Dieci Dischi.

Musica

Ok, siamo alla fine, più o meno. Generalmente, in questi casi, si sprecano i saluti, si consumano congedi, ci si abbraccia, si piange anche, ricordando il vissuto recente nel bene, con una micropunta di nostalgia, e nel male, ma a cuor leggero, esorcizzando i cattivi pensieri, seppellendoli con una sana risata.
Insomma, l’avranno capito anche i muri, ma ci tengo a puntualizzare: questo schizofrenico duemilaesedici volge al termine, trascinandosi dietro un filotto di dipartite illustri, qualche evento storico, a livello politico e sociale, eccetera eccetera, non ho troppa voglia di spararvi il pippotto riassuntivo, non sono il presidente della Repubblica di Dirt (a meno che qualcuno non interceda. Vero, sig. K?), e questo non è il mio discorso. Dico solo che, almeno per me, è tempo di prendere decisioni cruciali. E no, non è come pensate, non gioite preventivamente: non me ne andrò da quest’oscuro e caotico antro dell’etere. E fermi laggiù, che già vi vedo a fare il trenino, con quei festoni e le lingue di menelik. Bastardi che non siete altro.
Dicevo: è tempo di prendere decisioni importanti, in coda a questo duemilasedici per me molto provante, certamente non privo di momenti di EMOZIONEPURA, ma anche cesellato dalle immancabili e immarcescibili rotture di palle, condito da fasi di bipolarismo senza alcun dubbio, guarnito dalla solita dose abbondante di disagio e più o meno sempre sospinto da quella tipica disperazione di un beduino fatto di mescalina che sta per essere calpestato dal suo stesso cammello. O di un giovane uomo completamente deprivato delle sue capacità motorie a suon di polverine che sta per essere deflorato e aperto come un diòspero da un aitante mandingo brazileiro. Lapo, so che mi stai leggendo. Ti mando un forte abbraccio.
Quindi, già il fatto che non vi stia scrivendo da un istituto di sanità mentale è un dato significativo; e questo lo devo (oltre che agli splendidi, fottutissimi amici che mi hanno fatto perdere anni di vita a suon di alcool e seratine contenute, ma che mi hanno pure spalleggiato in questa mia crociata contro i mulini a vento) soprattutto alla tonnellata abbondante di decibel e vibrazioni che il mio cervello ha dovuto sopportare. Insomma, signore e signori: la Mooseca. E così, sono tornato a rovistare tra quella montagna di feedback e distorsioni, ma anche arpeggi gentili e voci sussurrate, rullate, giri di basso che tirerebbero giù anche il cavalcavia di un’autostr… ah no, a quello ci pensano già da loro; in parole povere, ho fatto una scrematura, togliendo il grasso da quell’animale affascinante e gustoso che si è formato nelle mie orecchie, ed ho dovuto togliere anche qualche parte pregiata, colto da un improvviso morbo di Hornby – anche se la sua esistenza non è stata clinicamente riscontrata, io sono strasicuro di esserne affetto, e così eccovi cacata con tantissimo amore una summa dell’anno che è stato, con dieci dischi, in ordine rigorosamente sparso, che mi hanno (più o meno) salvato la vita.

  • SUUNS – “Hold/Still”

