Dal genio musicale alla follia omicida: la storia di Joe Meek

Musica

Hai presente quel tuo vicino, quello che sorride sempre al mattino, quando esci di casa per andare al lavoro, che ti saluta con un cenno del capo, uno della mano, mentre è fuori a dar acqua alle piante del suo curato giardino ?
Alle volte, il proverbiale uomo della porta accanto è l’individuo più insospettabile, che si arma di 5 minuti netti di furore, di un fucile a doppia canna, e pone fine alla tua esistenza.
Si, proprio lui.
Ti sembrerà un assurdo delirio, caro lettore; probabilmente, adesso, preso in contropiede dalle mie constatazioni starai guardando dall’altra parte della siepe, oltre la tua finestra, per percepire ogni minimo atto o movimento attorno o dentro la casa accanto alla tua. Chi lo sa, magari dietro a quel sorriso, a quelle buone maniere, a quell’affabile persona, si nasconde qualcuno di profondamente inquietante.
Per dirla con Carlo Lucarelli, uno scrittore che del terrore ha fatto una sua grande fonte di pecunia e congratulazioni, questa sembrerà una ben scritta storia dell’orrore, ma è solo la cruda realtà.
Se fosse un romanzo, sarebbe.. Oh, al diavolo.
Ecco i fatti: Londra, 3 febbraio 1967. Siamo al 304 di Holloway Road dove, un piano sopra una pelletteria dismessa, è sito uno dei più importanti studi d’incisione della città, l’RGM Sounds, che sta per “Robert George Meek Sounds”; il Robert George di cui stiamo parlando è il proprietario di quello studio, Joe Meek, uno dei più geniali “unsung heroes” che la vivida e bizzarra storia del rock anni sessanta ci abbia mai consegnato. In quella fredda mattina, accadrà qualcosa di scioccante ed apparentemente insensato. Ma andiamo con ordine.
Meek, nato il 5 aprile del 1929 nella campagna inglese del Glouchestershire, è il maggiore di tre figli, e dimostra sin da giovanissimo uno spiccato interesse verso gli strumenti elettronici, i circuiti, la meccanica; da come lo descrivono parenti e conoscenti, è come se Joe fosse sempre in orbita su altri sistemi, quasi come se vivesse in un mondo tutto suo (non a caso, era un grande appassionato di fantascienza). Niente di strano, fino ad ora, vi direte: Joe Meek è un ragazzo come tanti ce ne sono, stralunati, con bizzarri interessi e nulla più.
Dopo il servizio militare, in cui Meek si impegna come “tecnico dei radar”, si sposta dalla campagna all’urbe, la grande Londra che sta pian piano divenendo la pancia che accoglie la transumanza di “countrymen” e ruspanti braccianti dei verdi colli; Joe Meek acquista un fondo a Notting Hill, in cui situa il suo primo studio d’incisione, e in cui mette alla prova tutte le sue diavolerie elettroniche. Badate bene, siamo ancora a metà anni ’50, e pensare che c’è un tipo che vive nella tua stessa via e che passa le notti a “svalvolare” su assurdi synth preistorici, modulatori di frequenze ed altri macchinari degni del Dott. Caligari, beh, non la prendi tanto bene.
Meek, agli albori dei sessanta, è così costretto a cambiare studio, e a trasferirsi proprio ad Holloway Road, ben più caotica ed avvezza a luoghi bizzarri. Acquista un altro fondo a prezzo scontatissimo, ovvero la pelletteria fallita di cui sopra, ed il suo nome inizia a circolare: molte band del luogo chiedono la sua illuminata consulenza, sono affascinate dai suoi avanguardistici metodi di produzione. Artisti che forse adesso non vi diranno molto, ma che all’epoca erano fulmini di guerra in fatto di lanciare hit nella top 10 britannica: John Leyton, Mike Berry & the Outlaws, Screaming Lord Sutch e compagnia cantante.
