Diario di un naziskin: Ingo Hasselbach

Letteratura

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Trovato per caso in un qualche mercatino di Roma, e pagato tre euro, il sottoscritto aveva pensato che Diario di un naziskin fosse il libro di un naziskin qualsiasi, un galoppino di Tiergarten, un soldatino rasato e cattivello che in gioventù aveva spaccato qualche vetrina di troppo ad Alexanderplatz.
E invece: questo diario -al quale nell’edizione italiana Il Saggiatore ha assegnato una copertina tra le più brutte che si ricordino, inducendo me, che sono uno semplice, a ipotizzare che il naziskin di un libro presentato così male e svenduto su una bancarella di San Lorenzo dovesse necessariamente essere un pesce piccolo-, questo diario è quello di Ingo Hasselbach, ovvero il più giovane leader del Nationale Alternative, l’obiettivo del quale era l’instaurazione di un Quarto Reich.
Hasselbach, berlinese, scrive nel 1993, poco tempo dopo aver abbandonato il gruppo neonazista, e racconta del suo periodo hippy, di quello punk, di quello tossico, di quello da rapinatore e delle esperienze in carcere; a essere realmente interessanti sono i resoconti su coloro che sono stati nomi eccellenti del neonazismo tedesco -e senza dubbio il nome più importante è quello di Michael Kühnen, morto di Aids nel 1991, ideologo e fondatore del NA.
Il valore letterario del libro è assolutamente nullo, ed è ovviamente cosa di nessuna importanza: a rendere significativo questo diario sono l’onestà e la lucidità che Hasselbach dimostra nel descrivere il suo passato, rifuggendo -e questo è ciò che rende il libro moralmente dignitoso- ogni possibile ricerca di compassione. (p)

 

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