Edgar Allan Poe – Il nero dell’anima

Letteratura

Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849) è stato senza ombra di dubbio uno dei più grandi ed influenti scrittori della storia americana.
Dotato di una prosa poliedrica ed alienata (diede un contributo enorme al racconto poliziesco, alla letteratura dell’orrore, al romanzo gotico e al giallo psicologico, del quale si può ritenere l’inventore), mise su carta il nero dell’anima, seminando tra le pagine incubi ed ossessioni ataviche e personali, con una forza raramente toccata nel secolo seguente.
Poco considerato in vita da pubblico e critica (solo per il suo ruolo di saggista ebbe un discreto successo), raccolse onore e fama dopo la morte, diventando un punto di riferimento per tutta la letteratura horror e gialla del 900.
Autore di numerosi racconti, poesie e saggi, affrontò il romanzo in una sola occasione (escludendo l’incompiuto Il diario di Julius Rodman), con il fantastico Storia di Arthur Gordon Pym, romanzo di formazione distorto, surreale e soffocante, simbolo per eccellenza dell’horror psicologico.
Padrone di una vita dissennata, devastata dall’alcol ed irta di difficoltà economiche, morì a 40 anni in circostanze misteriose: poche ore prima del trapasso fu trovato ai bordi della strada in stato confusionale, privo dei suoi vestiti ed in preda al delirium tremens.
Uno dei punti di forza del corpus di Poe era il racconto breve, attraverso il quale riusciva, in poche pagine, ad incanalare i tratti fondanti del suo stile, come pochi altri scrittori riuscirono a fare prima e dopo di lui.
Abbiamo scelto di riportare interamente La Caduta della casa degli Usher perchè, a nostro avviso, dipinge alla perfezione l’anima letteraria di Poe.
Buona lettura.

La Caduta della casa degli Usher.

DURANTE un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire
dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente
basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di
regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi,
mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità
della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al
primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di
abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile poiché
questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel
sentimento che per essere poetico è semipiacevole, grazie al
quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini
naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena
che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri
squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi
maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa;
contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non
saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al
risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita
quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a
me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un’invincibile
stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell’immaginazione
avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché di sublime. Che
cos’era, mi soffermai a riflettere, che cos’era che tanto mi
immalinconiva nella contemplazione della Casa degli Usher?
Era un mistero del tutto insolubile; né riuscivo ad afferrare le
incorporee fantasticherie che si affollavano intorno a me
mentre così meditavo. Fui costretto a fermarmi sulla
insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio,
ESISTONO combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi
che hanno il potere di così influenzarci, l’analisi tuttavia di
questo potere sta in considerazioni che superano la nostra
portata. Poteva darsi, riflettei, che una piccola diversità nella
disposizione dei particolari della scena, o in quelli del quadro
sarebbe bastata a modificare, o fors’anche ad annullare la sua
capacità a impressionarmi penosamente; e agendo sotto
l’influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull’orlo
scosceso di un oscuro e livido lago artificiale che si stendeva
con la sua levigata e lucida superficie in prossimità
dell’abitazione, e affissai lo sguardo, con un brivido però che
mi scosse ancor più di prima, sulle immagini rimodellate e
deformate dei grigi giunchi, degli spettrali tronchi d’albero,
delle finestre aperte come vuote occhiaie.
Eppure in questa lugubre casa io ora mi proponevo di
soggiornare per alcune settimane. Il suo proprietario, Roderico
Usher, era stato uno dei miei gai compagni di infanzia, ma
molti anni erano trascorsi dal nostro ultimo incontro. Una sua
lettera mi aveva tuttavia raggiunto in un luogo remoto del
paese, una lettera che, dato il carattere insistentemente
importuno del mittente, non ammetteva risposta che di persona.
Questo scritto rivelava una viva agitazione nervosa. Usher
parlava di una acuta malattia fisica, di un disordine mentale che
l’opprimeva, e di un impaziente desiderio di vedermi, essendo
io il suo migliore, anzi il suo unico amico intimo, nella
speranza di ottenere un sollievo al proprio male grazie alla
serenità della mia presenza. Era il modo con cui tutto ciò, e
molt’altro ancora, era detto, era il CUORE che apparentemente
accompagnava una tale richiesta, che non mi permise di esitare;
ecco perché avevo obbedito senza indugio a quella che
seguitavo a considerare tuttora come una piuttosto strana
ingiunzione.
Benché da ragazzi fossimo stati direi persino intimi, in realtà io
sapevo assai poco del mio amico. La sua riservatezza abituale
era sempre stata eccessiva. Sapevo però che la sua famiglia, di
origine antichissima, era sempre stata conosciuta per una
particolare sensibilità di temperamento che si era manifestata
attraverso le età in molte opere di un’arte esaltata, e si era
recentemente rivelata in ripetute e munifiche elargizioni
benefiche, per quanto discrete, come pure in un fervore
appassionato per le complicazioni, quasi più che per le bellezze
ortodosse e facilmente riconoscibili, della scienza musicale.
Ero pure al corrente di un particolare assai notevole, che cioè la
stirpe degli Usher, pur vetusta qual era, non aveva mai fatto
germogliare alcun ramo duraturo; in altre parole, la
discendenza dell’intera famiglia si era tramandata sempre in
linea diretta, e questo sin dai tempi più remoti, a eccezione di
qualche variante trascurabile e del tutto temporanea. Era forse
questa mancanza, rimuginavo mentre riandavo col pensiero
all’accordo perfetto tra il carattere del luogo e il carattere
universalmente noto delle persone che vi abitavano (e frattanto
riflettevo sul possibile influsso che il primo, in così lungo
trascorrere di secoli, poteva avere esercitato sul secondo), era
forse questa mancanza di rami collaterali e la conseguente
invariata trasmissione diretta da padre in figlio del patrimonio
col nome, ad avere in fine talmente identificate le due cose, il
luogo e la famiglia, da confondere il titolo originario della
proprietà nello strano ed equivoco appellativo di “Casa degli
Usher”, un appellativo che sembrava racchiudere, nella mente
del contadiname che lo usava, tanto la casata quanto il maniero
familiare.
