Distruggere Gaza

Storia e attualità

In un periodo storico cui né Israele né Hamas sembrano voler trattare un accordo, e la funzione diplomatica è attribuita agli onnipresenti USA e all’Egitto (il quale, come avvenuto in passato, può effettivamente far da mediatore, sia mantenendo l’intenzione di evitare un conflitto vicino ai propri confini, sia a causa di un ovvio interesse nel limitare l’influenza di Israele e della stessa Hamas), sembra che ci siano pochi margini per le speranze. Lo scenario, poi, va analizzato alla luce della decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di riconoscere alla Palestina lo status di “Stato non membro osservatore permanente”.

Innanzitutto, onde evitare confusione, può servire chiarire quelli che sono i confini (geografici ed ideologici, oltre che storici) del contesto, tentando di fuggire dal consueto approccio di chi tradizionalmente assume una posizione netta salvo poi non sapere come giustificarla.

La Striscia di Gaza è una piccola zona che si sviluppa lungo la costa del Mediterraneo tra l’Egitto ed Israele, nella quale vivono circa 1,5 milioni di palestinesi, che ne rivendicano il possesso; la comunità internazionale, inversamente, non ha mai riconosciuto al territorio lo status di Stato sovrano, nonostante le richieste dell’Autorità Nazionale Palestinese, ovvero dell’istituzione politica a cui spetta il mandato di governare l’area.

Al termine della Prima Guerra Mondiale, dopo il crollo ottomano, Gaza diviene parte del Mandato britannico della Palestina: il Regno Unito, immediatamente, dichiara tramite un documento ufficiale redatto dall’allora ministro degli esteri Arthur Balfour, che “il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”. Durante il Mandato il processo di immigrazione ebraica in Palestina registra una straordinaria accelerazione, che ha come conseguenza il sollevarsi di scontri tra i residenti arabi ed i coloni ebrei, sempre più intensi fino al 1947, anno in cui l’ONU, tramite il comitato UNISCOP, dichiara l’intenzione di dividere il territorio palestinese in 3 aree (uno Stato ebraico, uno Stato palestinese ed una zona internazionale), soluzione osteggiata dai rappresentanti politici arabi, ed accettata invece da quelli della popolazione ebraica. Rilevante notare come la Gran Bretagna si astiene dalla votazione, ritenendone l’obiettivo inaccettabile per ambo le parti, e decide quindi di rimettere il proprio mandato.

Nel maggio del 1948, nel corso della guerra civile che in Palestina vede scontrarsi, già dal 1947, la componente araba e la componente ebrea, Israele autoproclama la propria indipendenza, subito riconosciuta dagli Stati Uniti, ed immediatamente le sue milizie vengono attaccate in Palestina dai soldati di Libano, Siria, Iraq ed Egitto, scatenando le accuse di Stati Uniti ed Urss. Forte dell’appoggio dei due paesi, e potendo contare su un costante afflusso di immigrati ebrei verso la Palestina, le truppe israeliane risultano più forti di quelle arabe e, di fatto, nel 1949 le costringe alla firma di armistizi separati.

È tramite questi accordi che l’area della Striscia di Gaza finisce sotto l’amministrazione egiziana, che la governerà fino al 1967: conseguentemente alla “Guerra dei 6 giorni”, che nel giugno 1967 vede fronteggiarsi l’esercito israeliano contro Siria, Giordania e lo stesso Egitto, Israele occuperà Gaza fino al 1994.

Nel 1994, tramite gli Accordi di Oslo, gran parte della Striscia  passa sotto il controllo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il cui presidente è Yasser Arafat: tramite questi accordi, il governo israeliano riconosce L’OLP come rappresentante legittimo del popolo palestinese, e l’OLP riconosce allo Stato di Israele il diritto di esistere.

