Dove sono tutti quanti?

Storia e attualità

 

 In macchina ascolto sempre le radio sportive romane perché mi fanno molta compagnia, anche quando non le capisco. Non le capisco perché qualche volta i radioascoltatori chiamano, dicono solo “Ciao Stefano, sono Bruno, ti ricordi quello che ieri al semaforo ti ha salutato? Ero io” e poi silenzi. L’importante è comunicare, a prescindere dalla quantità di aborti grammaticali che s’inseriranno nell’intervento, a prescindere addirittura dall’avere un’opinione sul tema del giorno, a patto che esista. Ci hanno insegnato che quando non si comunica si diventa pazzi, falliscono i mercati, le relazioni. Al corso di Sociologia ci hanno quasi spaventato, dicendoci che “è impossibile non comunicare”, anche stando zitti, fermi.

Qualche giorno fa, nel traffico di Roma, subivo la solita prassi radiofonica: via alle telefonate, intervento accorato di un fan evidentemente armato di profonda solitudine, stop alle telefonate, giornale radio. Mi accingevo ad ascoltare per la settecentesima volta il cd caricato del lettore, ecco che uno stufo David Byrne stava quasi per iniziare a cantare quando la notizia di apertura ha catturato la mia attenzione con bellissime parole quali “NASA”, “pianeta” e “abitabile”. Bellissime perché mio padre è uno dei più grandi fanatici di ufologia di Roma Sud-Est e il suo corredo genetico doveva pur trasmettermi qualcosa. Si parlava della conferenza stampa in cui era annunciata la scoperta di Kepler-452b, esopianeta simile alla Terra destinato a spodestare (per poche ore, non sia mai) Renzi, gli immigrati, gli zingari e persino i Marò dal trono mediatico. Allora subito Barilla scriveva che tranquilli, pure su Kepler c’è casa, mentre Control richiamava prontamente il social media manager dalle ferie per fargli postare la foto in cui si alludeva al fatto che in 1400 anni luce, beh, hai voglia a scopare. In un secondo questa povera sfera di terra e forse acqua era il posto in cui tutti vorrebbero andare, per vedere chi ci muore e chiedere “come si vive su un pianeta uguale al mio?”

Ho pensato di nuovo che l’importante è comunicare, che avvenga con chi compra fusilli e preservativi o con gli alieni, a prescindere dalla loro natura e dalle loro intenzioni, a prescindere addirittura dalla loro volontà. Quanto siamo arroganti pensando che loro abbiano bisogno o voglia di interagire con noi? Chi ci crediamo di essere, pensiamo di essere così intelligenti o interessanti?

Preso da uno strano nervosismo, ho cercato su Google le parole “alieni” e “arroganza”, sperando che qualcuno condividesse quel mio momento di alta antipatia. Uno dei primi risultati mi ha condotto al cosiddetto paradosso di Fermi (http://waitbutwhy.com/2014/05/fermi-paradox.html), che sintetizza un’idea tanto brillante in una domanda tanto semplice: ma se esistono molte galassie e moltissimi pianeti abitabili, dove sono tutti quanti?
Da tale quesito sono nate decine di teorie che cercano di spiegare il ritardo degli extraterrestri nel palesarsi a noi miseri umani. Alcuni si tolgono subito il pensiero, affermando che evidentemente non esiste più la vita fuori dal nostro pianeta o addirittura che non è mai esistita.

Ma I want to believe, mio padre ha visto troppe puntate di Voyager e troppi video amatoriali di cieli americani fuori fuoco. Tra le teorie per cui gli alieni ci sono eccome, adoro quella dell’arroganza, che è esattamente l’altra faccia della medaglia del mio pensiero sui compaesani della Terra: essi vivono e anche bene, ignorandoci. Sanno della nostra esistenza, ma non ci ritengono degni né di osservazioni zoologiche né di qualsiasi interazione, poiché non hanno bisogno di noi. Si trovano in un punto così alto dell’evoluzione per cui non necessitano di risorse o tecnologia, e preferiscono restare a casa loro.

Qui io aggiungo: sanno della nostra esistenza e del nostro desiderio smanioso di comunicare con loro, dunque ci rifuggono (come nelle più classiche storie d’amore). Noi ingenuamente arroganti nel crederci piacenti agli occhi di ET, loro giustamente arroganti nel ritenerci inutili e logorroici. Che bello sarebbe farsi 1400 anni luce di viaggio, presentarsi con un dolce magari, bussare con i piedi come vuole la tradizione umana, e vedersi rispondere in qualche lingua (o tramite il pensiero, direbbe mio padre): “Andate via, non ci serve niente”. (Ivan DLB)

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