Già ho detto che il solo risultato del mio esperimento alquanto
puerile di affissare cioè lo sguardo nelle cupe acque dello
stagno, era stato quello di approfondire la mia prima curiosa
impressione. Non può esservi dubbio che la consapevolezza del
rapido aumentare della mia superstizione, -infatti, per quale
motivo dovrei definirla altrimenti?- era servita principalmente
ad accelerare quest’aumento. Tale, lo sapevo da tempo, è
l’assurda legge di tutti i sentimenti aventi come base il terrore.
E poteva essere stato per questo motivo soltanto che, allorché
tornai ad alzare gli occhi verso la casa, distogliendoli
dall’immagine di essa riflessa nello stagno, subentrò nella mia
mente un pensiero bizzarro, talmente bizzarro e paradossale,
che lo riferisco unicamente per dimostrare quanto fosse intensa
la forza delle sensazioni che mi opprimevano. Avevo talmente
esaltata la mia fantasia al punto di credere realmente che su
tutta la dimora e sulla tenuta pendesse un’atmosfera
caratteristica ad esse e alle immediate vicinanze, atmosfera che
non aveva alcuna affinità con l’aria del cielo, ma che si esaltava
dagli alberi ammuffiti, dal grigio muro, dal silenzioso stagno,
come un vapore pestilenziale e mistico a un tempo, opaco,
tardo, appena percettibile, soffuso di una sfumatura plumbea.
Scuotendomi dall’animo quel che DOVEVA essere stato un
sogno, ripresi a osservare più da vicino l’aspetto reale
dell’edificio. Il suo tratto più caratteristico sembrava consistere
in una estrema vecchiezza. Lo scolorimento del tempo era stato
enorme. Tutta la facciata esterna era ricoperta di una fungosità
minutissima che pendeva dalle gronde come una intricata
finissima ragnatela. Tutto ciò era nondimeno indipendente da
un decadimento vero e proprio. La muratura era rimasta intatta,
e sembrava esservi una strana incongruenza tra le parti ancora
perfettamente unite della costruzione, e lo stato di rovina delle
singole pietre. In questo elemento caratteristico vi era molto
che mi rammentava l’aspetto totale tipico di una vecchia opera
in legno che sia rimasta per lunghi anni a marcire in un
sotterraneo abbandonato, senza essere in alcun modo intaccata
dall’aria esterna. Ma all’infuori di questo indice di decadenza
dell’insieme, la costruzione non rivelava gravi tracce di
instabilità. Forse l’occhio di un osservatore attento avrebbe
saputo discernere una fessura appena percettibile che partendo
dal tetto, sulla facciata dell’edificio, attraversava il muro in
direzione obliqua sino a perdersi nelle imbronciate acque dello
stagno.
Dopo aver notato tutte queste cose mi diressi verso la casa,
lungo un breve viale selciato. Un domestico mi prese il cavallo,
e io entrai sotto l’arcata gotica dell’ingresso. Un valletto dal
passo felpato mi condusse da lì, silenziosamente, attraverso
molti anditi bui, labirintici, sino allo STUDIO del suo padrone.
Molto di quel che incontrai sul mio cammino contribuì, non so
perché, ad avvalorare quel senso di vaga paura cui già ho
alluso. Mentre gli oggetti che mi circondavano, le decorazioni
del soffitto, le fosche tappezzerie delle pareti, la nerezza
d’ebano dei pavimenti, i trofei allucinanti e le armature che
vibravano al mio passaggio con secco rumore metallico, erano
cose alle quali, anche in altro ambiente, io ero stato abituato sin
dall’infanzia, mentre non esitavo a riconoscere l’aspetto
familiare di tutti questi oggetti, seguitavo tuttavia ad avvertire
quanto straniate dal mio spirito fossero invece le fantasticherie
che queste immagini, pur note, evocavano in me.
Su una delle scale d’accesso incontrai il medico di famiglia.
Ebbi l’impressione che il suo aspetto riflettesse un’espressione
mista di bassa astuzia e di perplessità. Mi passò accanto
trepidante e proseguì innanzi. Subito dopo il domestico
spalancò un uscio e m’introdusse alla presenza del suo padrone.
La camera in cui venivo così a trovarmi era molto ampia e
altissima. Le finestre lunghe, strette, a sesto acuto, erano
talmente sopraelevate sul pavimento di quercia nera da risultare
del tutto inaccessibili dall’interno. I deboli bagliori di una luce
soffusa di vermiglio s’infiltravano attraverso i pannelli
intrecciati e servivano a rendere sufficientemente distinti gli
oggetti più in vista sparsi per la stanza; l’occhio si sforzava
tuttavia invano di raggiungere gli angoli più riposti del locale,
o i recessi del soffitto a volta tutto adorno di fregi. Dalle pareti
pendevano scuri drappeggi. Il mobilio era sovraccarico,
scomodo, antico, in cattivo stato. Sparsi tutt’attorno giacevano
molti libri e strumenti musicali, i quali non riuscivano però a
dare alcuna vitalità alla scena. Ebbi l’impressione di respirare
un’atmosfera di dolore. Un senso di tetraggine greve, profonda,
irriducibile, pendeva su tutto e tutto permeava.
Al mio entrare, Usher si alzò da un divano sul quale si trovava
completamente sdraiato, e mi accolse con una vivacità e un
calore in cui mi parve a tutta prima di intuire una cordialità
eccessiva, un poco troppo rassomigliante allo sforzo obbligato
dell’annoiato uomo di mondo.
Mi bastò tuttavia uno sguardo al suo viso per convincermi della
sua perfetta sincerità. Ci mettemmo a sedere e rimanemmo
silenziosi per alcuni istanti, mentre io l’osservavo con un
sentimento misto a pietà e quasi di paura. Certo non avevo mai
veduto nessuno che in così breve periodo di tempo avesse
subita una così spaventosa trasformazione quanto quella che
vedevo nella persona di Roderico Usher! Stentavo ad
ammettere a me stesso che quell’essere svanito che mi stava
dinanzi era il compagno della mia prima giovinezza. Eppure il
suo viso era sempre stato assai caratteristico. Una carnagione
cadaverica; occhi grandi, liquidi, oltremodo luminosi; labbra
alquanto sottili e pallidissime, ma delineate con insuperabile
perfezione; un naso delicato, di profilo ebraico, ma con
un’ampiezza di narici insolita in modelli analoghi; un mento
finemente cesellato che rivelava nella sua eccessiva rotondità
una mancanza di energia morale; capelli di una tenuità e di una
sofficità addirittura vaporose; tutti questi tratti, insieme con
un’espansione insolita delle regioni temporali, contribuivano a
formare nel loro complesso una fisionomia non facilmente
dimenticabile. Ed ecco che proprio nell’esagerazione del
carattere prevalente di questi tratti, e dell’espressione che essi
erano soliti rendere, consisteva l’enorme mutamento che mi
faceva dubitare della identità di colui col quale stavo parlando.