Una band su tutte, però, è ancora ricordata per la sua collaborazione con Meek, e per la realizzazione di un singolo che è ad oggi considerato come un antesignano della musica elettronica: loro sono i Tornados, e saranno i protetti di Meek per molti anni. Il brano, invece, è “Telstar”, un pezzo pop con “strane vibrazioni elettroniche”, come ebbe a scrivere un noto magazine musicale all’epoca.
Siamo nel 1962: Joe Meek rafforza il suo “status quo” di pioniere rilasciando sul mercato un album assolutamente scioccante per quegli anni, qualcosa di mai sentito: “I hear a new world”, registrato assieme a dei fantomatici Blue Men. E’ il suo viatico per lo spazio profondo, una mezz’oretta di divagazioni proto-psichedeliche, voci in pitch, effetti sonori in stereo, insomma, una bizzarria degna di nota. Meek si conferma come outsider della scena musicale londinese e, con quel sorrisone da divo americano anni ’40, esce allo scoperto e dichiara a tutti, senza timore, la sua omosessualità.
Passano le primavere, Meek piazza singoli in classifica, nel frattempo ha modo di collaborare con uno sbarbato David Bowie e, si vocifera, anche con dei Beatles in erba, finchè non arriviamo (o, per meglio dire, torniamo) a quel 3 febbraio del 1967, una data, cabalisticamente, parlando unica: nello stesso giorno di otto anni prima, Buddy Holly perdeva la vita. E a Joe piaceva da morire, Buddy Holly. Diceva che, come con tante altre star del rock ‘n roll defunte, vi comunicava nei suoi sogni.
Fatto sta che quella mattina, Meek sente il richiamo di qualcosa di forte, ha come la sensazione che tutte quelle fascinazioni fantascientifiche, quell’oscuro udire di mondi lontani e creature misteriose che fanno molto Lovecraft, abbiano un senso, non siano fandonie. Ed è piuttosto bizzarro che un uomo di 37 anni, nel pieno della salute, perda il senno in questo modo. Un giorno, ad esempio, riceve una telefonata del tutto confidenziale dal super produttore Phil Spector (altro bel tipino, tra le altre cose), probabilmente per delle chiacchiere, per dei complimenti o non so cosa; il “povero” Spector, dall’altro capo della cornetta, viene coperto di insulti e velate minacce da un Meek che, in preda ad un delirio di persecuzione, è fermamente convinto che il collega voglia “rubargli delle idee”. Nello stesso anno accade un’altra cosa strana, che di certo non aiuta la sanità mentale, già abbastanza compromessa, del nostro Joe; nel gennaio del ’67, il corpo mutilato di tale Bernard Olivier viene ritrovato dentro a una valigetta, nel Suffolk. Olivier è noto nella comunità per il suo orientamento sessuale, le autorità fanno 2+2 (senza alcun criterio) ed archiviano il caso come omicidio passionale. La comunità homo di Londra e dintorni è sotto scacco, in un maxi processo che coinvolge più di una dozzina di sospettati, tra cui Meek: a processo in corso, il nostro si chiude nei suoi studi per più di un mese, abusando di ansiolitici ed evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno. Arriviamo quindi, finalmente, a quel maledetto 3 febbraio.
La Fredda Cronaca: Meek, a quanto dicono i pochi (e confusi testimoni), ha varcato la porta del suo studio imbracciando un fucile a canna unica (un regalo del bassista dei Tornados, Heinz Burt), bussa a quella già nota porta accanto, dietro alla quale si cela una gentil signora, Violet Shenton. La Shenton apre la porta ed è investita dal fuoco prorompente del fucile di Meek che, con apparente ed inquietante calma, riporta il corpo senza vita della vicina nel suo domicilio, poi vi si chiude dentro, e si suicida con la stessa arma.
Caro lettore, spero che questa storia non ti abbia suggestionato troppo. Giusto per sicurezza, da’ un’occhiata dall’altra parte della siepe, oltre la tua finestra, e assicurati che quel sorridente vicino non sia ciò che temi possa essere.

(Tommaso Bonaiuti)

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