Parto con una semplice premessa: credo che, come in tutte le cose, anche nella musica la ricerca della perfezione assoluta sia una chimera, e che proprio per questo sia fine a sé stessa. Questo ovviamente lo pensavo finché non ho scoperto che al mondo esistono persone come Robert Fripp, ma questo è un altro discorso. La controprova che confuta questa mia visione è “Hold/Still”, trip allucinogeno e paranoide che rappresenta l’apice del trittico che, fino ad oggi, costituisce la discografia dei canadesi Suuns, veri e propri alfieri del Fripp-pensiero, e secondo me unici depositari nel nuovo millennio di quell’alchimia e di quell’intuito che ha accomunato, nel secolo scorso, formazioni pionieristiche come i Can, i Suicide o i Pink Floyd, citando a caso tre band delle quali i rispettivi sound s’intravedono nell’ampio spettro sonoro offerto dalla band capitanata da Ben Shemie. Il mio tono eccessivamente sensazionalistico è in parte giustificato dal fatto che nel sound dei nostri c’è (più o meno) tutto quello di cui ho bisogno, e che comunque questi quattro mi fecero già perdere il cervello tre anni fa, con il precedente “Images du Futur”, ma avrei comunque aspettato una conferma, materializzatasi in forma del fatidico terzo album (il passo più arduo a livello discografico, a detta di molti), per convincermi del tutto che questi erano e sono fuori dal mondo. Ovviamente, la conferma è arrivata, perché “Hold/Still” è la summa perfetta, il climax di tutta la filosofia sonora che i Suuns hanno portato avanti con ossequio e devozione: i soliti loop sonori stranianti, qui portati all’esasperazione, la fanno da padrone, così come beat digitali e percussioni analogiche che si fondono in un’unica biomacchina pensante. No, badate bene, non siamo di fronte alla freddezza chirurgica di una band metal o di un governo tecnocrate: qui c’è del sentimento, ma è seppellito sotto la coltre oscura che pare pervadere tutto il disco, anche la (bellissima) copertina. E’ un disco che vive di chiaroscuri e che, per essere assimilato e compreso, ha bisogno di tempo: ti colpisce nei punti giusti e ti tiene per la gola, se t’immergi a dovere; se non lo fai, pace, ma non sai cosa ti perdi, caro mio. E questo è quello che i Suuns, né più né meno, rappresentano: sono come un quadro perfetto, in cui ogni piccola parte sembra scomposta e dissonante, fuori dalla propria casella; ma, acquisita una prospettiva adeguata, si capisce tutto. Per me, questa è roba che ti fa sballare anche più di qualsivoglia pretestuosa e greve vibrazione di uno della migliaia di gruppi neo-psych che puoi trovare a giro, come mele al discount; no, anzi, mi correggo: per me questa è L’UNICA maniera di concepire la psichedelia, o chiamatela come volete, ad oggi. Perlomeno è la più adatta, in questo presente dove la spersonalizzazione e il conformismo da social ci stanno riducendo ad amebe che elucubrano sentenze solo se in presenza di uno schermo di fronte a loro – e ok, guardare troppo “Black Mirror” mi avrà fottuto il cervello, ma provate a dare un’occhiata attorno a voi, quando siete in metro/sul bus/in un ristorante, e contate quanti volti abbassati e distorti in smorfie compiaciute sono illuminati dalla solita, sinistra luce blu.
“Hold/Still” ha il respiro affannoso di un sistema che collassa, il battito di un organismo rassegnato, e i contorni di un noir ambientato nel tremilasedici. E’ il blues triste su cui ballano androidi inespressivi, una visione che il buon P.K. Dick avrebbe trovato deliziosa.
Ma c’è anche un fattore umano, come detto, seppellito sotto i mille strati di feedback, distorsione e bassi neri e vischiosi come la pece, ed è sostanzialmente quell’elemento nascosto, ancor meglio subliminale, che mi ha fatto innamorare di questa band e di questo disco: un disperato bisogno di aiuto, un concetto di fondo che personalmente, nella mia confusa geografia mentale, accomuno a roba come “The Downward Spiral”, giusto per citare un dischetto così, en passant. E credo che non ci sia una chiave di lettura più appropriata, in tal senso, soprattutto in un anno che ha visto le riviste di settore e i grandi e gonfi nomi della C R I T I C A M U S I C A L E incensare opere (buonissime se non ottime, per carità) di leviatani come Nick Cave o Bowie, tutto sommato accomunate da un senso di rassegnazione, perdita, abbandono; probabilmente, in un ipotetico passaggio del testimone, i Suuns prendono ciò che di buono è stato seminato da grandi menti come Bowie, e ne spargono i fiori e i petali sonori in una maniera in cui nessuno aveva osato fare, nel nuovo millennio.
Io credo di non aver detto tutto, a proposito di questo disco assurdamente ammaliante (e alienante), ma credo che le parole possano fermarsi laddove inizia l’ascolto e l’elaborazione del suono. Quindi accomodatevi, mettete “Hold/Still” in cuffia e chiudete gli occhi.