Ma soprattutto il pallore spettrale della pelle e la luminosità
irreale dell’occhio mi colpì e persino mi impaurì più di ogni
altra cosa. Anche i serici capelli erano stati lasciati crescere
senza cura, e così scarmigliati e rabbuffati come se fossero
intessuti di lievissimi fili di ragno, più che ricadere intorno al
viso vi fluttuavano intorno, tanto da non permettermi, sia pure
con uno sforzo, di connettere quella loro impressione di
arabesco a un’idea purchessia di umanità vera e propria.
In quanto ai modi del mio amico fui subito colpito da una
specie di incoerenza, di inconsistenza in essi, e ben presto mi
accorsi che ciò derivava da tutta una successione di deboli e
vani tentativi per padroneggiare uno stato di trepidazione
abituale, un’agitazione nervosa eccessiva. In realtà ero stato
preparato a questo lato del suo carattere non tanto dalla sua
lettera, quanto dalle reminiscenze di certe sue caratteristiche
infantili e dalle conclusioni che avevo tratte dalla sua
costituzione fisica e dal suo temperamento specialissimi. I suoi
gesti erano a volte vivaci, a volte pigri e scontrosi. La sua voce
passava rapidamente da un tono di tremula indecisione
(allorché gli spiriti animali sembravano completamente
soggiogati) a quella specie di concisione energica, quell’eloquio
brusco, pesante, tardo, cavo, quella pronunzia plumbea,
perfettamente equilibrata e modulata, gutturale, che si riscontra
nel bevitore incorreggibile o nell’incallito fumatore d’oppio, nei
momenti in cui l’eccitazione della droga è particolarmente
intensa. Fu con questi accenti che egli mi parlò dello scopo
della mia visita, del suo ardente desiderio di vedermi, e del
conforto che si riprometteva da me. Si dilungò quindi a
descrivermi quello che secondo lui era il carattere della sua
malattia. Si trattava, mi spiegò, di un male costituzionale ed
ereditario, e al quale disperava di trovare un rimedio; una
semplice affezione nervosa, si affrettò a soggiungere, che senza
dubbio si sarebbe ben presto dileguata. Questo disturbo si
manifestava con una sequela di sensazioni innaturali: e alcune
tra queste, a mano a mano che egli me le elencava, mi
interessavano e mi stupivano, benché forse la loro efficacia
risiedesse solo nelle parole e nel tenore generale della
narrazione. Usher soffriva assai di una ipersensibilità morbosa;
poteva sopportare soltanto il cibo più insipido; poteva
indossare soltanto indumenti di un certo tessuto; il profumo di
un qualsiasi fiore gli era intollerabile; anche la luce più debole
era una tortura per i suoi occhi, e non vi erano che pochi suoni
speciali, e soltanto quelli di alcuni strumenti a corda, che non
lo riempissero di orrore.
Mi avvidi che era schiavo, legato mani e piedi, di una forma
anomala di terrore.
– Io morirò, – mi disse, – DOVRÒ morire in questa disperata
follia.
Così, così, non altrimenti, mi perderò. Temo gli avvenimenti
del futuro non di per se stessi, ma per i loro risultati.
Rabbrividisco al pensiero di un fatto qualsiasi, anche il più
comune che possa operare su questa agitazione intollerabile del
mio spirito. In realtà non rifuggo dal pericolo, se non nel suo
effetto assoluto, cioè il terrore.
In questo stato di smarrimento dei nervi, in questa pietosa
condizione, sento che sopraggiungerà presto o tardi il momento
in cui mi vedrò costretto ad abbandonare la vita e la ragione
insieme in qualche conflitto con il sinistro fantasma della
PAURA.
Appresi inoltre per tratti e attraverso accenti rotti e ambigui, un
altro curioso aspetto delle sue condizioni mentali. Usher si
sentiva incatenato da certe superstiziose impressioni alla casa
in cui dimorava e dalla quale più non usciva da molti anni, per
un influsso la cui forza superstiziosa era resa in termini troppo
incerti per essere qui ridescritti; un influsso ispiratogli
nell’animo, mi disse, semplicemente da alcune caratteristiche
nella forma e nella sostanza della sua dimora familiare; era un
effetto, insomma, che l’elemento fisico delle grigie mura e delle
torri e del cupo stagno in cui tutte queste cose si riflettevano
aveva infine prodotto sull’elemento MORALE della sua
esistenza.
Ammetteva tuttavia, se pure con esitazione, che gran parte
della caratteristica tristezza che così lo affliggeva poteva essere
fatta risalire a un’origine più naturale e assai più tangibile, cioè
alla grave e prolungata malattia, o , per meglio dire, alle
condizioni sempre più prossime alla morte, di una sorella
teneramente amata che da molti anni era la sua unica compagna
e la sua sola ed ultima parente sulla terra. – La sua morte, – mi
diceva con un’amarezza che non potrò mai dimenticare, –
lascerebbe me inutile e debole, ultimo superstite dell’antica
razza degli Usher. – Mentre parlava, lady Madeline (così si
chiamava la sorella di Roderico) attraversò lentamente un tratto
lontano della stanza, e senza aver notato la mia presenza
scomparve. Io la guardai con indicibile stupore, cui si
mescolava un guizzo di paura, senza che tuttavia mi fosse
possibile spiegarmi questo mio stato d’animo. Mentre i miei
occhi seguivano i suoi passi allontanantisi, mi sentii invadere
da una sensazione di stupore. Quando finalmente un uscio si
chiuse alle sue spalle, il mio sguardo cercò istintivamente e
ansiosamente il volto del fratello, ma questi aveva nascosto la
faccia tra le mani e io potei soltanto notare che le sue dita
emaciate si erano fatte ancora più esangui e che erano irrorate
da molte lagrime appassionate.
