Eindhoven Psych Lab 2016: una due giorni di gustosa psichedelia

Musica

Ok amici di Dirt, lo sapete, è quasi estate, i vostri attributi sono all’aria aperta pronti a farsi pestare a sangue da stucchevolissime pubblicità del cornetto, pischelli che smarmittano verso la prossima meta d’amore, caldo appiccicoso che nemmeno nel Mojave, insomma: in alto i calici, il tempo libero regna sovrano, almeno per i pochi fortunati che non sono in cassa integrazione in questo momento, o che comunque per motivi a noi ignoti non hanno un cazzo da fare da mane a sera e si sorbiscono tutte le belle tiritere che noi, l’iper-professionale team di DIRT impacchettiamo con cura e spediamo dritte dritte sul vostro PC.
E’ ovviamente anche il periodo di festival musicali e, a fronte della scarsissima offerta nostrana, andiamo a proporvi una chicca che viene direttamente dai Paesi Bassi, terra di poeti, santi, Ruud Gullit, piante strane, mulini a vento e biscotti fotonici. Se siete affamati di acidi e decibel, beh, non potrete di certo ignorare l’Eindhoven Psych Lab, giunto quest’anno alla sua terza edizione, che si svolgerà il 10 e l’11 giugno all’Effenaar, un grande auditorium sito nel centro esatto della città.
Un festival dunque abbastanza “giovane”, se mi passate il termine, ma tutto sommato agguerritissimo e con proposte sempre più originali da affiancare ad una line-up di tutto rispetto, che vede avvicendarsi su due palchi (il “Main Lab” e l’”Observatory”) tanta bella gente che ha reso la psichedelia dell’ultimo decennio un bel mattone di LSD da inghiottire, e di gusto; una bill prevalentemente legata al vecchio continente, perché si punta alla Svezia con i pittoreschi GOAT (che al contrario sembrano provenire da chissà quale villaggio dell’Africa centrale), che infiammeranno il palco principale nella serata di sabato, preceduti nel compito dai britannici Temples, sulla cresta di un’onda che ha visto il lento recupero di certe sonorità sixties ma ancora attesi al varco per il secondo disco, il successore di quel “Sun Structures” che tre anni fa fece felice un po’ tutti, anche un certo Noel Gallagher. Ma dice, quello è felice pure se mena sodo il fratello, c’ha i gusti strani lui.
Vabbè, scorrendo tra i nomi troviamo 3 band “estere”, ed un outsider notevole tra questi: parlo degli americani Parquet Courts, che forse hanno poco a che spartire con la psichedelia (il loro sound ricorda molto un incidente d’auto tra i Birthday Party e i primi Talking Heads), ma che, vuoi la coincidenza, vuoi il caso, hanno anche preso parte alla mecca mondiale dei suoni sciroccati, ovvero l’Austin Psych Fest di quest’anno; come non citare poi i Föllakzoid, autentica bomba a mano straight outta Santiago che però si diletta con krauti ripetuti e asfissianti da Germania Ovest, un lucidissimo e folle tunnel sonoro. Terzi, ma non ultimi, i veterani White Hills, che ormai da circa un anno e mezzo portano in tour il loro ottimo “Walks for Motorists”(2014, Thrill Jockey), album che ha segnato la classica svolta nel sound del duo newyorchese, anche se i fuzz a manetta e le colate laviche di wah-wah ci sono sempre, no te preocupes hombre.
Altri nomi (più o meno) noti, sicuramente interessanti, che prenderanno parte al festival: GNOD, apocalittici e brutali, escono quest’anno con “Mirror”, miscela di jazz, industrial, campioni sonori, dolore uditivo. Portate i tappini. Hills, nordici ma mai glaciali, anzi, un caleidoscopio di suoni psichedelici che affonda le sue zampe unghiate nella carne di antenati quali Hawkwind e compagnia intrippata from outer space; è da poco uscito il loro primo live album e potrebbe essere un antipasto abbastanza fedele di ciò che vi aspetta sul main stage dell’Effenaar. Altri nomi: space rock strumentale firmato Radar Men from the Moon, i tedeschi Camera che hanno in extremis sostituito i dimissionari TRAAMS, i canadesi No Joy, shoegaze indipendentemente dal fatto che quei piedi li stiano fissando o meno (mente il suono è “in-your-face e deliziosamente punk nell’attitudine), la jam band Papir, ma anche viaggi stratosferici con The Oscillation (in uscita il loro “Monographic”) e le atmosfere sognanti, quasi cinematografiche del francese Forever Pavot, tra Kubrick, Morricone, il western e la psichedelia da camera.
Ma insomma a noi questo Psych Lab piace anche perché qui si fa come a Sanremo, ci sono le nuove proposte, giovani rampanti e carichi come molle pronte a stupirvi, a cogliervi in contropiede e farvi cadere la mascella nel birrone ghiaccio che vi state bevendo; giusto per citarne alcuni: gli olandesi Iguana Death Cult, fedeli al dio garage, che giuocano in casa (come gli Audacity) ed avranno pure l’onore di suonare da ultimissimi nel secondo e ultimo giorno di festival (alle due di notte all’Observatory), ma anche Josefin Öhrn con il suo gruppo The Liberation, nuova scoperta di scuderia Rocket Recordings (ascoltate l’esordio su full-length “Horse Dance”, poi se ne riparla), oppure i belgi The Germans, descritti con un lapalissiano “The Beatles meets Can in 2023”. Storico.
Quest’infornata feroce di nomi non è niente però rispetto alle autentiche chicche che attendono i fortunati partecipanti al festival, quale uno spazio completamente predisposto all’utilizzo di sintetizzatori modulari, il “Modulab”, ideato dall’ingegnere sonoro Steven Robbers, ma anche varie installazioni audio-video e un personale vestito a festa con camici da dottori e mascherine. Il pout-pourrì di nomi noti e meno noti ha senso quando i bravi ragazzi dello Psych Lab ripropongono anche quest’anno una buona usanza del festival, ovvero le “fuzz wars”, o jam, come le volete chiamare, che coinvolgono alcuni dei nomi in cartellone: la sfida a colpi di decibel più attesa e senza dubbio quella tra i Radar Men from the Moon e gli GNOD; preparate i tappini, secondo round.
E’ abbastanza?
Come usava dire il buon zio Timothy, “turn on, tune in, drop out”.
Ci vediamo a Eindhoven, canaglie.

(Tommaso Bonaiuti)

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5.0 su 5 stelle

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