EINDHOVEN PSYCH LAB. (Live Report)

Musica

“Niente figa cumpà, sto accanto a nu’ capellon!!”; il mio occhietto sinistro, vispo e lesto delle sei del mattino intercetta nel suo appannato campo visivo il messaggio che il buzzurro seduto a fianco a me su un aereo di linea olandese sta digitando sul cellulare. Ti è andata male, ciccio, ma hai ragione: sono un capellone, è lapalissiano. E me ne sto andando in un luogo dove di capelloni, fricchettoni della prima e dell’ultima ora, poeti santi e navigatori ne trovi quanti ne vuoi. E sono tutti delle gran sagome, tipo.
Ok, l’olandese volante mi sta portando, questa mattina, a Eindhoven, dove si sta per tenere la terza edizione dello Psych Lab, un evento & luogo in cui i pesi massimi, i medi ma anche le nuove leve della scena psichedelica perlopiù europea si esibiscono e, talvolta, si “scontrano” sui due palchi allestiti all’interno dell’Effenaar in jam al fulmicotone. Ma questo non è un grande festival, non poggia su nomi altisonanti ma sull’aiuto di etichette, come la Rocket, che nei duemila stanno portando avanti un discorso nel middleground sonoro che si lega alle sonorità acide ed alle sperimentazioni; una terra di mezzo in cui collocare inevitabilmente lo Psych Lab come piccola isola felice per gli amanti del genere, e non solo: già nel primo giorno, che vede come principali performers i britannici Temples, troviamo tracce sonore ben distanti dalla psichedelia, che però lo stonatissimo pubblico presente pare non aver disdegnato affatto.
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Ma andiamo con ordine, la fredda cronaca:
giungo all’Effenaar poco dopo l’apertura delle porte, e il luogo (che altro non è che un enorme auditorium) si palesa già come una sorta di mecca dei disadattati; intercetto le prime creature selvatiche a bordo di bici, skate, deltaplani, maiali aereostatici, ma ancora non c’è molta gente. Entro quindi in questa specie di Greyskull post-moderna con le pareti di vetro e scalinate con i praticissimi scalini all’olandese, che se tuo malgrado hai deciso di venire al festival vestito da Gabibbo o da Giuliano Ferrara hai un buon 85% di probabilità di volare in fondo ai gradini dopo 3 passi. E’ solo un piccolo inconveniente architettonico che i nostri efficientissimi amici tulipani troveranno il modo di risolvere, tipo nel duemilamai. Intanto, nel Main Lab (palco principale) si sta già esibendo il primo gruppo della giornata, ovvero The Future’s Dust, e io, da buon reporter ligio al dovere, mi concedo il privilegio di ignorarli totalmente per setacciare la venue in lungo e in largo come un cane poliziotto: rimango oltremodo sorpreso dalla coerenza e stranezza dell’ambiente, che effettivamente sembra un grande laboratorio, con bottoni rossi da schiacciare per aprire porte scorrevoli, staff e addetti ai lavori vestiti a festa con tuniche bianche e talvolta mascherine, cavie deambulanti e urla da reparto psichiatrico. Dico “ci siamo, ooooh yes”. Mi accendo una torcia in sala fumatori e sono pronto alla rumba.
Il francese Emile Sornin è un giovane prodigio, e porta sul Main Lab il suo alter-ego sgargiante Forever Pavot; il suo è un progetto sonoro che attinge a piene mani dalla psichedelia progressiva dei settanta e dalle vibes funky del medesimo periodo, rievocando atmosfere da exploitation movies e primavera parigina: un’ amalgama sonora che mi ha colpito e mi ha fatto tornare in mente un altro folletto europeo che negli ultimi anni si è ritagliato il suo spazio, ovvero l’olandese Jacco Gardner. Il live è una bomba, un treno pieno di groove e melodia lanciato a trecento orari, ed un’ottima maniera per inaugurare la due giorni.