Il male di lady Madeline da molto tempo metteva a dura prova
la perizia dei suoi medici. Una composta apatia, un consumarsi
graduale della persona, attacchi frequenti sebbene transitori di
natura parzialmente catalettica ne costituivano l’insolita
diagnosi. Fino a quel momento ella aveva resistito contro
l’incalzare del male, e non si era mai messa a letto
definitivamente, ma sul finire di quella sera in cui ero giunto
alla casa, fu costretta a cedere (come suo fratello mi riferì
durante la notte in preda a un’agitazione indescrivibile) al
potere distruttore del male; e seppi che l’occhiata fuggevole con
cui avevo colto la sua persona sarebbe stata probabilmente
l’ultima poiché la giovane donna, almeno finché fosse vissuta,
non sarebbe più stata visibile.
Durante alcuni giorni consecutivi il suo nome non venne più
pronunciato né da Usher né da me, e in questo periodo di
tempo io feci del mio meglio per alleviare la malinconia del
mio amico. Dipingevamo e leggevamo insieme, oppure io
restavo ad ascoltare, come perduto in un sogno, le sconnesse
improvvisazioni della sua chitarra parlante. E così, mentre una
sempre più stretta intimità mi permetteva di entrare ancora più
addentro ai recessi del suo spirito, con sempre maggiore
amarezza io ero costretto a constatare la vanità di ogni tentativo
di rallegrare una mente da cui le tenebre si riversavano come
una qualità positiva e insita su tutti gli oggetti dell’universo
morale e fisico, in un’unica incessante irradiazione di mestizia.
Porterò sempre con me la memoria delle lunghe ore solenni da
me trascorse così in solitudine insieme al signore della Casa
degli Usher. Fallirei tuttavia se tentassi di rendere comunque
l’idea esatta del carattere, degli studi o delle occupazioni di cui
egli mi metteva a parte o nei quali mi faceva da guida. Su tutto
una idealità sovraeccitata e profondamente turbata gettava un
chiarore sulfureo. Le sue lunghe estemporanee lamentazioni
funebri echeggeranno in eterno entro le mie orecchie. Fra tante
altre cose rammento soprattutto in modo particolarmente
doloroso una certa strana perversione e amplificazione dello
sfrenato motivo dell’ultimo valzer di Weber. Riguardo ai
dipinti, su cui la sua complessa fantasia si lambiccava, e che
svanivano a ogni tocco in una indefinitezza di cui io
rabbrividivo tanto più profondamente quanto meno capivo il
motivo del mio rabbrividire, riguardo a questi dipinti (per
nitide che siano ora dinanzi a me le loro rappresentazioni)
tenterei invano di descrivere più di quel poco che può essere
racchiuso entro il cerchio delle semplici parole scritte. La
scarna semplicità, la nudità dei suoi disegni fermavano e
colpivano l’attenzione. Se mai essere mortale riuscì a dipingere
un’idea, questo mortale è stato Roderico Usher. Per me almeno,
nelle circostanze che allora mi attorniavano, si levava dalle
pure astrazioni che il misantropo riusciva a fissare sulla propria
tela, una tale intensità di terrore arcano e intollerabile, quale
mai avevo sofferto, sia pur lontanamente, nemmeno nella
contemplazione delle indubbiamente scintillanti e tuttavia
troppo concrete bizzarrie fantastiche di Fuseli.
Una però di queste concezioni fantasmagoriche del mio amico
che meno rigidamente delle altre partecipava dello spirito
dell’astrazione può essere adombrata con parole, sia pure
inadeguatamente. Si trattava di un piccolo quadro
rappresentante l’interno di una volta o galleria rettangolare,
immensamente lunga, dai muri bassi, bianchi, lisci, senza
alcuna interruzione o fregio. Alcuni punti accessori del disegno
servivano efficacemente a suggerire l’impressione che questo
scavo s’ingolfasse a profondità prodigiosa sotto la superficie
della terra.
In tutta la sua vasta estensione non era possibile notare alcuna
via di uscita, né era discernibile torcia alcuna, o altra fonte
artificiale di luce; e tuttavia si diffondeva ovunque un fiotto di
raggi intensissimi che immergevano il tutto in uno splendore
abbagliante e spettrale.
Già ho accennato a quello stato morboso del nervo auricolare
che rendeva intollerabile al paziente ogni specie di musica, a
eccezione di alcuni effetti di strumenti a corda. Erano forse
questi confini ristrettissimi entro i quali egli si rinchiudeva,
limitandosi al solo uso della chitarra, a dare origine in gran
parte al carattere fantastico delle sue esecuzioni. Non era però
possibile spiegare in tal modo la fervida FACILITÀ dei suoi
IMPROVVISI. Questi devono essere stati, ed erano in realtà,
nelle note, come pure nelle parole delle sue vagabonde fantasie
(poiché non di rado egli si accompagnava con improvvisazioni
verbali rimate), il risultato di quella padronanza intensa di sé e
di quella concentrazione mentale cui già ho alluso e che è
osservabile soltanto in alcuni particolari momenti, allorché
l’eccitamento artificiale raggiunge il suo colmo. Sono riuscito a
ricordare facilmente le parole di una di queste rapsodie. Forse
ne fui tanto più fortemente impressionato perché mentre egli
me le recitava, nella corrente sotterranea o mistica del suo
significato, mi parve di notare, e per la prima volta, una piena
consapevolezza da parte di Usher del vacillare della sua
ragione. Questi versi, che egli aveva intitolati “Il palazzo
incantato”, correvano pressapoco così: Nella più verde delle
nostre valli,
da buoni angeli visitata,
un tempo un bello e solenne palazzo,
radioso palazzo, ergeva la sua fronte.
Nel regno del monarca Pensiero
esso si ergeva! Mai serafino levò le ali
su struttura più bella.
Stendardi gialli, di gloria e d’oro,
sul suo tetto sventolavano e garrivano
(ciò, tutto ciò, accadeva negli antichi,
antichissimi tempi lontani),
e ogni dolce brezza che indugiava,
in quel dolce giorno,
lungo i contrafforti piumati e pallidi,
un odore alato disperdeva.
