Fifa e Blatter: scandali Mondiali (seconda parte)

Storia e attualità

(Continua dalla prima parte, che trovate qui…)

Avversari di Russia e Qatar per l’assegnazione della Coppa del Mondo erano Inghilterra, Australia e Usa, però la reazione di Washington e il furore inglese contro Blatter vanno ben oltre la ripicca, ponendosi a pieno nel campo della politica internazionale. Le edizioni 2018 e 2022 sono apparse da subito in qualche modo collegate – secondo alcune fonti Mosca e Doha avrebbero lavorato in tandem, confermando la cooperazione con un accordo petrolifero in Siberia, – così come rapidamente sono emerse voci su voti di scambio e casi di corruzione, addirittura con pagamenti in scorte di gas naturale. Ecco quindi che entra in scena una delle due figure chiave dell’inchiesta statunitense, Michael Garcia, procuratore di New York con una carriera anche nella lotta al terrorismo. Garcia è chiamato da Blatter nel 2013 per indagare sul malaffare legato ai Mondiali in Qatar e, lateralmente, a quelli in Russia, ma si trova già dall’inizio in un clima ostile – i computer della delegazione di Mosca, tanto per dire, spariscono nel nulla.

Nel 2014 Garcia presenta il proprio rapporto, che tuttavia è pubblicato quasi del tutto censurato (300 pagine ridotte ad appena una quarantina), mentre la Fifa derubrica gli episodi di corruzione a semplici fatti non circostanziati. Il procuratore si dimette e a dicembre comincia a collaborare con l’Fbi, che già da un anno poteva contare sulle informazioni di Chuck Blazer, ex uomo forte della Concacaf (la Federazione del Nord, Centro America e dei Caraibi), arrestato per evasione fiscale e pentitosi. L’inchiesta di Washington va avanti rapidamente nei primi mesi del 2015, fino ad arrivare agli arresti del 27 maggio, ai quali seguiranno altri mandati di cattura e l’estensione dei sospetti a Jerome Valcke, braccio destro di Blatter implicato in un giro di tangenti sulla direttrice Sudafrica-Caraibi (l’epicentro dello scandalo) per ottenere il torneo del 2010.

Come si diceva poco sopra, 2018 e 2022 appaiono agli inquirenti e agli osservatori indissolubilmente legati, se non altro perché la comune ostilità da parte dell’Occidente (soprattutto negli Usa, nel Regno Unito e in Scandinavia) conduce Mosca e Doha ad allinearsi dalla stessa parte, nonostante politicamente tra i due Paesi persista qualche dissonanza. Proviamo però a illustrare alcune caratteristiche del Mondiale del 2022 muovendoci fra tre immagini, che poi sono le stesse che hanno dato il via all’interesse specifico degli Stati Uniti: l’aspetto giudiziario, la dimensione geopolitica e la questione dei diritti umani.

EPISODI DI CORRUZIONE – Dall’inizio l’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar ha destato profondi dubbi sulla regolarità del procedimento. Il fulcro dell’indagine è Mohammad bin Hammam, sostenitore di Blatter nel 1998, presidente dell’Asian Football Confederation, candidato alla presidenza della Fifa nel 2011 e cacciato dall’Organizzazione per corruzione. Secondo i documenti emersi, bin Hammam (che pure non aveva alcun ruolo nel comitato promotore per Qatar 2022), avrebbe mosso tangenti per 5 milioni di dollari verso i delegati dell’Africa – una Federazione che al congresso del 29 maggio ha votato all’unanimità per Blatter e che tuttora costituisce quantitativamente la base più forte per lo svizzero. Il Qatar ha ammesso di avere in qualche modo coinvolto bin Hammam, ma ha smentito categoricamente – ovvio – che il dirigente sia stato incaricato di contattare i delegati della commissione giudicatrice. Secondo le indagini appare evidente che bin Hammam abbia fatto circolare i soldi, però non è chiaro se questi servissero per portare i Mondiali in Qatar o per vincere la corsa presidenziale alla Fifa. Contestualmente sono emerse anche informazioni circa un pagamento, ancora per i rappresentanti africani, in scorte di gas naturale: e dove ci sono gli idrocarburi, c’è sempre la politica.

