Diprè-Tommasi, viaggio di sola andata

Storia e attualità

Da una parte Andrea Diprè, nato come sedicente critico d’arte (quindi una squisitezza già sofisticata, formalmente; c’è un’originalità) che avallava, per trovare nuovi talenti, le pornostar più sensibili – «La mia vera passione è l’arte» – o pittori della domenica in preda a delirio di onnipotenza inconsapevole; aveva firmato i propri capolavori con l’essersi autoattribuito la nomea di Falcone del mondo dell’arte (!) – contro tutta la lobby mafiosa dei vari Bonito Oliva, Caroli e Sgarbi (e fin qui, astraendosi da Diprè persona, poteva anche avere una sua certa ragione; è il paragone che, come dire, strideva) – e con l’aver dato voce a un piccolo fenomeno di Youtube come Bello Figo Gu (già Gucci Boy), un personaggio altissimo che meriterà un approfondimento a parte e, del quale, basterà dire che la sua maggiore hit consiste in un’esaltazione della masturbazione (e con qual raffinatezza!)

Dall’altra, Sara Tommasi, una delle vittime più iconiche di vent’anni di berlusconismo – non sto attribuendo la colpa all’ex cavaliere; mi limito a constatare che, da quel vortice culturale, non si è più rialzata: vortice provocato durante il neo-edonismo-hot di Silviuccio nostro, in comunella coi comunistelli – la cui parabola iniziò con una triade che sembrava inossidabile: ragazza da calendario hot oggettivamente esplosiva, divetta da Isola dei Famosi abbastanza gatta morta da non passare inosservata e – udite, udite, ma di certo lo saprete – bocconiana: era lanciata come la prima fra le FighePazzesche-anche-intelligenti! Si potrebbe parlare molto di lei o meglio, del microcosmo che ruota attorno a lei; si sa della curva discendente della sua parabola, che ha visto alternarsi film porno stranianti anche per i più accaniti (vederla nelle performances con gli occhi sgranati, vuoti, come un robot che espia inconsciamente la propria persona mentre un qualsiasi toro da monta la trivella come una bambola gonfiabile: non di più), tornare poi al nido dei benpensanti con dichiarazioni commosse presso don Mazzi e riprendere a spogliarsi random per infine – e qui uniamo le due icone – decidere di sposarsi con Diprè. C’è qualcosa di infernalmente dolce e intoccabile, nell’unione di due mostri rigettati da questi anni: solo fra loro, possono concepirsi quali esseri umani.

Dove finisce la dignità e si configura uno step senza ritorno verso il vuoto consistente  di un precipizio spirituale, parallelo a un galleggiamento nell’effimero dei media che, per sua natura, trasforma quell’effimero in danaro: certo, danaro sempre di rapina, frutto di espedienti, di ospitate da freaks – e altre ospitate rese possibili da nuove affermazioni sconvolgenti la comun morale – e poi serate in locali, e, ugualmente, altre serate rese possibili da nuove performances come uno striptease completo (l’ennesimo, letteralmente) o qualche altro colpo di remi mediatico per continuare a farla andare avanti, quella barchetta, proprio quella che permette – mentre il precipizio ghermisce da dietro – il galleggiamento di cui sopra. Una vita difficilissima, se progettata: tuffarsi a pieno ritmo nell’essere, se non al centro, alla periferia del Chi sfottiamo al bar?, del Che cerco sul Web? (per arraparsi / sentirsi migliori / approfondire la potenza del Trash); difficilissima come quella dei tronisti dimenticati, dei Grandi Fratelli fattisi troppo piccoli che vanno in cerca di ghost-writers che permetta  d’indossare loro un abito – scoop su tradimenti o chissà che – che desti almeno per un nanosecondo l’attenzione di Alfonso Signorini: non è banale, ormai, trovare un plot avvincente; c’è troppa concorrenza. E al contempo, nel breve momento dell’onda a favore, elettrizzante, alienante fino alla perdita di contatto dalla realtà, tossici della fama effimera.

Cadere dev’essere come nella vecchia barzelletta da bambini, in cui l’ortaggio cascato dal grattacielo dice: «Sono una palla che rimbalza! Sono una palla che rimbalza! Sono una palla che rimbalza!» ma, giunto a un metro dall’asfalto – esistenzialista – si chiede: «E se fossi un pomodoro?»… SPLATCH! In più, questo esercito dalla vita d’una lucciola non si spiaccica al suolo per rigurgiti di Sartre (con le dovute eccezioni), ma solo perché la lucetta emanata, a un certo punto, ha finito la carica di appeal, o il manager non l’ha rigenerata. Non è più l’era di Lele Mora; la qualità narrativa dei personaggi che vendono una proiezione di se stessi s’è incupita, è passata da un certo professionismo fra Moccia e la Tamaro (il primo Costantino Vitagliano fu un capolavoro) alla dose quotidiana di Miss Milfissima del mio cuore ma necrofila, fiera e ferina Barbara D’Urso, megafono d’oscuri scribacchini del dolore e del trash.

Oppure, una volta passato il guado, il percorso può essere liscio come una sciata su soffice neve e sciolina (o vaselina); forse all’inizio, per qualche Diprè è andata così. Per un equivoco di ciò che può esser detto trasgressione, nel senso nobile di resistenza alle regole, le schiaccianti e sempre più untuose, sibilanti e subliminali regole che impone il mercato/società (ormai inscindibili): l’ingenuità, l’attitudine al freak e un dolore recondito ma troppo ricacciato indietro da seni siliconati o menti che hanno chiesto troppo a se stesse, viene rotta la diga del buon senso e del principio di realtà – qui è l’ambiguità: rimane il dubbio, che questi dipendenti, la coppia impazzita Diprè-Tommasi e tutti gli altri, siano i veri antieroi di un circuito, che è impazzito – per sfociare nell’oceano dell’inconsapevole, dove tutto è possibile. Un nudo è niente; una dichiarazione shock è niente; il Trash è diventato il mare in cui, per sempre, galleggiare. Sono le nostre vittime. Nude.

(Lu Po)

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response