Visitatori di quella valle felice
attraverso due luminose finestre videro
spiriti muoversi musicalmente,
all’intonato ritmo di un liuto,
intorno a un trono, dove seduto
(Porfirogene!)
in pompa addicentesi alla sua gloria,
appariva il governante del regno.
E tutta di perle e di rubini scintillante
era la stupenda porta del palazzo,
attraverso cui giungeva fluente, fluente, fluente
e in eterno sfavillante,
una coorte di Echi, il cui dolce compito
era soltanto di cantare,
con voci di ineguale bellezza,
l’ingegno e la saggezza del loro re.
Ma creature malvage, in vesti di lutto,
assalirono l’eccelsa dimora del monarca
(ah, piangiamo, poiché mai un domani
spunterà per lui, abbandonato!),
e, tutt’attorno alla sua dimora, la gloria
che sfavillava e lussureggiava
non è che una favola vagamente ricordata
dell’antico tempo sotterrato.
E ora i viaggiatori in quella valle,
attraverso le finestre soffuse di rosso lucore,
vedono vaste forme muoversi fantastiche
al suono di una melodia discorde;
mentre, simile a un fiume rapido e irreale,
attraverso la pallida porta,
una folla ripugnante si riversa precipite, senza sosta,
e ride; ma più non sorride.
Ricordo perfettamente che le riflessioni provocate da questa
ballata ci portarono lungo un corso di pensieri in cui si
manifestò un’opinione di Usher che io cito non tanto per la sua
originalità (poiché altri l’hanno manifestata parimenti), quanto
per l’ostinatezza con cui egli l’affermava. Quest’opinione, così
GROSSO MODO, verteva sulla sensibilità di tutte le cose
vegetali. Ma nella sua alterata fantasia questo concetto aveva
assunto un carattere più audace, violando, entro determinate
condizioni, il regno dell’inorganico. Mi mancano le parole per
esprimere appieno tutto il sincero abbandono del suo
convincimento. Questa sua certezza tuttavia era collegata
(come già ho accennato) alle grigie pietre della dimora dei suoi
padri. Le condizioni di sensibilità erano state qui adempiute,
così egli immaginava, dal sistema di collocamento di queste
pietre, dall’ordine della loro disposizione, nonché dal modo con
cui le molte fungosità che le ricoprivano si erano predisposte, e
dalla posizione degli alberi putrescenti che circondavano la
dimora, ma soprattutto dalla lunga indisturbata durevolezza di
questa sistemazione, e dal suo rifrangersi e sdoppiarsi nelle
immote acque dello stagno. La prova di ciò, la prova della
sensibilità, era rintracciabile, mi disse (e qui mentre egli
parlava io trasalii), nella lenta e tuttavia certa condensazione di
un’atmosfera propria emanante dalle acque e dalle mura. Tale
risultato era scopribile, soggiunse, nella silente, e tuttavia
conturbante e terrificante influenza che per secoli aveva
plasmato i destini della sua famiglia, e che aveva fatto di LUI
quello che io ora vedevo, quello che egli era. Opinioni come
queste non hanno bisogno di commento, né io ne tenterò
alcuno.
I nostri libri, libri che da anni costituivano non piccola parte
dell’esistenza mentale dell’invalido, erano, com’è facile
supporre, in stretto rapporto con questo elemento fantastico.
Insieme consultavamo opere quali la “Vervet et Chartreuse” di
Gresset, “Belfagor” di Machiavelli; il “Cielo e inferno” di
Swedenborg; il “Viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm” di
Holberg; la “Chiromanzia” di Robert Flud, Jean d’Indagine e de
la Chambre; il “Viaggio nella distanza azzurra” di Tieck; e “La
città del sole” di Campanella. Il nostro volume preferito era una
piccola edizione in ottavo del “Directorium Inquisitorium”, del
domenicano Eymeric de Gironne; e vi erano alcuni passi di
Pomponio Mela, intorno agli antichi satiri ed egipani africani,
sui quali Usher soleva riflettere, sognando, per lunghe ore. Il
suo maggior diletto consisteva però nello studio assiduo di un
volume in-quarto gotico straordinariamente raro e curioso, il
manuale cioè di una chiesa dimenticata intitolato “Vigiliae
mortuorum secundum Chorum Ecclesiae Maguntinae”.
Non potevo fare a meno di meditare ripetutamente sui
misteriosi riti descritti in quest’opera e sui loro probabili
influssi sull’ipocondriaco, allorché una sera, dopo avermi
annunciato bruscamente che lady Madeline più non viveva, mi
dichiarò la sua intenzione di conservarne il cadavere per un
periodo di quindici giorni (prima dell’inumazione definitiva) in
una delle numerose cripte che si aprivano sotto i muri maestri
dell’edificio. La ragione naturale che egli mi diede di questo
suo singolare modo di agire era tale ch’io non mi sentii in grado
di discuterla. Egli era stato spinto a questa decisione (così mi
spiegò) in considerazione del carattere insolito della malattia
che aveva minato l’esistenza di sua sorella, nonché di alcune
indiscrete e impazienti richieste da parte dei medici, e infine in
considerazione della posizione lontana e scomoda in cui si
trovava il luogo di sepoltura avito. Non negherò che
rammentandomi l’aspetto sinistro del personaggio da me
incontrato sulle scale il giorno del mio arrivo alla casa, non
provai alcun desiderio di controbattere quella che consideravo
una precauzione tutt’al più innocua, e per nulla affatto
innaturale.
Su richiesta di Usher lo aiutai personalmente a predisporre ogni
cosa per quella tumulazione temporanea. Dopo aver posato il
corpo nella bara lo trasportammo noi due soli sino al luogo del
suo riposo. La cripta in cui lo riponemmo (e che era rimasta
chiusa talmente a lungo che le nostre torce, semisoffocate in
quell’atmosfera opprimente, ci concessero ben poca possibilità
di fare indagini) era piccola, umida, totalmente sprovvista di
aperture che permettessero ammissioni di luce, essendo scavata
a grande profondità proprio sotto quella parte dell’edificio in
cui si trovava la mia stanza da letto personale. Doveva essere
probabilmente servita, negli antichi tempi feudali, agli oscuri e
biechi scopi cui sono destinate le prigioni sotterranee, e in
epoca più recente doveva essere stata usata come deposito di
polveri, o di qualche altra sostanza ad alto potere combustibile,
poiché un tratto del pavimento della cripta, e tutta la parte
interna di un lungo passaggio coperto attraverso il quale si
raggiungeva la cripta stessa, erano accuratamente ricoperti di
lamine di rame. Anche la porta, in ferro massiccio, era stata
parimenti protetta. Il suo peso immenso faceva sì che
ogniqualvolta essa si muoveva sui cardini si udiva un suono
raschiante, insolitamente aspro.