periodo storico/stato mentale: “Hold/Still” esce in primavera, quando tutto è bellissimo e gli alberi sono in fiore ma io sono stato appena scaricato dalla mia ragazza (ovunque tu sia, sappi che ti voglio un bene dell’anima ma anche vaffanculo), non ho un lavoro, ho smesso di studiare e quindi ho solo voglia di morire e tantissimo tempo per stare in casa a sorbirmi il disco in religioso silenzio, e pacificare così i miei turbamenti. Palliativo per la depre.

  • DUNGEN – “Häxan”

Sebbene questo disco paia essere uscito da chissà quale meandro degli anni settanta, con la sua atmosfera esoterica e le sue progressioni acide, è roba fresca. Ma che dico fresca, signora mia, freschissima!
Perché si, questo “Häxan” avrà si e no un mesetto scarso. Un mese in cui però ho letteralmente consumato la puntina del mio stereo, a forza di suonarlo – e fino a 5 minuti fa ero a ripararla a suon di bestemmie, tipo.
Un piccolo preambolo: per chi non li conoscesse, i Dungen sono un esotico quartetto proveniente dai lontani fiordi svedesi, considerati a ragione tra i principali fautori della rinascita del sound psichedelico nel nuovo millennio, del tipo che nelle interviste vieni citato una volta sì e l’altra pure da ogni membro dei Tame Impala, per dire. Il loro sound emana infatti vibrazioni eliocentriche, solari e benevole, e le loro canzoni sono nella maggior parte dei casi inni alla natura, all’amore, all’amicizia, alle feste di paese, agli alberi, alla figa, a Zlatan Ibrahimovic e a più o meno tutto quello che di bello e buono si possa trovare in Svezia.
I nostri sarebbero già freschi di un ottimo album, ovvero “Allas Sak” (si, cantano in lingua madre), uscito giusto un paio di primavere fa, ma il loro zelo li ha portati a considerare l’ipotesi di scomodare la più antica pellicola d’animazione di cui si abbia memoria (“Le avventure del principe Achmed” di Lotte Reineger, 1926) per sonorizzarla, ovvero riscriverne la colonna sonora, né più né meno. Il risultato? Un viaggio lisergico in cellulosa in cui i nostri si prodigano nel loro tipico frullatone di psych, folk e altre robe eccessivamente scandinave, il tutto caratterizzato dal solito piglio proggy e vagamente jazzistico: in poche parole, una bomba vera. Ma è un fattore estraneo, un “wildcard” quello che ha ulteriormente introdotto questo trip interamente strumentale tra i solchi delle mie sinapsi: nonostante la sua natura, il disco racconta e dice molto di più di quanto lo possa fare un disco qualsiasi della decennale carriera dei Dungen, per il semplice motivo che qua i nostri si spostano un po’ dalla semantica sonora a loro più congeniale, abbracciando anche pulsioni oscure e vagamente sinistre, con il leader Gustav Ejstes che a tratti sembra un Simonetti sotto cartoni, quando spippola con druidica disciplina sui numerosi tasti del suo Hammond; c’è un fattore che rievoca prepotentemente qualcosa dei Pink Floyd più crepuscolari (“A Saucerful of Secrets” su tutti), o gran parte delle caratteristiche che rendevano uniche le composizioni che i Popol Vuh hanno messo al servizio di Werner Herzog. Insomma, non ve lo so spiegare con precisione, ma c’è un “quid” in più che rende “Häxan” il cuginetto deviato, quello “particolare”, nella discografia dei Dungen.
Ascolto obbligatorio, se siete amanti di tutta la bella robina che ho citato qui sopra.

periodo storico/stato mentale: il disco, come detto, è uscito tipo l’altroieri, quindi il mio stato è quello attuale, del tempo presente, in cui mi sto grattando il coglione sx cercando di capire cosa scrivere per il prossimo disco in lista. Incertezza, ipnosi.

