FAME!

Musica

Cascano come pere dall’albero del Suono, in questo inizio 2016, i musicisti. Anche per chi si era svegliato pigramente dall’ultimo capodanno, è stata subito evidente l’epidemia letale per la quale, secondo me, gente come Neil Young si sta toccando da tutte le parti, per non entrare nel novero dei musicisti di un inverno di sangue.

Il primo che è risultato come una sberla universale (Lemmy rappresenta un contesto vasto, ma culturalmente di settore) è stato David Bowie. In assoluto, credo fosse uno dei due o tre in grado di generare un tale dispiacere coniugato all’impennata, nelle classifiche internazionali, di tutta l’opera. Perché Bowie ha saputo essere grande personaggio, attraversare più epoche cavalcandole o dettandole, come uno Jedi di riferimento per Madonna; è apparso in alcuni film; è stato un bell’uomo, sul quale l’età continuava a posarsi con estrema cautela; perciò, conosciuto anche dal tipo umano che, proprio, non ha mai ascoltato nemmeno Heroes o Space oddity.

Soprattutto, perché in questo camaleontismo androgino e signorile, ha saputo essere più volte iconico, ovvero: lo scontro fra europei e l’Islam è molto, molto più del dibattito italiano sulla croce nelle aule scolastiche; ma, per semplificazione, per fosforescenza naturale dei simboli rispetto alla complessità, è sulla croce nelle aule, che si annoda tutto il resto. Così accade con le icone musicali, cinematografiche, pittoriche, intellettuali, politiche. Ecco – a parer mio – spiegato perché alcuni critici di fama si sono arrovellati a diminuire l’importanza storica di Bowie: il peso della qualità musicale viene sovrastato dall’icona, dalla fame, confuso con essa; alla stessa maniera, si è affermato che i Beatles non avrebbero inventato niente, nel loro camaleontismo-enciclopedismo musicale, ma avrebbero soltanto tratto, da ogni novità o moda del momento, il prodotto perfetto.

Naturalmente, allora voglio dire la mia, sull’argomento!, senza stare nemmeno a soppesare se i motivi di certe relativizzazioni siano a prova di bomba o no, poiché non credo sia quello il punto: per ogni Dylan celebrato spunterà sempre un Red Ronnie che ricorderà a tutti come Phil Ochs sia musicalmente stato più radicale del menestrello di Duluth (NB: “per ogni Dylan stride un po’”, mentre “per ogni Red Ronnie” già meno, non vi pare?!). Si tratta, in breve, della questione racchiusa nel tragicomico aggettivo seminale   ̶  tragicomico per colpa dei siti musicali, che ne abusano  ̶  cioè su chi sia stato il primo a far germogliare qualcosa di nuovo; io, credo che tutto si dissolva nella pacifica realtà che il nuovo, senza un veicolo efficace, non è che una piccola parte di quel nuovo stesso, perché nel campo dell’espressione l’idea e la sua realizzazione, la forma e la sostanza o compartecipano, o espressione non è. Prendiamo allora in considerazione uno degli spartiacque storici del critico musicale: se esaminare un autore in base alla sola qualità musicale, o aggiungendovi tutta l’aura che promana dall’autore (se è morto giovane o no, se è magnetico più che talentuoso, se le canzoni che canta sono fragili ma rappresentative e così via). Siamo sicuri che sia possibile scomporre fino all’ultima stilla un prodotto dell’espressione da ciò che esprime? In base a una valutazione del genere, qualsiasi pianobarista sa che Baglioni o Masini valgono armonicamente più di Battisti, Guccini o Amazing grace e Love me tender: i gusti sono soggettivi però dai, non scherziamo! Si ritorna così all’assioma del necessario matrimonio fra forma e sostanza. Ecco, si potrebbe affermare che quando il matrimonio è di convenienza, prima o poi scoppierà, nell’ipocrisia degli amanti o delle separazioni in casa; altrimenti, resisterà al tempo: ditemi un solo autore, un solo gruppo che è rimasto vivo nella memoria storica (o anche resistente al tempo in senso letterale come per i Rolling Stones) e che in fondo non lo meritasse, al di là dei gusti personali. Tutti sanno che Elvis Presley non era la più grande voce del suo tempo, che non ha inventato lui il rock and roll e in più, il rock and roll che ha magnificato era a sua volta la versione sbiancata di quello black, e che l’operazione di sbiancamento è dovuta al black Chuck Berry, non certo a Presley, e che… Mi sono spiegato?! Eppure, come si fa ad affermare che Elvis non è piantato come una bandiera sempre al vento nella storia della musica? Mi viene in aiuto Shakespeare: egli era fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

Una discussione più tranquilla sulla grandezza di Bowie non può, secondo me, fare a meno di tale materia, solo perché è stato fra coloro che ha saputo bene usufruirne. Vorrei però lasciarmi andare anch’io a una considerazione prettamente musicale sul Duca bianco: come qualcuno sa, in una vacanza estiva in Italia, ascoltava spesso Battisti (il chitarrista di fiducia di Bowie, Ronson, coverizzò Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi… ribattezzandola Music is lethal, e notizie non ufficiali riportano che il testo in inglese l’abbia firmato Bowie stesso): Battisti è – non solo, ma anche – la grandezza della semplicità melodica; quella semplicità regalata dagli Dei ai grandissimi. Pensiamo allora a un giovane Bowie che, dopo aver cercato una strada personale per un po’, abbia preso la chitarra e abbia composto Space oddity; e poi Starman; e poi Life on Mars?; non sono semplici e geniali melodie che più melodie non si può allo stato puro, tali e quali a quelle di Battisti? Eppure, Bowie non è concepito principalmente come un cantautore. È qui che sta – solo musicalmente parlando! – una sua innovazione: aver coniugato la melodia pura, di chi compone in una stanzetta, di notte, senza per questo entrare nel calderone semantico del cantautorato ma in quello del glam, della sperimentazione, delle varie maschere, come un Pessoa del rock. L’ha fatto per la fame (in italiano) della fame (in inglese), perché amava la musica, per divertirsi, perché prevedeva che con Lennon avrebbe scritto, un giorno, Fame, non lo so; so che gli è riuscito, però! (lu po)

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3.5 su 5 stelle

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