L’obiettivo dei negoziati è quello di stabilire un’autorità palestinese di autogoverno temporaneo per un periodo che non superi i cinque anni, dopo i quali instaurare un insediamento permanente;  in Palestina, il partito Al-Fatah (fondato dallo stesso Arafat nel 1959, e membro OLP) è favorevole all’accordo, mentre a questo si oppone l’organizzazione Hamas, più radicale, la quale rifiuta di riconoscere lo Stato d’Israele.

Nel settembre 2005, dopo che il governo israeliano ha disposto l’evacuazione totale della propria popolazione dalla Striscia, il territorio passa in mano palestinese, ma Israele mantiene di fatto, e questo è lo snodo fondamentale, il controllo delle frontiere terrestri (ad eccezioni di quelle con l’Egitto), elemento che gli permetterà, a partire dal 2007, di imporre il cosiddetto “blocco della Striscia di Gaza”, vero e proprio embargo che viola la risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Al-Fatah governa in questo modo sulla Striscia di Gaza fino al  2007, anno in cui,  anche a causa dei numerosi casi di corruzione al suo interno,  perde le elezioni a favore di Hamas, che immediatamente si installa nella Striscia. Nel giugno 2007 Hamas, dopo una campagna militare contro al-Fatah, arriva al controllo dell’intera area: da questo momento lo scontro con Israele si estremizza, giungendo ad episodi come quello riguardante il dicembre 2008, in cui Israele lancia l’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza, in cui, in 23 giorni, perdono la vita 1400 palestinesi, di cui 900 civili.

Oggi, da quelle parti, si rivedono gli spettri del 2008, ed è anche su questo argomento che verte la nostra intervista al Professor Danilo Zolo, giurista e filosofo.

Professor Zolo, nel risolvere o meno la questione di Gaza quanto influisce effettivamente il ruolo dell’Egitto e degli Stati Uniti rispetto a quello della Palestina e di Israele? Ovvero, la partita la decideranno i mediatori o coloro che dovrebbero esserne gli attori principali? 

A mio parere quella che lei chiama “la questione di Gaza” non verrà mai “risolta” né dall’Egitto, né dagli Stati Uniti e neppure da Israele. La striscia insanguinata di Gaza è l’ultima testimonianza di una tragedia senza ritorno, ormai avviata verso la fine, senza la minima “risoluzione”. In otto giorni gli F16 israeliani hanno raso al suolo duecento abitazioni, ne hanno danneggiate 8mila e hanno distrutto 42 edifici non residenziali uccidendo 166 palestinesi, dei quali almeno 43 erano bambini. I morti e i feriti si sono aggiunti alle migliaia di persone che vivono a Gaza in condizioni disperate a causa della miseria, delle malattie, della fame e della sete. Israele risolverà la questione di Gaza trasformandola in una sorta di catacomba e facendola scomparire come sta scomparendo la Cisgiordania, che ormai sopravvive come un relitto storico, una sorta di discarica umana dopo oltre quarant’anni di illegale occupazione militare. E non va dimenticato che negli ultimi undici anni in terra di Palestina sono stati uccisi 21 israeliani e nello stesso periodo 2.300 palestinesi.

Soffermandosi su Egitto e Stati Uniti, qual è secondo lei il loro effettivo ruolo?

La risposta non è difficile: gli Stati Uniti non sono soltanto la massima potenza militare del mondo, ma sono anche lo Stato che tiene sotto un rigido controllo larga parte del Mediterraneo e in particolare del Mediterraneo orientale. Basta tenere presente che paesi come Israele, Giordania, Egitto e in larga parte l’Italia — e di recente anche la Libia — sono del tutto dipendenti sul piano politico e militare dal sostegno e dal controllo degli Stati Uniti. Nell’attuale vicenda di Gaza gli Stati Uniti – nuovamente agli ordini di Barack Obama e di Hillary Clinton – svolgono una funzione indiretta ma rilevante: non si deve dimenticare che la strategia politico-militare degli Stati Uniti nel Medio Oriente utilizza in larga parte l’assistenza di Israele e in particolare dell’attuale governo di Benyamin Netanyahu.

