De Gregori, adesso

Musica

durante il concerto a Lucca De Gregori / Bob Dylan

Principe come un gatto trattato da principe da mammà Percezione e sornione come solo un gattone sa essere, De Gregori lo è sempre stato; o meglio, il gattone ha preso pian piano il posto del piccolo ma selvatico gattaccio, striato, arrabbiato, interessato a Lotta Continua, scontroso, dalle frasi ungulate – così si potrebbe pensare. Per me, il randagio è maturato nel gattone sornione, entro la botte dell’esperienza, che barricca di sano disincanto, cresciuto sulla pelle graffiata da quella rabbia per la poca poesia dei politici, per la bugiardaggine dei poeti (una ripetizione, per de Gregori). La presa di posizione forte, come assegnazione di dignità al proprio pensiero può fiorire in una delle poche forme di disincanto nobile, non specchio d’un gratuito accomodamento in negativo – immusonirsi – nei confronti del mondo.

E allora, eccolo lì, professore, preside, principe: De Gregori, che di qualsiasi gatto finora descritto ha ben poco, fisicamente; piuttosto, è uno dei magri ragazzi avventurosi che ha illustrato. Sempre più spigliato, musicalmente pacificato con le sue grandi canzoni, che non deve più sfregiare per riacquistarle alla gente nello spazio-tempo del concerto, dal momento che ognuno di noi, che l’ha amato, se n’è appropriato per sempre: La donna cannone, eseguita con piano, violino e voce, l’ha cantata nell’amore pieno, senza paura per l’immensa dolcezza che da essa promana.

E ancora, sornione e disincantato («Vi lascio in buone mani»…!), ha accettato d’essere supporter del Grande Ispiratore Dylan, quando invece De André aveva rifiutato di conoscerlo, nel momento in cui Dylan stesso chiese di lui per l’ottima traduzione di Romance in Durango. Esteticamente, per il sacro che deve poter rimanere attorno ai miti di gioventù, sono d’accordo con De André; ma De Gregori, con questo gesto, pare scegliere la vita e trasmettere, dunque, non semplicemente almeno un po’ di pacificazione a livello musicale ma, personale. Ci dice che bisogna vivere, o provare a vivere, bene. Poi, chissà!; queste, le impressioni annusate.

Durante il finale de La donna cannone, osannato, allarga le mani come quando s’intende Che ci posso fare oppure É andata così. Potrebbe anche essere: Che devo fare, l’ho scritta io questa, e anche Rimmel, e Buffalo Bill, e perle nascoste come Ultimo discorso registrato, Canta canta, 1940, Pilota di guerra… lo accetto; sono io.

Francesco De Gregori, uno dei grandi scrittori di testi e musica del panorama contemporaneo.
Bello vederti, ancora molto bello, con le mani su fianchi mentre ti godi il tuo (ricco) gruppo durante uno strumentale.

PS: Vale più un borbottio incomprensibile e sbagliato uscito dalla profonda caverna che è oggi la voce di Dylan – come quella di chi non se la schiarisca da cinquanta anni per scelta, perché non ha finito ancora il proprio discorso – di tutto il circense e brandistico vocione rauco di Waits. Una bella serata, che volete che vi dica, musica per chi è voluto rimanere fra buoni amici – come noi. (Lu Po)

 

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