranquillamente per i cazzi suoi, poi Roma ovviamente l’ha occupata, sai che Roma è arrivata fino al Vallo di Adriano, e si é fermata solo con gli scozzesi, ma a Antemnae c’era una comunità che stava benissimo.
Comunque: a Roma io devo tutto – ci vuoi un goccio di latte, nel tè? Provacelo, è un tè giapponese.

Il 19 luglio 1943 è la data del bombardamento su Roma, la città sacra, che doveva esser inviolabile, e invece fu bombardata. Io ho sempre pensato che avesse un valore strategico, il bombardamento, invece niente, ad esempio Scali San Lorenzo non aveva nessun valore. 25 luglio ’43, caduta del fascismo: gli americani, per farsi perdonare di aver bombardato Roma inutilmente, costruiranno sulla Via Tiburtina la fabbrica di RCA Dischi, un posto magico, dove c’era uno dei più belli studi del mondo, immenso. La RCA sotto la guida di Ennio Melis lavorava sul territorio, lo chiamavano “il cenacolo”, aveva sale dove i ragazzi potevano provare, giravano produttori. Culturalmente era un posto vivissimo, un bene insostituibile per la città. Questo ha creato la famosa scuola romana dei cantautori che tra la Tiburtina e il Folk Studio a Trastevere si è poi sviluppata. Bene, con tutto questo io non c’ho mai avuto nulla a che fare, soltanto in parte con la RCA, perché con Toto Torquati, che è il Maestro che ogni tanto mi aiuta nel mio lavoro e lavorava con RCA, ho fatto un disco. Alla fine però non sono mai rientrato in quel contesto lì, nella scuola dei cantautori romani, che poi son diventati quel che ancora conosciamo.

Quanto i tuoi lavori dipendono dal fatto che sei sempre stato a Roma, esclusa la parentesi a Londra?

La parentesi a Londra è stata fondamentale perché mi ha permesso di vedere altre cose, ma l’appartenenza romana è totale, io a Roma devo tutto. Il territorio è importantissimo, per uno che fa il lavoro che faccio io il territorio è un attrezzo di lavoro, è come uno strumento. Quello che riesco a captare [n.d.r: scandisce molto bene la parola: captare, con una piccola pausa tra la p e la t] dal territorio poi lo metto nelle canzoni. Com’è il tè?

Buonissimo.

Buonissimo.

Ancora riferendosi a Roma, come l’hai vista cambiare? Per te prima era diverso, o era diverso e meglio di adesso?

Questo quartiere, Montesacro, confina col Tufello. Sono insediamenti creati negli anni 20, qui dove siamo adesso è Città Giardino, ed erano tutti dei villini, con dei giardini intorno. Dovevano ricordare le garden city inglesi, mentre il giardino viene da Hollywood, il giardino di Montesacro, intendo [ride]… c’è una cultura che non si può sospettare. Alla scuola dove io ho studiato, quella di Don Bosco che fa da spartiacque tra Viale Carnaro e Viale Adriatico, c’è una targa che ricorda il momento in cui Simón Bolívar compie il suo giuramento di liberare l’America latina dal giogo spagnolo: giura qui, a Montesacro, sulla collina dove i plebei di Roma si ribellarono per la prima volta all’aristocrazia. In più a Montesacro è morto Nerone, alle Vigne Nuove, dove adesso abbiamo il centro commerciale più grande di Roma.

Perché ti dico questo? Perché io al Tufello, per collegarsi all’importanza di captare di cui parlavamo prima, girando una mattina ho sentito questa frase: “Lo sai chi me fa paura, a me? Il Paris Saint Germain.” Ora, una frase del genere era impensabile al Tufello, negli anni della mia infanzia, però adesso è così, ed è inutile dare giudizi morale, o ricordare. Adesso al Tufello fa paura il Paris Saint Germain, dobbiamo prenderne atto, e se possibile raccontarlo.

Parliamo del Folk Studio.

Mai stato in vita mia. Anzi, una volta sì, e ho perso il contatto che avevo, ovvero Giancarlo Cesaroni, che poi è morto.

Ecco: come mai non ne hai fatto parte, di quel contesto?

Dunque, io ho studiato musica duramente, facevo le trascrizioni di Mozart per chitarra, quindi un culo allucinante. Poi sono andato a Londra, nel frattempo ho lasciato il baseball, troppe mazzate sulle mani, e se suoni chitarra e pianoforte le mazzate non te le puoi permettere. Una volta tornato in Italia, i miei contatti erano su Milano, e la scuola romana esisteva già.

Ce l’hai mai la sensazione che non ti sia stato qualcosa di dovuto?