Il pregio di queste rassegne molto spesso sta anche nel saper diversificare i generi, seppur lo Psych Lab sia parecchio “incanalato” verso delle specifiche coordinate sonore. I Rats on Rafts confermano questa diversificazione sull’altro palco, più ridotto ma non meno suggestivo (con visual proiettati su tre schermi, prerogativa “visiva” del Lab), proponendo una miscela esplosiva di garage e punk dalle punte acide, facendomi quindi shiftare da un universo sonoro all’altro. Il pubblico sta cominciando ad infoltirsi e a rendersi più partecipe che mai, quando una grossa tegola si abbatte sulle nostre teste sognanti; il massiccio traffico periferico di Eindhoven ha bloccato due band che avrebbero dovuto esibirsi di lì a pochi minuti, ovvero gli Oscillation, spostati al termine della serata, e gli Useless Eaters, prima band scelta in cartellone dal collettivo artistico locale Gruismeel – una sorta di rassegna nella rassegna, con 5 band selezionate nei 2 giorni che rappresentano la già citata “diversificazione sonora”.
In un’ora abbondante di buco, il tedio e la sonnolenza mi assalgono, la spedizione-Dirt potrebbe andare a puttane da un momento all’altro ma non dispero, cerco una birra e qualche sagoma con cui scambiare 4 parole tra i fumi dell’incoscienza. Mi imbatto in un personaggio completamente fuori controllo, un tipo scozzese che sembra uscito da un video degli Eiffel 65 dei primi duemila, con occhiale futuribile, capello porcospinato-ossigenato, e combo di sneakers fluo e panta comodo da squatter. Rotterdam è una fermata più in là, amico.
Il tempo passa in fretta, ho modo di mangiare un boccone mentre gli Orchestra of the Spheres comincia già a farci capire che lingua si parla da queste parti, un idioma alieno che sembra uscito da un Urania di metà anni settanta: vengono dalla Nuova Zelanda, ma sembrano usciti da un ignoto luogo della geometria mentale di Sun Ra. Tutt’altra pasta si sente e tutt’altra aria si respira nel palco “minore”, dove si stanno esibendo i Throw Down Bones; due tizi che non hanno la faccia di chi vuole scherzare, una chitarra, un basso, delle percussioni e un laptop con una loop station, valanghe di delay e riverberi, space rock motorizzato in salsa kraut. Cacchio, proprio forti ‘sti qua, come minimo verranno dall’Inghilterra, al massimo son di queste part.. ah, come dici? Italiani? Tanta roba. Due ragazzi della provincia di Milano con cui ho avuto il grande piacere di conversare dopo la loro esibizione, ma la cosa che più mi ha fatto piacere è stato il feedback assolutamente positivo del pubblico che qui “viene anche per scoprire nuove cose, e molto spesso ci stanno sotto di brutto!”, come mi spiega uno dei due ‘Bones. Non vi dico quante volte li hanno fermati, quante pacche sulla spalla e quanta gente completamente asfaltata ho visto dopo l’oretta scarsa in cui hanno suonato. Hats off.
I giochi cominciano a farsi seri, dunque, e i pesi massimi sono sul piede di partenza; sul palco principale ci sono gli svedesi Hills, molto attesi in quest’edizione, che propongono molto del materiale della loro ultima fatica in studio, l’apprezzatissimo “Master Sleeps” (Rocket Recordings, 2014), ma partono anche per la tangente e non disdegnano jam open-minded e prive di qualsivoglia premeditazione. Se su questo frangente è la libertà totale a prendere campo, nell’altra ala dell’Effenaar oscure ed ossessive ritmiche si dispiegano nell’ipnotica ora in cui i tedeschi Camera si esibiscono; “less is more”, come si suol dire. E funziona; il sangue è quello dei Can, dei primi Kraftwerk, soprattutto dei Neu!, il cui retaggio non è evidentemente andato perduto anche in madrepatria.
A questo punto sono abbastanza rimbombato, ho bisogno di proteine e il mio frugale pasto viene consumato in fretta e in furia, a pochi metri da quelli che saranno molto probabilmente gli show stealers della prima giornata; i Parquet Courts sono gli outsiders per eccellenza del festival, vengono “from the psychedelic city of New York”(così si presentano al pubblico dell’Effennar), a fronte di una line-up come detto quasi prettamente europea, ma soprattutto il loro suono pare non avere alcun tipo di connessione con la sfera psichedelica. Non importa, i newyorchesi sono un nome caldissimo nella scena indie attuale, e il loro live, energico e serratissimo, non li smentisce; coinvolge praticamente tutti, e i Parquet Courts ringraziano, con ciliegina finale – una cover di “Lucifer Sam” dei Pink Floyd “barrettiani”; io ovviamente perdo la brocca, divento bianco, poi verde poi fluo, mi strappo i capelli e mi piscio addosso dall’emozione come una pischella di anni quattordici allo Shea Stadium nel ’65. Vincitori totali.