  • BADBADNOTGOOD – “IV”

La presenza di questo disco nella mia lista finale è la controprova che il Canada vince ed è l’esempio a cui tengo fede per cercare, in futuro, di fondare un mio stato, che abbia dei sani principi, abitanti bellissimi ma soprattutto musica che leva di culo anche i tordi. Questi BBNG, oltre ad avere un nome lunghissimo hanno anche spalle larghissime e, nonostante la giovane età, una personalità che solo i leviatani del jazz (e derivati) possono concedersi, nonché molto più senso del groove infuso nel loro apparato cardiovascolare di quanto non ne possano avere Jay Z e Kanye West messi assieme. Il fatto è che i nostri eroi in questione sono quattro ragazzetti di Toronto bianchi come il latte, che suonano come se Sun Ra si fosse fatto un cyloom con Ghostface Killah e DJ Shadow, tipo. E non a caso, l’anno scorso i nostri, proprio con l’ausilio del reverendo assassino dalla faccia fantasmata, hanno droppato l’album hip hop più figo degli ultimi 5 anni almeno, per chi scrive. E così tornano i BBNG, con la spocchia di chi sa di aver fatto la mossa giusta, e ti ri-droppano un altro mezzo capolavoro, questo “IV” che di banale ha soltanto il titolo, ma se lo apri è una scatola magica zeppa delle solite infornate di instrumental fatta bene, svarioni jazzistici e un tocco sano di funk vagamente in acido che ricorda a tratti l’Hancock di “Headhunters”: insomma, paragoni leggerissimi. Non so più che cazzo dirvi, se non di volare subito a comprare/scaricare il disco e sorbirselo con un bel tubo di Moscow Mule ghiacciato come la Siberia e via, verso l’infinito e oltre.

periodo storico/stato mentale: i Badbadnotgood tornano a ciondolarmi tra un orecchio e l’altro quando l’estate sta per iniziare, io sono a giro per festival e tutto mi sembra avere più un senso, in questa vita dimmerda. Ogni volta che lo faccio partire non riesco proprio a toglierlo, e da allora l’avrò tipo ascoltato da cima a fondo un milione di volte. Colonna sonora dell’estate.

  • PREOCCUPATIONS – S/T

Ennesimo disco che riconferma il Canada come campione di efficienza quando si tratta di sfornare band con due palle quadre come il cubo di Rubick. I Preoccupations non fanno eccezione, nonostante il fatto che li avevamo conosciuti come Viet Cong (nome decisamente più figo), e che adesso li troviamo a chilometri dalla terra natia a registrare in un fienile in Texas il seguito di quello che, solo un anno fa, è stato molto di più di un felice esordio discografico. Il disco in questione è una sorta di prosecuzione di quel discorso intrapreso una dozzina di mesi or sono, con il solito retroterra post punk a reggere tutte le intricate strutture in cui il buon Matt Flegel e soci c’intrappolano. E non fanno prigionieri, nemmeno stavolta: beat marziali, al solito, una traccia che è un’autentica cavalcata (“Memory”, che ha pure un video bellissimo), il santino di Ian Curtis nel portafogli e il solito, immancabile retrogusto da depressione cosmica a condire un’insalata che sa di schiaffi in bocca sin dalla prima traccia, “Anxiety”(wow, che titolo iper-didascalico!), che setta più o meno i bpm fino alla fine del disco tra il “non mi va troppo di picchiare forte, ma hai capito che qui non si pettinano bambole” e il “questa mano può esse’ piuma o fero, adesso è sicuramente fero ed è meglio se ti metti sulla difensiva”. Solita classe, basso da seghe a due mani e la fortuna di vederli dal vivo poco tempo fa: uno show che in tutto e per tutto rispecchia e rispetta l’atmosfera crepuscolare e sinistra di questo nuovo LP.

periodo storico/stato mentale: questo disco esce a settembre ed io non aspetto altro per mesi. Non so cos’altro aggiungere, se non che è perfetto per introdurre l’autunno, e che ogni volta che sono a giro e lo sto ascoltando inevitabilmente di fronte a me appare la mia ex che con la sua twingo blu mi sfreccia davanti a velocità supersonica come una malata mentale per i viali di Firenze. Poltergeist.