Dopo aver posato su alcuni trespoli il nostro funebre carico,
affidandolo a quel luogo di orrore, scostammo parzialmente il
coperchio non ancora avvitato della bara e ci fermammo a
contemplare il volto della morta. In quel momento, per la prima
volta, la mia attenzione fu attratta dalla somiglianza
sorprendente che esisteva tra il fratello e la sorella, e Usher,
indovinando forse il mio pensiero, borbottò alcune parole dalle
quali compresi che lui e la morta erano stati gemelli, e che tra
essi erano sempre esistiti legami di affinità di natura
difficilmente comprensibile. I nostri sguardi però non si
soffermarono a lungo sulla defunta, che non potevamo fissare
senza un arcano timore. La malattia che aveva condotto alla
tomba la dama nel fiore della giovinezza aveva lasciato, come
accade di solito in tutti i disturbi gravi di carattere tipicamente
catalettico, la beffa di un debole rossore sul seno e sul volto, e
quel sorriso misteriosamente indugiante sul labbro che è così
terribile nella morte. Richiudemmo il coperchio e lo
avvitammo, e dopo aver chiuso a chiave la porta di ferro
risalimmo faticosamente verso gli appartamenti poco meno
tetri della parte superiore della casa.
E ora che erano trascorsi alcuni giorni di amaro dolore,
subentrò nel disordine mentale del mio amico un mutamento
sensibile. I suoi modi soliti erano scomparsi: le sue occupazioni
ordinarie trascurate o dimenticate. Errava di stanza in stanza
con passo affrettato, ineguale, senza una meta. Il pallore del
suo volto aveva assunto se possibile una sfumatura ancora più
spettrale, ma la luminosità del suo sguardo si era
completamente spenta. Non avevo più inteso l’asprezza cava
che di quando in quando assumeva la sua voce, ma adesso le
sue parole erano abitualmente caratterizzate da un tremolio
vibrante, come se egli vivesse di continuo in uno stato di
terrore estremo. Vi erano momenti, in verità, in cui io pensavo
che la sua mente senza posa agitata, fosse travagliata da
qualche segreto divorante, e che egli lottasse con se stesso per
trovare il coraggio necessario a rivelarlo. A volte invece ero
costretto ad addossare ogni cosa alle inesplicabili divagazioni
della pazzia, poiché lo sorprendevo a fissare nel vuoto per
lunghe ore, in atteggiamento di attenzione profondissima, come
se ascoltasse qualche suono immaginario. Non è da stupire se
questo suo stato terrorizzasse e contagiasse anche me. Mi
sentivo invadere per gradi lenti ma sicuri, dei forsennati
influssi delle sue fantastiche e tuttavia ossessionanti
superstizioni.
Fu soprattutto nel ritirarmi per la notte, la sera del settimo ed
ottavo giorno dopo la deposizione nella cripta di lady
Madeline, che io sperimentai tutta la violenza di tali sensazioni.
Il sonno non giunse sino al mio letto, mentre le ore andavano
dileguandosi, lente e inutili.
Cercavo di combattere l’inquietudine nervosa che si era
impadronita di me. Mi sforzavo di pensare che buona parte del
mio stato d’animo era dovuto all’influsso deprimente del tetro
mobilio che arredava la stanza, ai panneggi cupi e gualciti i
quali ondeggiavano bizzarramente contro le pareti, torturati dal
fiato impetuoso di un temporale prossimo, frusciando inquieti
intorno alle decorazioni del letto. Ma i miei tentativi erano
vani. A poco a poco tutto il mio essere fu pervaso da un tremito
incontenibile e alla fine un vero e proprio incubo gravò sul mio
cuore terrorizzandomi senza ragione. Riuscii a scuotermelo di
dosso gemendo e dibattendomi strenuamente, mi rizzai a
sedere sui cuscini, e appuntando ansiosamente lo sguardo nelle
fitte tenebre che avvolgevano la stanza tesi l’orecchio (non so
per quale ragione, se non forse perché ne fui suggerito da un
impulso istintivo) a misteriosi rumori sommessi, indefiniti, che
giungevano a lunghi intervalli, tra le pause dell’uragano, non
sapevo da dove. Sopraffatto da un disperato senso di orrore,
inspiegabile e tuttavia intollerabile, mi rivestii
precipitosamente (poiché capivo che per quella notte non avrei
più potuto dormire) e tentai con tutte le mie forze di strapparmi
allo stato pietoso in cui ero caduto, mettendomi a passeggiare
rapidamente innanzi e indietro per la stanza.
Mi aggiravo così da pochi istanti, allorché un passo leggero
sulla scala vicina attrasse la mia attenzione. Lo riconobbi quasi
subito per il passo di Usher. Un istante dopo egli bussava con
tocco discreto alla mia porta ed entrava reggendo una lampada.
Il suo aspetto era come al solito cadavericamente esangue, ma
adesso leggevo nei suoi occhi come una folle ilarità, e vi era
evidentemente in tutto il suo comportamento come una
contenuta ISTERIA. I suoi modi mi atterrirono; ma tutto era
preferibile alla solitudine che avevo sino a quel momento
sopportata e anzi accolsi la sua presenza con un sospiro di
sollievo.
– E tu non l’hai veduto? – mi chiese bruscamente dopo essersi
guardato attorno per alcuni attimi in silenzio. – E tu non l’hai
veduto dunque?… Ma, aspetta! Lo vedrai. – Così dicendo e
dopo avere accuratamente schermata la lampada si avvicinò a
uno dei finestroni e lo spalancò completamente alla tempesta.
