David Bowie e i Tin Machine: il camaleonte cambia ancora colore

Musica

Alla fine degli anni 80 David Bowie chiamò alla sua corte i fratelli Hunt (la stimatissima sezione ritmica di Iggy Pop) ed il chitarrista Reeves Gabrels , dando vita al supergruppo Tin Machine.
Il duca, nel suo decennio più confuso e straniante, passò dal successo enorme di Let’s dance – che, uscito nel 1983, resta tuttora uno dei dischi più venduti del catalogo Bowie –  ai meno apprezzati Tonight e Never let me down, giudicati da molti i figli di un periodo di forte crisi creativa.
La nascita dei Tin Machine fu l’ennesima mossa camaleontica del cantante albionico: messi da parte i colori sgargianti del periodo dance fece suo l’ hard-rock contaminato dell’Iggy Pop di Instinct, lasciando pubblico e critica disorientati. La vita della band fu breve; dopo due album (l’omonimo del 1989 e Tin Machine II del 1991) ognuno prese la sua strada.
Sicuramente questa fase non rappresenta l’apice della vita artistica di Bowie, ma palesa la facilità con il quale il nostro amato David è sempre stato in grado di mutare pelle continuamente, annusando l’aria e rendendo suo il mondo esterno, producendo, anche nei casi meno riusciti, dischi di spessore.
Scaltrezza, opportunismo e furbizia alla mercé di una mente unica, geniale ed ammaliante.

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