Il rush finale è proprio dietro l’angolo, con il duo americano White Hills chiamati a concludere le danze nell’Observatory: notoriamente dei casinari pazzeschi, il duo arty&edgy di NY non disdegna anche stavolta un uso massiccio di effetti e pedali, wah-wah a valanga con cui sfondare definitivamente l’apparato uditivo delle povere cavie del Lab. Ciononostante, il muro di suono talvolta si rivela un vero pout-pourri informe di medie e basse, che penalizza tantissimo la chitarra ed in generale il mixing; a più riprese sembra di sentire soltanto una batteria riverberatissima e una vaga linea di basso in un oceano di rumore bianco. Ed è un vero peccato, perché questo accade a fasi alterne ed alle lunghe diventa fastidioso.
Tutt’altra cosa per gli attesissimi Temples sull’altro palco, sorretti da suoni pulitissimi, quasi da studio, sicuramente impeccabili nell’esecuzione ma un po’ spompati a tratti: il pubblico ondeggia e annuisce, ma non sembra spesso convinto, così come la band britannica, che aveva promesso pezzi nuovi e infatti eccoli – non particolarmente entusiasmanti, anche per via di scelte di “suono” non particolarmente felici (chitarre che sembrano tastiere? Ci può stare. Suoni che paiono usciti da un disco degli Europe? NO WAY).
Ed è così che con un triplo carpiato nello spazio-tempo mi ritrovo al giorno successivo, fresco come un papavero, a sorbirmi l’ultima iniezione killer di psichedelia e birrini olandesi.
Si parte con i Black Valleys, ovvero nient’altro che i White Hills che si divertono a fare i fighi evidentemente, e che spartiscono il palco con il producer locale OWOW; il loro “incontro” sonoro è il solito orgasmo di suoni sparati alti, feedback letali, schiaffoni sonori in da fazza. Non ci ho capito niente: e ancora meno poco dopo, quando Josefin Ohrn sale sul main stage con la sua band, The Liberation; lei è bellissima, io ho perso la testa e il resto mi sembrava solo noia, come giustamente diceva il maestro Califano. Un contentino che viaggia tra lo space rock più “basico” e qualche pezzaccio dream-pop. Lei è comunque una bella figliola e l’applausometro esplode a fine concerto più per le sue mosse da Nico pornazza che per altro.
Memorabili invece i britannici Ulrika Spacek, altra lieta scoperta del festival, che tirano giù tutto, anche le impalcature: il live è un climax totale, sulle prime battute siamo dalle parti degli Explosions in the Sky, per capirci. Poi però il climax esplode in bufera, e si passa a chitarre ribassate e pesantissime, con un sacco di groove, a metà tra lo stoner e lo shoegaze. Un muro sonoro costruito con criterio e sapienza, da un gruppo di interpreti comunque molto giovane. Consiglio vivamente il loro album, “The Album Paranoia” (titolo fantastico secondo me), anche se rende meno della metà di quello che questi ragazzi riescono a fare sul palco.
Prima della loro esibizione, un ragazzo mi consiglia di non perdermi questi PAUW; “e grazie a ciccio”, rispondo, “non c’è altro da vedere”. La band giuoca in casa, partono urlacci in boero che faccio fatica a comprendere, mentre i nostri si palesano sul main stage vestiti da cavallerizzi spaziali, con strane e sgargianti camiciole e pantaloni attillati con scarpa a punta di camoscio, diciamo un po’ i Village People come li descriverebbe un Dick, o un Asimov. Il loro sound non è granchè, è molto melodico e tastieroso e non mi entra dentro, alcune cose sembrano uscite da un disco degli Spandau lasciato a mollo in una vasca di LSD sotto il sole cocente di luglio, a Torre del Lago: altre sparate sono particolarmente prog, ma di quel prog zarro forte, tipo mercedes bianca con dado in velluto appeso allo specchietto retrovisore. Migro velocemente verso l’altra parte dove si stanno esibendo i portoghesi 10.000 Russos; molto precisi, ineccepibili, ma le parti vocali sono insopportabili (canta il batterista e palesemente non lo sa fare) ed anche abbastanza inutili ed alla lunga la loro formula, trita e ritrita, stanca. Non attecchiscono.