CONFLITTI GEOPOLITICI – Grazie alla ricchezza accumulata tramite l’accoppiata petrolio e finanza, il Qatar dispone degli strumenti necessari per creare scompiglio nella comunità internazionale. Doha è stata una delle capitali più attive nei trascorsi cinque anni, soprattutto dopo il fenomeno delle Primavere arabe, dal 2011 in poi. La linea della Casa regnante degli al-Thani nella politica estera recente è sempre stata piuttosto coerente: sostegno diretto agli attori islamisti in Nordafrica e Medio Oriente, che si tratti della Fratellanza musulmana in Egitto, dei combattenti religiosi contrari ad Assad in Siria, del Governo di Tripoli in Libia o perfino di gruppi terroristici sparsi nella regione. Un’impostazione in aperto contrasto con gli interessi occidentali e sauditi. Il Qatar ha proseguito la propria azione anche tramite lo sport, soprattutto con il calcio. Qualche esempio oltre ai Mondiali? Gli investimenti del fondo sovrano qatariano in PSG e Manchester City. Oppure la costante selezione di giovani giocatori africani sballottati tra il Medio Oriente e l’Europa. La stessa organizzazione del torneo nel 2022 è una sfida aperta alla tradizione calcistica mondiale, perché, considerate le temperature in Qatar, la Coppa sarà giocata tra novembre e dicembre, stravolgendo i campionati e causando un’onda d’urto sui calendari che potrebbe ripercuotersi per un paio d’anni. In questo senso Doha ha imposto una prova di forza e l’ha vinta.
Tornando all’àmbito prettamente politico, il Qatar non è certo amico dell’Occidente e il sospetto è reciproco: i suoi interessi sono antagonistici a Europa, Stati Uniti e Arabia Saudita in Africa e in Medio Oriente, poiché gli al-Thani sostengono attivamente anche coloro che in alcuni contesti possono essere definiti terroristi, veri e propri nemici innanzitutto degli stessi musulmani.

LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI – Prima di passare al vero scandalo legato al Mondiale 2022, ossia la violazione dei diritti umani dei lavoratori, può essere interessante citare qualche dato demografico. In Qatar vivono tra i 2 e i 2,2 milioni di abitanti, quasi tutti a Doha. Quanti sono i cittadini qatariani? Circa 220mila, ossia il 10% della popolazione. Il rimanente 90% è composto da immigrati per lo più asiatici: solo un milione tra indiani (550mila) e nepalesi (400mila). I cantieri per la costruzione di stadi e infrastrutture in vista del 2022 non sono dissimili da campi di prigionia: turni di 10-12 ore a temperature di oltre 40 gradi per circa 200 dollari al mese – che però non sono versati con cadenze regolari. Ovviamente – pare anche superfluo citarlo – sicurezza, assistenza e sostegno sono pressoché inesistenti. Per quanto il Qatar si affretti a smentire tutto e respinga le accuse, secondo varie Organizzazioni internazionali i lavoratori morti sarebbero già intorno ai 1.200, con calcoli che stimano 4.000 vittime entro la conclusione delle opere. C’è di più, però: i migranti sono schiavi legalizzati senza possibilità di abbandonare il Qatar, dato che il loro passaporto è sequestrato dai datori di lavoro. Si tratta di misure che sono inserite all’interno della kafala, un istituto del diritto islamico che prevede – detto in modo molto rapido – la tutela di un soggetto nei confronti di un altro soggetto privo della capacità d’agire. Per intenderci si applica la kafala per la protezione dei minori, risultando per certi versi equiparabile a una sorta di affido. Diversa è la questione quando si parla di lavoratori, laddove questi finiscono per essere in tutto e per tutto assoggettati al datore – vero padrone, – con forti limitazioni alla libertà personale. Con questo sistema, per esempio, gli operai immigrati subiscono la requisizione del passaporto, ricevono lo stipendio secondo l’arbitrio dell’azienda, oppure, addirittura, viene loro impedito di cercare un nuovo impiego una volta terminato il rapporto di lavoro, cosicché i migranti si trovano costretti a rimanere nei cantieri in Qatar senza stipendio, né documenti. Alle accuse mosse dalla stampa britannica e statunitense, Doha ha risposto con un comunicato nel quale si spiega in modo singolare la posizione del Governo: forse potrebbe essere vero che finora siano morti 1.200 operai, ma non è detto che per tutti la causa sia proprio il lavoro. In Qatar, infatti, è molto caldo ed è elevato il numero di decessi tra i migranti, in particolare se privi di alloggi con aria condizionata. Dopo tutto – e davvero il comunicato afferma così, non è uno scherzo – quei lavoratori sarebbero potuti morire per problemi cardiaci anche a casa loro. Tutt’al più il Qatar si impegna a costruire rapidamente nuove case climatizzate per 250mila persone. Questo, come ha titolato il Washington Post, è il prezzo della corruzione nella Fifa

(Beniamino Franceschini)

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