La vicinanza tra Piombo Fuso e le elezioni del 2009, così come la vicinanza tra Pilastro di difesa e le elezioni del 2013, sono un dato di fatto. Ha scritto Gianandrea Gaiani nel Sole 24 Ore del 20 novembre 2014 che «comunque vadano i negoziati Israele incasserà un successo almeno parziale, spendibile da Netanyahu nella campagna elettorale in vista delle elezioni del 22 gennaio», Lei condivide questa affermazione? Può spiegare come e perché qualsiasi sia l’esito dei negoziati con Hamas, questo potrebbe risultare utile per Netanyahu?

A mio parere anche un’eventuale, minima disponibilità di Hamas a tenersi in contatto con Israele rafforzerebbe il progetto israeliano di controllare e dominare l’intero territorio palestinese. E di questo è una nuova, grave dimostrazione la decisione del governo Netanyahu di costruire 3.000 nuove unità abitative nei pressi della colonia di Maale Adunim, alle porte di Gerusalemme, oltre che  in Cisgiordania. E la Cisgiordania, come è noto, è già coperta da centinaia di insediamenti israeliani nei territori occupati nella Guerra dei sei giorni.

È possibile che si superi l’impasse del conflitto tra Hamas e al-Fatah?Mi sembra che Hamas sia ormai incatenata al proprio ruolo: non può moderarsi (altrimenti diverrebbe una sorta di “nuova versione” di Fatah, e perderebbe la propria influenza) e tantomeno accettare alcun compromesso con Israele. Qual è la sua idea? Il superamento del problema potrebbe portare a risolvere la crisi?

Non sono in grado di prevedere se e quando il conflitto tra Hamas e Fatah potrà  essere superato. Devo dire, anzi, che temo che non ci sarà mai una collaborazione fra Hamas e Fatah: la lontananza ideologico-politica fra di loro mi sembra insuperabile. Ed aggiungo – è un mio personale punto di vista – che è probabile che Fatah resti in vita più a lungo, visto che si tratta di un partito politico moderato e in dialogo con gli Stati Uniti. Aggiungo un elemento imprevisto e interessante: non accadeva dal 2007 che dei rappresentanti di Fatah si recassero a Gaza. Ed è invece avvenuto che nel novembre scorso, per manifestare la propria solidarietà, una delegazione si è recata a Gaza nei giorni successivi all’entrata in vigore del cessate il fuoco.

Chi ha interesse a mantenere vivo il conflitto? E perché?

L’interesse a mantenere vivo il conflitto è del governo israeliano e, indirettamente, degli Stati Uniti. Fraterni alleati della destra politica israeliana, gli Stati Uniti sono favorevoli alla scomparsa della Cisgiordania e di Gaza e, nello stesso tempo, al crescente potere della nazione israeliana, strumento utilissimo per la loro politica di dominio internazionale sia nel Medio Oriente che nell’Asia intera.

 Che significato ha il veto degli Stati Uniti nella recente votazione alle Nazioni Unite per ammettere la Palestina come “Stato osservatore non membro”? Per la Palestina questo ha un valore effettivo concreto, spendibile a lungo termine?

Il veto degli Stati Uniti era del tutto ovvio essendo l’attuale presidente, Barack Obama, un sostenitore dello Stato israeliano. Quanto all’attribuzione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del titolo di “Stato osservatore non membro” al popolo  palestinese, è difficile considerarla una risoluzione di qualche rilievo. Si tratta di pura procedura formale non diversa da quella che ha attribuito la stessa qualifica al Vaticano e alla Svizzera. Non a caso a favore dell’attribuzione del titolo si è schierata pedissequamente anche l’Italia, paese sempre inclinato di fronte alle autorità israeliane e sordo di fronte alla tragedia del popolo palestinese. Più coerente è stata l’immediata reazione del premier israeliano Netanyahu, che ha definito l’intervento al Palazzo di Vetro di Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, “discorso ostile e velenoso” ed ha aggiunto che “la risoluzione non cambierà nulla”. Purtroppo io sono tristemente  convinto che sarà proprio così. (p)

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