  • QUILT – “Plaza”

Di questo disco e di come mi abbia sostanzialmente salvato la vita ne ho già scritto, in maniera più o meno delirante, su queste coordinate. A quanto di già espresso ampiamente in quel breve break onirico posso solamente aggiungere che i Quilt sono stati un’autentica folgorazione per me, una di quelle scoperte eccellenti che fai una volta l’anno, due se ti va di lusso; questi hanno classe e stoffa, una frontwoman tanto graziosa quanto magnetica ed un sound che deve giusto quei due o tre sacrifici di sangue nelle notti di luna piena ai Jefferson Airplane, ma poco importa, a noi piace così e va bene. Riconfermo le mie impressioni: “Plaza” ha la stessa personalità di un essere umano (almeno, per me è stato così), di un cugino che non vedi dal novantasei e che tra una cosa e un’altra ti tira fuori quella perla di saggezza che ti cambia la giornata, se non genera l’inversione di tendenza attesa in un periodo un po’ del cazzo della tua vita. A livello musicale poco da dire, è tutto molto tenero ma è anche tutto molto funky oh yeah, senza essere però troppo indiefrocetto da generare in me degli scompensi gastrointestinali. E’ una ninnananna, un abbraccio, la piadina calda che ti offre l’amico alle quattro del mattino dopo che hai bevuto anche l’acqua dalle grondaie. E’ la coperta di Linus definitiva.

periodo storico/stato mentale: il disco esce a primavera inoltrata e per il resto vedi sopra, o leggiti l’articolo che scrissi all’epoca. Pesailculo.

  • THEE OH SEES – “A Weird Exits”

Beh, parlare dei Thee Oh Sees, per me, è come parlare di boh, mio fratello. Un fratello sciancato e completamente fottuto di cervello, al quale però dopo il centocinquantesimo disco in cinque anni non daresti nemmeno più dieci cents per giocare a Street Fighter nel cabinato della sala giochi di Lido di Camaiore (Viareggio). E invece sto fratellone schizzatissimo che risponde al nome di John Dwyer ti tira fuori la bomba da tre a un secondo dalla sirena, perché “A Weird Exits” è tutto questo: poteva essere un “more of the same”, dopo lo scorso “Mutilator Defeated at Last” che sanciva il cambio di formazione a due batterie (scelta azzeccatissima, soprattutto in sede live), invece non è nient’altro che un upgrade, in tutto e per tutto. In primis, perché i Thee Oh Sees mettono un ulteriore piede fuori dal lurido territorio garage da cui si erano generati, per abbracciare la stratosfera, il kraut rock e le improvvisazioni a rotta di collo; poi perché almeno metà album è dedicato alle creature di Dungeons & Dragons – tanto si sapeva che Dwyer era un nerd, sotto a quella miriade di tatuaggi e quel look da surfista della riviera romagnola; in terza sede, perché l’album ha un artwork fantastico, e poi perché ovviamente i nostri hanno deciso di investire su una produzione maggiormente levigata, ma non per questo “smussata”, anzi: i nostri hanno un tiro pazzesco, e a trarne giovamento è ovviamente la sezione ritmica, con le due batterie già citate e il bassaro Tim Hellman, una sorta di fenomeno; questi tre, ad esempio, fanno i NUMERI VERI su una cosa come “Jammed Entrance”. E lì occhi dello stupore e lingua in fuori.
Insomma, Dwyer riceve palla al limite della lunetta, meno tre, si gira, meno due, finta pick&roll e tira in sospensione, meno uno, Thee Oh Sees vincono gara sette delle Finals, Ty Segall e i suoi Muggers a casa. No dai, si scherza Ty, in fondo, come diceva Le Corbusier, l’importante è partecipare, no?

periodo storico/stato mentale: l’album esce a settembre e poi boh, non mi ricordo più nulla, perché quando ascolto i Thee Oh Sees non capisco più un cazzo. L’unica cosa che ricordo è che, poco dopo, io mi schianto in macchina e Dwyer fa uscire una roba che s’intitola tipo “An Odd Entrances”, lo spaccia come un ellepì ma dura venti minuti ed è una merdina che assomiglia di più ad una jam session alle due di notte dopo essere stato dal cinese a spaccarsi di Desperados. Credo comunque che tutto questo sia solo un brutto sogno e lascio perdere. Doposbornia.

