Dieci giorni da Beatle, di Sergio Algozzino

Arti visive

Immaginatevi che, in un giorno del 1964, John Lennon vi si avvicini e vi dica che sì, probabilmente suonate la batteria meglio di Ringo Starr, ma che per suonare con loro –con i Beatles: quelli dei 73 milioni di spettatori durante l’Ed Sullivan Show, quelli dei primi posti in tutte le classifiche USA, quelli che, in poche parole, avevano scalzato dal trono Re Elvis- ecco, che per suonare con quei Beatles you missed the ship, avete perso la nave, siete arrivati tardi.

Questo è quello che successe quasi 50 anni fa a tal Jimmie Nicol, drummer e turnista della scena britannica, che un bel giorno di inizio giugno viene chiamato al telefono da George Martin il quale gli propone un’ideuccia niente male, ovvero di sostituire l’indisposto Ringo Starr per la prima parte del tour mondiale dei Fab Four. Di questo, ma in realtà di molto altro, racconta Sergio Algozzino nel suo Dieci giorni da Beatle, attraverso un sapiente utilizzo dei colori e dello spazio entro il quale i suoi protagonisti si muovono: dei dieci giorni di follia che Nicol visse, certo, ma anche di quanto assaporare la fama per abbandonarla immediatamente dopo sia alcune volte assai peggiore che non assaporarla affatto, ed in misura maggiore del peso che rimpianti e recriminazioni hanno nell’arco di una vita.  Quindi, con le dovute proporzioni da considerare tenendo in conto l’eccezionalità di quel giugno 1964, della nostra quotidianità. (P.A.)

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Sergio Algozzino, Dieci giorni da Beatle, 2013, collana Prospero’s Book, pp.96

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