Dio non è morto. Ha solo compiuto settantacinque anni. – Bob Dylan in 10 canzoni (quasi) a caso.

Musica

Nel 1997 Bologna assistette all’incontro tra i maggiori monoteismi dell’Occidente: il cristianesimo e Bob Dylan.

Pochi secondi dai quali è facile capire chi nel backstage chiese l’autografo a chi.

Il quarto grande monoteismo compie oggi settantacinque anni. Da poco più di una settimana Blonde on blonde ne ha compiuti cinquanta, e c’è ancora chi insiste a chiamarlo il menestrello di Duluth – il nomignolo meno azzeccato della storia del rock.
Settantacinque anni, ma se Bob Dylan fosse morto nell’incidente di motocicletta che nel 1966 gli fratturò una vertebra e lo tenne lontano dai palchi per diciotto mesi, Bob Dylan sarebbe ancora oggi Bob Dylan.
Non avremmo una mezza dozzina di capolavori in più. Non avremmo Blood on the tracksOh mercy, e neppure Desire, Infidels e neppure Time out of mind.
Avremmo la storia di un ebreo del Minnesota che esordì ventenne e al suo primo album ricorda più un personaggio di Inside Llewyn Davis dei fratelli Cohen che non un falso profeta – secondo la definizione dell’allora cardinale Ratzinger: una delle tante voci-chitarra-armonica da Gaslight Cafè che bighellonano tra i marciapiedi del Greenwich e gli studi di registrazione, vagabonde per necessità o natura.

Entro quattro anni invece Robert Zimmerman diventerà Bob Dylan e infilerà in rapida sequenza sei capolavori: The Freewhelin’ nel 1963, Another side of Bob Dylan e The times they are a-changin’ nel 1964, Bringing it all back home e Highway 61 rivisited nel 1965 e Blonde on blonde nel 1966.
Negli ultimi vent’anni il nostro si gode la rendita. Confeziona dischi di elegante mestiere e non ha disdegnato di mettersi a cantare carole natalizie per un intero album a suo nome. Bob Dylan ci piace anche così. Se tuttavia provassimo nostalgia per i tempi del Gaslight, dei duetti con Joan Baez, delle lotte civili, dei fischi di Newport, degli occhiali scuri, degli Hawks, dell’autoreclusione nelle cantine della Big Pink fino alle facce impiastricciate della Rolling Thunder Revue… In tal caso abbiamo materiale che continuerà a mantenersi caldo per i prossimi settantacinque anni a venire.

Blowin’ in the wind
Non c’è nulla da aggiungere. L’inizio di tutto.

The ballad of Hollis Brown
Seconda traccia di The times they are a-changin’, farebbe ancora la sua porca figura nelle Murder ballads di Nick Cave.

Subterranean homesick blues
Uno dei video più famosi e citati della storia del rock non è un video, bensì uno spezzone del più citato che visto Dont look back di D. A. Pennebaker.

Queen Jane Approximately
Like a rolling stone, Just like a woman, Most likely you go your way (and I’ll go mine)… Che razza di donne frequentava Dylan negli anni Sessanta? Che cosa gli hanno fatto?

Ballad of a thin man
Perché la canzone più bella di Highway 61 Rivisited non è Like a rolling stone.

Positively 4th street
Scartata da Highway 61 Rivisited e inutilizzabile per Blonde on blonde, uscirà come singolo nel 1965 e in raccolta solo vent’anni dopo. Una delle estravaganti più famose di Dylan, oltre che una delle sue numerose canzoni-invettiva, la più famosa delle quali è forse Idiot wind (Blood on the tracks, 1974)

4th time around
Fu Dylan a plagiare Norwegian wood o fu John Lennon a ispirarsi a 4th time around? Oppure Dylan volle ristabilire le gerarchie lanciando un messaggio oltreoceano?

But she said, “Don’t forget,
Everybody must give something back
for something they get.”

Sad-eyed Lady of the Lowlands
Gli undici minuti e ventitré secondi del lato D di Blonde on blonde, scritti per la moglie Sara Lowndes, come accerteremo anni dopo dal testo di Sara (Desire, 1976), hanno una linea ritmica che coincide curiosamente con Lontano lontano di Luigi Tenco, uscita nello stesso periodo.

All along the watchtower
Non lo sapeva e non sarebbe stato un suo merito, ma al suo ritorno in studio, dopo l’incidente del ’66, Bob Dylan stava per dare un testo e una melodia alla colonna sonora di ogni buona guerra del Vietnam che si rispetti.

Simple twist of fate
Uscito dal tunnel di New Morning, Selfportrait e dell’indicibile Dylan, a partire dalla colonna scritta per il Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Peckinpah (“…Knock-knock-knockin’ on heaven’s door…“) Dylan pubblica il suo settimo capolavoro, Blood on the tracks. Dieci canzoni, quasi tutte d’amore; la seconda, malinconicissima, su due anime gemelle che si perdono. Le anime più sensibili sentiranno un groppo in gola.

He didn’t see her anywhere
He told himself he didn’t care, pushed the window open wide,
Felt an emptiness inside to which he just could not relate

(palinuro)

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