  • ANDY STOTT – “Too Many Voices”

Fa un po’ strano a pensarci, ma questo è effettivamente l’unico disco di musica elettronica che ho inserito in lista, e ciò non è un bene, ovviamente – i colleghi di SoundBound non saranno affatto felici..
Ok, vuoto cosmico per le mie orecchie, su quel frangente, quest’anno, ma il mancuniano Andy Stott non sbaglia un colpo. Per chi non lo conoscesse, Stott (conosciuto anche come Andrea) è una sorta di santone della techno sperimentale, ha all’attivo una manciata di dischi e qualche EP, una carriera poco più che decennale e non gode sicuramente della super fama che colleghi ben più giovani (e meno talentuosi) hanno, eppure è divenuto una sorta di oggetto di culto tra gli appassionati e sta tutt’ora vivendo un ottimo periodo, almeno a livello di ingaggi in Europa (passa molto spesso dall’Italia, e se vi piacciono questi suoni, fateci un salto).
Adesso mi rivolgo agli intenditori: “Too Many Voices” non si discosta molto dai territori downtempo e da quella techno ribassata e imbevuta di deep che tanto ci piace, ma ha quel qualcosa in più rispetto allo statico e intenso predecessore “Faith in Strangers” nella scelta di inserire più partiture ritmiche, e soluzioni che non disdegnano addirittura l’R&B e il soul (vedi “Butterfly”); ci sta pure una scappatella nella house di “New Romantic” (best traccia ever made by Stottone nazionale) e qualche sparata che rievoca un attimo il mondo in VCR della vaporwave, quelle distorsioni malate di synth che permeano del resto tutto l’album, da cima a fondo. Chapeau.

periodo storico/stato mentale: Andy Stott ritorna nell’heavy rotation del mio sistema operativo nel momento più opportuno per poterlo fare, ovvero quando sto ancora disintossicandomi dalle tossine dell’ammore – siamo a fine aprile – e il suo disco pare un ottimo antidoto per lenire queste pene. E’ crepuscolare, ma mi fa pensare ad un caldo tramonto estivo, ha il sound di una nuova fanciulla che è venuta a ghermirmi, ma io fino ad adesso di fica nuova non ne ho vista, quindi ciccia. Illusione.

  • GOJIRA – “Magma”