Per quanto riguarda la mia esperienza con le major, le case a proprietà italiana dell’epoca… il mio primo disco [Per futili motivi, 1978] è con Ricordi, poi ho lavorato con la CGD guidata da Piero Sugar, quindi da Caterina Caselli, che ne era la moglie. A loro devo soltanto riconoscenza, questi miei dischi – che hanno già 40 anni – son costati milioni e milioni di allora. Mi hanno dato la possibilità di lavorare a Londra, di lavorare con Ray Cooper, con Mel Collins, con Torquati, Piero Tievoli – mio collaboratore storico – me lo son cresciuto io… Mi hanno scaricato quando hanno visto che non c’era un ritorno economico. In tempi di vacche grasse per la discografia c’era spazio anche per qualcosa che non aveva ritorno, come nel mio caso. Una volta che i tempi d’oro son finiti non c’è stato più margine per produrre certe cose, ma di cosa posso lamentarmi? È giusto così.

La mia esperienza con le indipendenti è stata tragica, invece, con tutti i difetti delle case discografiche grosse senza i vantaggi. Adesso La scomparsa di Majorana è interamente mio, come edizione [si riferisce alla sua Entry Edizioni Musicali], non c’è nessun altro tra me che lo faccio e tu che lo compri. I soldi che mi dai son tutti miei, e saranno investiti in un altro disco, che sarà in inglese, perché è giusto che sia così dopo tanto tempo che lavoro con la lingua.
Con La scomparsa di Majorana io chiudo definitivamente con la canzone d’autore, quel che viene dopo sarà un ritorno al concept, e al film. Questo è l’ultimo disco.

Come lo hai deciso, che questo è l’ultimo?

Molto ha influenzato la morte di Fabrizio de André: a un certo punto mi son ritrovato a pensare “non ci sarà più un disco di De André. È tosta.” Ed è bello poter scegliere, scelgo io. Se ascolti l’ultimo pezzo del disco, che si chiama “La Grande Distribuzione”, capisci che non posso far niente più di quello. È un disco in cui ho fatto tutto quello che volevo fare, c’è un grande lavoro dietro: le tastiere che senti in realtà sono gli armonici delle chitarre, per farti un esempio, ci abbiamo lavorato con Andrea Cozzolino, che è un fonico di 26 anni, uno che ha studiato in giro. Me l’ha presentato Tievoli.

In passato hai detto che la mancanza di tastiere rende i tuoi dischi attuali: non li assegna ad un’epoca immediatamente riconoscibile.

Sì, quella è stata la mia fortuna.

Questo è legato al tuo concetto di canzone di autore? Che cosa è, per te? 

Te lo so dire con precisione. La canzone d’autore è un pirla, uno scemunito che scrive il testo, compone la musica, e poi è in grado di performare in pubblico il suo lavoro. La canzone d’autore è scrivere dieci pezzi ed essere in grado di eseguirli da soli in un locale alternativo. Se ci sono due autori non è canzone d’autore, è musica leggera, è un altra cosa. Mogol-Battisti, che sono una cosa immensa, sono diversi da De André, per riassumere.
E io sono un closer: nel baseball il closer è il lanciatore che arriva alla fine della partita per tenere il risultato, per chiuderla.Questo che ti dico sulla canzone d’autore chiude definitivamente l’argomento: è come dico io.

Parliamo del tuo rapporto con la realtà indipendente, di cui accennavi prima. 

No, non ne parliamo. Non ne parliamo.

Ti spiego: in passato hai detto che “non sono indipendente, perché indipendente è già troppi legami”.

Esatto.

A quali legami ti riferisci?

Nel rapporto di affari io voglio la sincerità, l’amicizia. Con gli indipendenti ci vuole la sincerità, l’ amicizia. Se manca quello manca il resto.

Altra frase tua che mi piace molto, la canti in “La Scuola di Congas”, nell’album Il tuffatore: “se dobbiamo esser tutti americani, spero che saremo i nuovi indiani, una minoranza classica ed elegante”. Quanto il cantautore può non esser autobiografico? In questa frase ti riferisci a te stesso?

A che serve non esser autobiografici? Son vecchie questioni: è tutto autobiografico, anche a tua insaputa… tutto può esser trasposto, oltretutto.

Il tuo album più autobiografico qual è?

Sicuramente Marco Polo (CGD, 1984): l’esperienza dell’occidentale che va in Oriente, il confronto della cultura occidentale con quella orientale, una cultura di migliaia di anni, che lascia senza fiato. La conoscenza, capisci? “Chi siete, da dove venite, dove andate”? Majorana si chiede le stesse cose, guardando le particelle… è lo stesso concetto.

Io Marco Polo l’ho trovato davvero difficile. 

Lo Zen dice: quello che non riesci a sentire per 20 secondi, prova a sentirlo per 20 minuti [ridiamo].

Come lavori? Come scrivi?