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(Follakzoid)
L’abbiocco spontaneo è dietro l’angolo, il pericolo incombe, complice anche un’infornata di band con praticamente la stessa miscela sonora, che si tratti dei tastierosi Radar Men from the Moon (bella presenza scenica, bei suoni, ma…), o dei Germans, di cui francamente ricordo poco, se non una sorta di grottesco Repetto con loro sul palco, un tizio in tanga e calze a rete, pelato e barbuto, truccato da donna che fa strane acrobazie sugli ampli – mi ha dato pure un certo fastidio, poco prima di cena.
Altra pasta invece i Papir, praticamente una jam band, che si sposta un po’ oltre il solito recinto di 4/4 ossessivi, e ci infila qualcosa di più, tipo qualche fuga jazzata. Il bimbo è bravo ma non si applica.
I Flamingods alzano i ritmi e sollevano gli animi, il loro sound sa di Nord Africa, c’è pure qualche indianata e non disdegnano inserimenti elettronici: il frontman è una sorta di venditore di tappeti sotto mescalina, ha un ottimo range vocale, ma il suo vestiario è anche meglio. Il concerto dura meno del dovuto perché il tappeto volante è in doppia fila (ha-ah). Gli GNOD, da Liverpool, rappresentano l’opposto di quel mondo sonoro, sia geograficamente che nelle atmosfere: opprimenti e marziali, ricordano molto i Throbbing Gristle, ed altri progetti analoghi legati all’industrial, come gli Psychic TV. Il loro show gode forse dei migliori visuals, ed anche grazie a quello hanno saputo creare ambiente e tensione, prendendoci tutti per le budella, appesi a mezz’aria per un’ora.
Lo “scioglimento”, lo scarico di quest’accumulo incredibile di tensione è avvenuto poco dopo, quando sul palco principale sono apparsi i cileni Follakzoid; tre figure, o per meglio dire, tre ombre indistinguibili tra i fumi di scena: metronomici, impeccabili, hanno via via accelerato il passo e i ritmi, fino all’esplosione finale. Una certezza.
L’antipasto al gran finale ce lo regalano i Mystery Lights, giovane band fresca di contratto con Daptone Records, cardine del soul, anch’essa un po’ fuori dagli schemi rispetto ai canoni del festival, proponendo una miscela di punk, funky, garage… in generale, si è respirato parecchio groove nell’aria, ma mai quanto nell’ora seguente, in cui gli svedesi Goat, il gruppo di punta della rassegna, si sono presentati, agghindati come al solito da strana tribù con maschere e vestaglie, ed hanno dato fuoco alla sala concerti, roba da panic disco, roba da riempire la pista in 2 secondi e mandare in bambola un ampio numero di astanti. Sempre più convinto che questi qua siano gli Earth, Wind & Fire della nostra generazione, ma con più fotta e follia.
In calcio d’angolo, e con le ultime e risicatissime forze residue, mi sparo il farewell show, con gli Iguana Death Cult; nome fighissimo, sound forse ancora di più – niente di innovativo, siamo dalle parti del garage-surf che tanto va in questo periodo, sulle orme di band come Thee Oh Sees e Murlocks, però alle due del mattino è una bella botta di adrenalina che ti aiuta a sopravvivere un altro po’.
E’ notte fonda, trascino la mia sagoma claudicante fuori dall’Effenaar, cacciato fuori dalle porte del laboratorio, anche per via di una faccia non particolarmente sveglia.
Mi risveglio virtualmente nel volo di ritorno, ma questa volta accanto a me siede una bella figliuola. Hai visto il karma, a volte..
Passano 5 minuti dal decollo, e crollo in un sonno profondissimo.

ZZZ.

(Tommaso Bonaiuti).

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