Dei francesi Gojira, e francamente di un po’ di tutto il landscape metallaro degli anni dieci, ne avevo un po’le palle colme, considerando che per me l’ultima vera metal band rispondeva al nome di Down, e ora un po’tutti sanno che fine hanno fatto. Speranze finite? Nossignore: evidentemente, gli anni bisestili paiono portare un sacco di sfiga, ma anche dei dischi memorabili, quando si parla di headbanging e chitarre droppate giù fino all’inferno. Nel novantasei è uscito quello che, molto probabilmente, è il mio disco metal preferito, ovverosia “The Great Southern Trendkill” dei Pantera; nel duemilasedici non ci siamo nemmeno arrivati vicino, a livello di epicness, ma devo dire che come anno è stato tutt’altro che insignificante (vedi Meshuggah, Gorguts, Vektor, e potrei citarne altri). E poi ci sono loro, eletti all’unanimità come campioncini del metal contemporaneo, che nel momento in cui scrivo avranno probabilmente già finito di suonare a Bologna come umile spalla ad un gruppo sorto dalle ceneri degli infimi CREED (ve li ricordate, quei maledetti bastardi?), e che nulla, pare abbiano finalmente abbandonato quelle dinamiche djent e quella passione per i riff piripiripiri che li rendeva un’altra discreta band su disco ma-preferisco-il-live, e che inevitabilmente li legava ad una schiera di fan dell’onanismo chitarristico senza capo né coda. Ma loro restano lì, con il loro status di “heaviest matter of the universe” e il solito tiro live infallibile; eppure, anche i materiali più resistenti possono rompersi: “Magma” è un disco diverso soprattutto per i suoni e le soluzioni compositive, qui semplificate al massimo e prive degli orpelli e dei tecnicismi consueti, in favore di un tiro più orientato verso il groove metal; ma soprattutto “Magma” è un disco figlio di un lutto, ovvero la dolorosa perdita della madre dei i fratelli Duplantier, il batterista Mario e il frontman Joe, che hanno reagito di carattere, con un disco intenso anche a livello emotivo e che, proprio per questo, mi ha colpito – io che sostengo la teoria per cui un disco generato in un momento di crisi/lutto/disintossicazione è ovviamente un disco migliore, vedi appunto “TGST” dei Pantera, o l’ultimo degli Alice in Chains prima della dipartita di Staley. Pare brutto a dirsi, ma è così, ed anche i transalpini non fanno eccezione in questo, tirando però fuori un disco che non sarà un capolavoro, ma che non a caso è tra questi ultimi dieci ed è sopravvissuto con orgoglio, convincendomi ascolto dopo ascolto: una bomba a mano che omaggia i fratelli Cavalera, che strizza l’occhio ad Anselmo e soci e che non disdegna qualche scappatella nel thrash, ma ci sta sempre. Imperdibile per gli appassionati.

periodo storico/stato mentale: “Magma” esce ad estate inoltrata, ma credo di averlo cagato di più da autunno in poi, visto che suona perfettamente per quel periodo. Più che altro è il trailer che mi ha spinto ad avere un certo hype verso l’album, visto che esce il giorno esatto in cui mi lascio con LEI (si, esatto, è un’ossessione) ed è penso l’unica nota positiva di quella giornata di merda – non tanto perché mostrassi un certo tipo di hype verso di loro, ma perché sbirciandoci mi è parso di capire che i nostri stavano prendendo una direzione differente e più congeniale al mio campo di gusti in fatto di metallo pesante. Da allora in poi, un disco perfetto per elaborare piccoli lutti e delusioni, tanto utile quanto lo è stato per i Duplantier bros. Catartico.

  • ORANSSI PAZUZU – “Värähtelijä”

Ebbene, là sopra a penzolare e spaccare tutto ci sono i Gojira, qua sotto i luciferini Oranssi Pazuzu dalla
Finlandia, a ribadire che il duemilasedici è stato un anno propizio per il metallo pesante. Ma sento che la farei troppo facile, a definire il quintetto finlandese in questi termini: nel loro spettro sonoro (uno spettro di quelli paurosi e maligni che t’infestano lo scantinato di casa) c’è un miscuglio di suoni, ma soprattutto suggestioni (anche visive) che riportano la mente verso altri lidi, e categorizzano i Pazuzu arancioni come animali assolutamente rari nel panorama europeo e mondiale. Non è segreto che i nostri stiano cercando da ormai un lotto di dischi di completare il loro travagliato ed oscuro viatico alla volta dei più reconditi recessi della mente, e questo splendido “Värähtelijä” sembra proprio il punto di non ritorno; anche qui, mi viene di accostare questo disco al primo che trovate in questa lista, giusto per far capire alla gente che la musica va ASCOLTATA, e non sentita. E’ infatti un album che richiede, più che una certa concentrazione ed attenzione (d’altronde non siamo qua a risolvere equazioni, giusto?), che ci si cali in un mood, interiormente ed esteriormente, e che ci si immerga senza compromessi nel vischioso mare nero che gli Oranssi Pazuzu sprigionano nella nostra testa a partire dalle primissime battute, con il sinistro arpeggio di “Saturaatio” che inaugura questa sorta di catechesi satanica, con tanto di feedback e distorsioni, urla belluine e beat che richiamano chiaramente alla furia transilvana dei Darkthrone, ma anche divagazioni psych, space e kraut e un organone hammond on-the-loose che ci fanno pensare ad un assurdo matrimonio tra Arthur Brown e Fenriz. Definirlo a parole è altrimenti impossibile, se non si tiene conto di questo strano blend sonoro; per il resto, procuratevi l’album e date una sbiriciatina alla recente chiacchierata che abbiamo avuto con il frontman Jun-His. Vi dovete spaventare.