Io sono un artigiano romano. Hanno scritto cose imbarazzanti su di me, anche riferendomi a De André, che mi fanno piacere ma non mi sento di condividere. Sono un artigiano che prima di fare il lavoro si accende una sigaretta, quando ha finito si accende una sigaretta e guarda il lavoro che ha fatto. L’unica differenza è che non posso lavorare con la radio accesa, mentre l’artigiano romano ci riesce.

Cos’è l’eleganza?

Quello che ti distingue, è la tua eleganza. Non c’è una sola eleganza, credo.

Credi che sia necessariamente prerogativa di una minoranza?

Questa è una bella domanda. Diciamo che è più facile che lo sia, però chi sono per giudicare l’eleganza, io? I cinesi stessi quando andavano in bicicletta erano elegantissimi, eppure erano molti… adesso che sono diventati come noi magari lo sono un po’ di meno…

Una volta dicesti che non conosci Piero Ciampi perché i suoi dischi sono introvabili, esattamente come lo erano i tuoi: come ti poni, ad esempio, nei confronti di Spotify, che rende tutto accessibile a tutti, compresi i tuoi dischi?

Non l’ho mai usato, non sapevo cosa fosse fino a poco tempo fa, quando ci hanno messo anche le mie cose. Riguardo Piero Ciampi, io devo averlo incontrato alla RCA, e in quel momento ad esempio ti rendi conto che non è più eleganza, è mito. All’ascolto ci sono arrivato un po’ tardi grazie al giornalista Ernesto De Pascale, perché ho vinto un premio legato al Premio Ciampi, nel 2003, quindi sono andato a Livorno e ho fatto la mia parte di spettacolo in un teatro gremito…

Lo so, ma è l’edizione in cui la gente era lì per Ligabue…

Sì, però io l’ho fatti piangere, Ligabue no [ridiamo]. Quando ho suonato la mia canzone dedicata a Silvia Baraldini li ho fatti piangere.

Cosa t’aspettavi, quando hai iniziato a scrivere? Sapevi fin dall’inizio che avresti avuto una risonanza ridotta, che i grandi numeri non sarebbero mai arrivati?

L’ho sempre saputo, ma la mia grande qualità è che me ne sono sempre fottuto. Non si deve muovere un centimetro nei confronti del farli arrivare, se arrivano va benissimo, ma non si deve far qualcosa per far che accada. Adesso c’è questa generazione di ragazzi… per me sarà importantissimo – sarà mezz’ora, giusto? -, in questa mezz’ora a Roma Brucia sarà importante non mettermi a fare il portaborse dell’ultimo disco, come se dovessi farlo perché è in uscita, e serve promuoverlo. Devo fare scelte in base a quel che mi sento di fare nel momento in cui c’è il concerto. Ho sempre fatto così, scelgo le canzoni da suonare uno o due giorni prima, al massimo.

Hai rimpianti? 

Come fai ad aver rimpianti?

Io ho fatto anche il dirigente nel tennis, ho visto come giocava John McEnroe. McEnroe si incazza come una bestia ad ogni partita, in una finale di Wimbledon riesce a spaccare tutto dopo mezz’ora perché ha sbagliato una palla. Ma quella finale finisce dopo 3 ore, capisci? Bisogna vedere alla fine quel che succede.
Ci possono essere incidenti di percorso, gente che si mette tra te e quel che vuoi fare in maniera sgradevole… la mentalità sportiva aiuta molto, a me ha aiutato molto.

A proposito, tu giocavi a baseball…

È un grande sport, ci sono gesti atletici bellissimi, ma sono un po’ nascosti, vanno saputi riconoscere.

… io non ho mai visto una partita.

È molto semplice: i lanciatori lanciano, i battitori battono, i corridori corrono [ride].
Riguardo alla mentalità sportiva: io mi alleno, per lavorare. Ad esempio, nel periodo in cui scrivo, non mangio prima delle 16. O mangio e digerisco, o compongo, mi serve una disciplina, mi serve tener fuori le sostanze che mi fanno male. L’altro giorno ho visto uno che si bucava, non lo vedevo da un po’. Bisognerebbe rivedere il rapporto che abbiamo con l’assunzione di sostanze, cercare di parlarne in maniera più esplicita, in modo più chiaro. Se tu pensi che in questo Paese abbiamo messo in galera chi si coltiva una pianta… È proprio una questione che ha a che vedere con una mentalità, in generale.

Come ci influenza, il Vaticano? Riferendomi al tuo discorso sulla mentalità del Paese.

Eh, il Vaticano… che deve dire il Vaticano? Ultimamente dice cose molto belle, è una presenza enorme. Incombe quasi, sul mio lavoro è sempre stato presentissimo.

Senti, cambiamo discorso: i musicisti che adesso suonano con te son molto giovani. Ti aiuta suonare con gente più giovane di te?