La furia impetuosa dell’uragano irrompente per poco non ci
sollevò da terra. Era in verità una notte tempestosa e pure
paurosamente bella, e di una misteriosa stranezza nel suo
affascinante terrore. Evidentemente doveva essersi raccolto in
tutta la sua forza, nei dintorni, un turbine, poiché il vento
subiva frequenti e violenti mutamenti di direzione, e l’estrema
densità delle nubi (che pendevano tanto basse da premere
addirittura contro le torri stesse della casa) non ci impediva di
scorgere la velocità pazzesca con la quale accorrevano da ogni
punto per cozzare le une contro le altre, senza mai disperdersi
in lontananza.
Ripeto che nemmeno la loro straordinaria densità ci impediva
di notare questo, benché non ci fosse possibile scorgere né la
luna né le stelle, né vi fosse alcun guizzo di folgore a
illuminare la scena.
Tuttavia le superfici inferiori di quella massa enorme di vapori
in tumulto, come pure tutti gli oggetti terrestri che
immediatamente ci circondavano, risplendevano di una luce
innaturale per una esalazione gassosa, vagamente luminescente
eppur distintamente visibile, che avvolgeva e avviluppava la
dimora come un fosforescente sudario.
– Tu non devi… bisogna assolutamente che tu non veda questo!
– dissi rabbrividendo a Usher mentre lo riconducevo con dolce
violenza dalla finestra a un sedile. – Queste apparizioni che ti
sconvolgono non sono che fenomeni elettrici tutt’altro che rari,
a meno che non abbiano la loro paurosa origine nei miasmi
fetidi dello stagno. Richiudiamo la finestra; l’aria è fredda e
pericolosa per la tua salute: Ecco qui uno dei tuoi libri favoriti.
Io leggerò, e tu rimarrai ad ascoltarmi; e così potremo superare
insieme questa notte spaventosa.
L’antico volume che io avevo intanto preso in mano era il “Mad
Trist” di sir Launcelot Canning, ma io lo avevo definito il
preferito di Usher più in un attimo di scherzosa malinconia che
con intenzione seria; poiché in realtà vi era ben poco nel suo
andamento prolisso, anti-immaginativo e grottesco che potesse
produrre un vero e proprio interesse sull’animo altamente
idealistico e spirituale del mio amico.
D’altronde era il solo libro che avessi immediatamente a portata
di mano, e mi cullavo nella vaga speranza che l’agitazione che
attualmente torturava l’ipocondriaco potesse trovare sollievo
persino in quel paradosso di follia che mi accingevo a leggere
(poiché la cronaca dei disordini mentali è piena di anomalie
siffatte). Se avessi potuto infatti giudicare dall’apparenza di
eccessiva e ipertesa vivacità con la quale ascoltava, o pareva
ascoltare, le parole del racconto, mi sarei ben potuto
congratulare con me stesso della riuscita del mio tentativo.
Ero giunto a quel noto brano della vicenda in cui Ethelred,
l’eroe del “Trist”, dopo aver tentato invano di essere ammesso
pacificamente nell’abitazione dell’eremita, si accinge a entrarvi
a viva forza. Qui, si rammenterà, le parole del racconto sono
queste: “Ed Ethelred, che era di natura di valoroso cuore, e si
sentiva ora più che mai vigoroso, causa la potenza del vino che
egli aveva bevuto, non attese di parlamentare oltre con
l’eremita, il quale invero era di una natura maligna e ostinata,
ma sentendo la pioggia cadergli sulle spalle e temendo lo
scatenarsi della tempesta, sollevò alta la sua mazza e a suon di
colpi si aprì rapidamente una breccia sulle assi dell’uscio per
farvi passare la sua mano guantata di ferro; ed ecco che tirando
con questa energicamente spezzò e lacerò e divelse ogni cosa
sinché il rumore del legno secco e cavo rimbombò e si
ripercosse per tutta la foresta”.
Al termine di questa frase sussultai e tacqui per un istante,
poiché mi sembrò (pur concludendo immediatamente che la
mia fantasia eccitata mi aveva ingannato), mi sembrò, dico, che
da un punto imprecisato e lontanissimo della dimora mi
giungesse vagamente alle orecchie quella che sarebbe potuta
essere, in modo esattamente affine, l’eco (pur soffocata e sorda)
proprio del rumore cricchiante e lacerante tanto
minuziosamente descritto da sir Launcelot. Fu senza dubbio
questa semplice coincidenza ad attrarre la mia attenzione,
poiché tra lo sbatacchiare delle intelaiature delle finestre e i
soliti rumori confusi del temporale vieppiù aumentati, questo
rumore di per se stesso non aveva certamente nulla che
altrimenti potesse interessarmi o turbarmi.
Proseguii nella lettura:
“Ma il prode campione Ethelred nell’entrare di là dalla soglia si
adirò e si stupì di non scorgere alcun segno del maligno
eremita; ma invece di costui un drago di aspetto squamoso e
prodigioso, dalla lingua di fiamma, che sedeva a guardia di un
palazzo d’oro dal pavimento d’argento; e sul muro era appeso
uno scudo di scintillante bronzo adorno del seguente motto:
Colui che quivi entra, conquistatore è stato; chi il drago uccide
lo scudo otterrà.
“Ed Ethelred sollevò la sua mazza e colpì al capo il drago che
cadde ai suoi piedi esalando il suo fiato pestilenziale con un
urlo così orrido e aspro e al tempo stesso così penetrante, che
Ethelred fu costretto a turarsi le orecchie con le mani contro
quello spaventoso rumore di cui mai aveva inteso prima
l’uguale”
Qui mi fermai di nuovo bruscamente, e adesso con un senso di
smarrito stupore, poiché non vi era dubbio (per quanto da che
direzione provenisse mi era impossibile dire) che in quel
preciso istante anch’io sentivo inequivocabilmente un rumore
sommesso e apparentemente lontano, ma aspro, prolungato,
raschiante e forse stranamente urlante: l’esatta riproduzione
insomma di quello che già la mia fantasia aveva evocato come
l’urlo innaturale del drago qual era descritto dal novellatore.