periodo storico/stato mentale: “Värähtelijä” esce a metà febbraio, quando io sono ancora IN LOVE, ma comincio giusto a sentirne parlare e poi ad immergermici dentro da primavera in poi – diciamo che per la mia rehab è utile quasi quanto “Hold/Still”, ne fa più o meno il contrappeso sinistro ed esoterico, e ad ogni ascolto genera quasi sempre una strana comfort zone attorno a me, tanto da coinvolgermi totalmente e farmi dimenticare quasi chi sono e perché soffro così come un cane. Cupio Dissolvi.

  • KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – “Nonagon Infinity”

Echi di speed e thrash metal, una spruzzata di acidi, kraut à la julienne, soffritto di punk e in padella a saltellare per una 40ina di min. abbondanti.
Sale, olio q.b.
1 cucchiaio di Biancosarti.

E’ troppo facile autocitarsi, ma devo ammettere che dietro a questa grottesca ricetta si celi il vero segreto di “Nonagon Infinity” e del perché sia una delle punte di diamante della già sterminata discografia dei King Gizzard & the Lizard Wizard (quasi dieci dischi in 5 anni?); è qui che infatti gli stregoni australiani doppiano, se non superano l’esperimento di “I’m in your Mind”, sorta di uroboro sonoro che poggiava appunto la sua struttura su trame ripetute in un loop infinito e senza soluzione di continuità. Con l’ennagono però i KG&LW prendono tremendamente sul serio la faccenda dell’infinito, della possibilità di legare l’inizio alla fine, cosa che qui puntualmente accade – e questo è già una peculiarità dell’album, ma non è l’unica e, di certo, non è la più gustosa: Mackenzie e soci si divertono a rimpinzare il proprio suono già diabolico e rutilante con strumenti esotici (e alquanto suggestivi) come la zurna, strumento a fiato appartenente al folklore mediorientale, o l’aggiunta alla sezione ritmica di un numero molto vasto di congas e percussioni di sorta. Non che prima non facessero casino eh, sia ben chiaro; in sette poi quali sono, e decisamente indiavolati e determinati a picchiare duro sugli strumenti, i nostri danno l’impressione di trovarci di fronte ad un’orchestra comandata da Lemmy Kilmister (che riposi in pace), e questa non è una visione poi così tanto paradossale, dato che i nostri hanno deciso di dedicare il loro disco più “metal” proprio all’asso di spade. Tutte le assurde suggestioni che può aver suscitato in me l’ascolto di questo disco sono accuratamente elencate nella cronaca delirante e sconnessa da me pubblicata in questa sede qualche mese fa: un ottovolante mandato a rotta di collo verso le viscere dell’inferno. Un inferno disegnato da Robert Crumb, magari.

periodo storico/stato mentale: l’ennagono dell’infinito comincia prepotentemente a prendere forma e vita nel mio cervello quando ormai sono passati 5 mesi dall’inizio dell’anno, ma io paio non accorgermene, così come non mi accorgo nell’hic et nunc che tra poco finirà l’ultimo giro su questa montagna russa chiamata duemilasedici.
questa lunga lista, poi rivelatasi come una sorta di testamento/auto-psicanalisi/diario riassunto di un anno, va ovviamente a tutte quelle teste calde che mi sopportano e supportano qui su DIRT, ma lo devo anche e soprattutto a tutte le persone che mi sono state accanto e che hanno retto le mie nevrosi e incazzature da Guinness, i miei scherzi telefonici a tarda notte e tutti gli altri danni più o meno gravi che ho loro recato nell’arco di questi splendidi, fottutissimi dodici mesi di tagadà.

Addio, e grazie per tutto il pesce!

hel ter.

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