Io sono molto difficile, per me è difficile suonare con le persone. Mi trovo male anche umanamente, se lo basi sul fatto che sia solo una professione.. le fatture, i conti dei ristoranti diventano più importanti delle scalette, delle cose che suoni. Coi ragazzi c’è una grande intesa, a livello umano. Suonare insieme è l’unico posto dove mi posso trovare.

Vuoi altro tè?

No grazie, ma molto buono.

Sono maestro di tè. Fumiamo, andiamo su in terrazzo.. se non c’è troppa luce continuiamo.

Bene, dunque, come ti ho detto il festival vedrà un sacco di gruppi giovani. Quali sono le cose che chi inizia a imbracciare uno strumento, a scrivere le proprie cose, deve tenere a mente?

Cè un vecchio libro che regalai tantissimi anni fa a Piero Tievoli  che è Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel. È la storia di uno che ci mette quattro anni solo per imparare come tendere l’arco, e poi c’è finalmente il gesto, il momento in cui tira con l’arco. È il concetto di pensa, non suonare, che diventa non pensare e suona. Non c’è altro. La grande industria questa cosa l’ha tradotta con just do it, la Nike. E altro consiglio: mantenere l’onestà, con te stesso, con gli altri, con gli strumenti.

Cosa ascolti? So che hai conosciuto Nick Drake, so che ti piacciono i Radiohead, e so che ti piace Mango. Sicuramente sei un tipo versatile. Mi stupisce la passione per Mango.

Con Drake ci siamo incontrati a Londra, incontro strano, era una di quelle persone che ti folgorano. Andava in palcoscenico e non diceva una parola, né buongiorno né buonasera. Mango secondo me andrebbe riascoltato, è espressione di un territorio, ha bellissime cose. I Radiohead li ho sentiti a Firenze, e hanno alcune delle chitarre che uso anche io.
Adesso ascolto molta radio, quando faccio da autista alla figlia più piccola. Conosco praticamente tutto di quello che va in radio adesso, da Bruno Mars a “Take Me to Church” [l’accenna], mi piacciono molto. È bella roba, di qualità, fatta bene, cantata bene.

Non l’avrei mai pensato.

Guarda, io vedo tutto il Festival di Sanremo da quando son ragazzino. L’apparizione di Modugno è stata fondamentale, per me.

Lo guardi ancora?

Sempre. Sempre. Ci fu un anno solo in cui non venne trasmesso in televisione, ma solo per radio: io lo registrai tutto [ride], ho ancora le cassettine… Ti dà lo stato del Paese, Sanremo.
C’avrei anche possibilità di andarci, con i Camillas, che stasera sono in finale a Italia’s Got Talent, e io coi Camillas ci lavoro.

Sì, so che ti considerano una sorta di padre.

Sì, hanno detto a mia figlia “anche noi siamo figli di tuo padre”, esatto.
Mi fa piacere che i ragazzi abbiano fatto quel che hanno fatto, credo che riusciranno ad andare a Sanremo, sono sicuro. Il sogno mio è di andare a Sanremo con loro, come direttore d’orchestra.

Conosci Willy Brezza?

No.

Ecco, è stato un direttore d’orchestra di Sanremo, io vorrei andare con la giaccia di Willy Brezza, ispirata da Willy Brezza, copiata da Willy Brezza! Oppure proprio la giacca di Willy Brezza, se mi sta… [ride]

Senti, ti manca qualcosa? A livello professionale, intendo: qualcosa che non hai fatto, qualcosa che avresti voluto raggiungere.

Io faccio scomparire Majorana per approdare a un altro mondo che mi appartiene, che è quello del cinema romano. Il cinema a Roma è una questione che riguarda una serie di famiglie, è un lavoro che si passa di generazione in generazione, e io appartengo a una famiglia che è del cinema romano, sicuramente. Quindi il prossimo progetto sarà un film per il cinema, uno spaghetti western, che però avrà anche gli indiani, che negli spaghetti western non ci sono mai. Poi mi mancano delle chitarre, devo comprare un’acustica di Piero Tievoli, che è liutaio, sono chitarre esoteriche. Per ora ho solo una sua classica. Poi che mi manca? Non mi manca niente. L’artigiano romano la bottega ce l’ha, e deve funzionare. L’ispirazione è un meccanico del quartiere, dietro Viale Somalia, che lavora 6 giorni su 7, e la domenica va in officina a pulire tutti gli attrezzi.

Sarai regista, del film? 

L’ho scritto e lo dirigerò. Avrà anche una colonna sonora.

Tua, ovviamente.

Certo.

Ultima cosa: riesci a dare una definizione di te stesso?

È molto imbarazzante, come domanda, per me. Non farei mai parte di un club che vede me stesso tra i suoi soci [ride]. Definiscimi come ti pare, mi puoi chiamare anche con un fischio, io mi giro.

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