Per quanto sgomentato di questa seconda e veramente
straordinaria coincidenza, nonché da mille sensazioni contrarie
e contrastanti, in cui predominava una meraviglia e un terrore
estremi, conservai tuttavia sufficiente presenza di spirito per
evitare di acuire con una mia qualsiasi osservazione lo stato di
ipersensibilità nervosa del mio compagno. Non ero affatto certo
che egli avesse notato questi rumori, sebbene una strana
alterazione fosse in quegli ultimi pochi minuti avvenuta in tutto
il suo aspetto. Da una positura iniziale che lo aveva tenuto di
fronte a me, egli aveva a poco a poco mosso la sua seggiola in
modo da sedere con la faccia rivolta all’uscio della stanza,
dopodiché io non potevo scorgere i suoi lineamenti che in
parte, benché vedessi che le sue labbra tremavano come se egli
mormorasse qualcosa intelligibilmente. Aveva lasciato ricadere
la testa sul petto; ma capivo che non dormiva dal suo occhio
spalancato, in una fissità quasi rigida, di cui potevo cogliere
una visione fuggevole di profilo. Anche il movimento del suo
corpo era in contrasto con questa eventualità, poiché si
dondolava innanzi e indietro con un’oscillazione lieve ma al
tempo stesso costante e uniforme. Dopo aver notato
rapidamente tutto ciò, ripresi la lettura del racconto di sir
Launcelot, che così procedeva:
“E ora il campione sfuggito alla terribile furia del drago e
pensando allo scudo di bronzo e alla rottura dell’incantesimo
che incombeva su di esso, scostò dal suo cammino la carogna
del mostro e avanzò valorosamente sul pavimento argenteo del
castello verso il punto in cui lo scudo pendeva dalla parete, ed
esso in verità non attese il suo giungere, ma cadde ai suoi piedi
sul pavimento d’argento, con un fragore possente,
spaventosamente rimbombante”.
Le mie labbra avevano appena proferito queste ultime sillabe,
che (come se uno scudo di bronzo fosse veramente caduto in
quel medesimo istante con improvviso fragore sul pavimento
d’argento) io avvertii una vibrazione distinta, cava, metallica,
squillante, benché apparentemente soffocata. Incapace di
dominare più a lungo i miei nervi, balzai in piedi, ma il moto
misurato oscillante di Usher proseguì imperturbato.
Accorsi alla seggiola in cui sedeva. Aveva gli occhi fissi
dinanzi a sé e da tutto il suo aspetto emanava una rigidità
petrigna. Ma non appena gli ebbi posato una mano sulla spalla
sentii l’intero suo corpo vibrare di un brivido intenso; un sorriso
malsano gli aleggiò sulle labbra e io vidi che egli mormorava
sommessamente, frettolosamente, parole sconnesse, quasi fosse
totalmente ignaro della mia presenza. Mi chinai su di lui e alla
fine compresi il pauroso significato delle sue parole.
– Non l’ho udito? Certo che l’ho udito. E LO ODO ANCORA.
Da tanto… tanto… tanto… da molti minuti, da molte ore, da
molti giorni, io lo odo, e tuttavia non ho osato… oh, pietà di
me, miserabile sciagurato che sono! Non osavo… NON
OSAVO PARLARE! L’ABBIAMO CALATA NELLA TOMBA
VIVA! Non ti dicevo che i miei sensi sono acutissimi? Ebbene
ti dico ADESSO che io ho inteso persino i suoi primi deboli
movimenti nella cavità del sarcofago. Li ho avvertiti… molti,
molti giorni fa… e tuttavia non osavo… NON OSAVO
PARLARE! Ed ecco che… stanotte… Ethelred… ah! ah!
L’abbattersi dell’uscio dell’eremita, e l’urlo di morte del drago, e
il clangore dello scudo!… Vuoi dire piuttosto l’infrangersi della
sua bara, il suono stridente dei cardini di ferro della sua
prigione, il suo dibattersi entro l’arcata foderata di rame della
cripta! Oh, dove fuggirò? Non sarà ella qui tra poco? Non sta
forse affrettandosi per rimproverarmi la mia precipitazione?
Forse che non ho inteso il suo passo sulle scale? Non distinguo
forse lo spaventoso pesante battito del suo cuore? PAZZO! –
A questo punto balzò in piedi come una furia e urlò queste
parole come se nello sforzo esalasse tutta la sua anima: –
PAZZO! TI DICO CHE ELLA STA ORA IN PIEDI FUORI
DELL’USCIO!
Quasi che la sovrumana energia della sua voce contenesse la
potenza evocatrice di un incantesimo, gli enormi antichi
pannelli che egli additava, dischiusero lentamente, in quel
medesimo istante, le loro poderose nere fauci. Fu senza dubbio
l’opera dell’uragano infuriante; ma ecco che fuor di quell’uscio
SI ERGEVA VERAMENTE l’alta ammantata figura di lady
Madeline di Usher. Il suo bianco sudario era macchiato di
sangue, e su tutto il suo corpo emaciato apparivano evidenti i
segni di una disperata lotta. Per un attimo ella rimase tremante,
vacillante sulla soglia, poi con un gemito sommesso e
prolungato cadde pesantemente sul corpo del proprio fratello e
nei suoi violenti e ormai supremi spasimi agonici lo buttò al
suolo cadavere, vittima dei giustificati terrori che lo avevano
agitato.
Da quella camera e da quella casa io fuggii inorridito.
L’uragano infuriava ancora in tutta la sua collera mentre io
attraversavo l’antico sentiero selciato. A un tratto rifulse sul
viottolo una luce abbagliante e io mi volsi a guardare donde
poteva provenire un così insolito fulgore, poiché dietro di me
avevo soltanto l’immensa casa e le sue ombre. Il chiarore
proveniva dalla luna calante, al suo colmo, sanguigna, che ora
splendeva vividamente attraverso l’unica fessura appena
discernibile di cui ho già parlato e che si stendeva dal tetto
dell’edificio in direzione irregolare, serpeggiante, sino alla sua
base.
Mentre guardavo, questa fessura rapidamente si allargò, il
turbine di vento infuriò in un supremo anelito, tutta l’orbita del
satellite si rivelò improvvisa alla mia vista, il mio cervello
vacillò, mentre i miei occhi vedevano le possenti mura
spalancarsi, s’intese un lungo tumultuante urlante rumore simile
al frastuono di mille acque, e il profondo stagno ai miei piedi si
chiuse cupo e silenzioso sui resti della “Casa degli Usher”.

Disegno in copertina di Valerie Rangel.

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