Da qui, messere, si domina la valle: il prog italiano

Musica

Quadro schematico della situazione alla fine dei ‘60: la song è all’apice, gli stessi Beatles sperimentano – Harrison l’India, Lennon lo psichedelico e le artiste giapponesi, McCartney la song totale con l’intera seconda parte di Abbey Road – i Rolling Stones ci provano col sottovalutato (ma obiettivamente meno sincero) Their Satanic Majesties Request, i Pink Floyd hanno già alle spalle la mistica A saucerful of secrets o l’intero Ummagumma, gli Iron Butterfly allargano la forma-canzone con In-A-Gadda-Da-Vida, Zappa e Captain Beefheart esistono, i Doors pure, i Velvet Underground figuriamoci (anche se esistere non è il verbo più adatto, in questo caso: preferirei un heideggeriano sono gettati nell’esistenza), Fripp non esiste ma si manifesta (ho già avuto modo di scrivere tale teoria), i Genesis cominciano a fare capolino e il sessantotto, che c’è stato, appunto, nel sessantotto con tutta la serie di germi – buoni e cattivi – che ha lasciato germogliare nei vari paesi: da certe forme di comuni tedesche scaturiranno gli Amon Düül prima di separarsi in due pezzi; in Cecoslovacchia i Plastic People of the Universe diventano uno dei vessilli della protesta, certamente diversa e più profonda rispetto a quella della Francia o dell’Italia e insomma, si potrebbe andare avanti; la sintesi è: si sono aperte abbastanza le porte perché attecchisse una forma di virtuosismo, magniloquenza, superamento dei limiti.

Per anni ho sostenuto che, eccettuata l’Inghilterra, il prog italiano fosse il migliore del mondo; poi, ho ascoltato il cosiddetto kraut-rock tedesco e… no, non lo voglio dire. In ogni caso, la parabola anni ’70 del progressive italiano è stata straordinaria, luminosa, breve e buffa al tempo stesso: un’orgia di nomi che da soli identificavano il genere – il Rovescio della Medaglia, Picchio dal Pozzo, Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Biglietto per l’Inferno, la Locanda delle fate, Pierrot Lunaire, il Balletto di Bronzo, Quella Vecchia Locanda, Museo Rosenbach – completata da testi affollati di folletti, maghi, temi sociali, Nietzsche, sotto-forme di esistenzialismo e quant’altro. Ultimamente, trovando un post di Facebook su Le Orme, non ho resistito a citare un verso o meglio, un’immagine, che da sola racchiude l’essenza di una tentata nouvelle vague della parola, con risultati oscillanti fra l’interessante, l’ingenuo e il comico involontario: «La maschera di un clown in mezzo a un gran deserto». Lasciata lì, stesa nella sua ineffabilità visionaria in Uno sguardo verso il cielo, ieratica e ridicola al contempo; a suo modo, fantastica.

Naturalmente ci sono le dovute eccezioni: l’indimenticato Di Giacomo ha regalato, qua e là, perle di perfetta connessione fra testo e musica ai fratellini terribili Nocenzi del Banco: «Com’è strano oggi il sole / Non si fa scuro chissà perché / Forse la sera non verrà a uccidermi ancora / Ha avuto pietà solo ora», da Il giardino del Mago – ma subito dopo, cade tragicamente con «Vedo già foglie di vetro / Alberi e gnomi corrersi dietro» – o capolavori di testi-visione come Impressioni di Settembre dei PFM; che, infatti, ha la firma di quel marpione di Mogol.

La stagione del prog italiano ha avuto una funzione liberatrice nella nostra musica, portando alla luce talenti pazzeschi, la cui prosecuzione ha preso molte strade: Stalteri dei Pierrot Lunaire è pianista e collaboratore di Radio 3, i PFM sono un baraccone che perde ogni tanto un pezzo (dopo Premoli, adesso anche Mussida) ma va avanti, Tavolazzi degli Area – un caso  a parte, all’interno di questo fenomeno, più complesso: inutile liquidarli ora con due parole – è un jazzista e turnista coi fiocchi; il Banco, fino almeno alla scomparsa di Di Giacomo, ha avuto una fase pop parallela a quella dei Genesis, per poi riprendere a divertirsi col suo primo amore. Poi, una funzione sociale, perché ha rappresentato una delle forme di aggregazione degli anni ’70, coi concerti di Villa Pamphili e altri; e politica, che ha visto impegnati a sinistra il Banco e ancor di più a sinistra (quella che guarda all’anarchia, come per De André) gli Area. Una funzione influenzatrice, che andrebbe studiata meglio, sui grandi autori italiani, e in genere sul sound italiota: l’apporto di Alberto Radius, il succitato de André che suona con la PFM, Battisti e il capolavoro Anima Latina, il moog in Radici di Guccini, il periodo del Concerto Grosso dei New Trolls. Infine, una funzione di esplosione musicale simile a quella delle “merci” in Zabriskie Point di Antonioni: barocca fino al diabete virtuosistico, immaginifico, contorsionistico, tanto da aprire le porte, a sua volta, agli albori di un vero e proprio rock all’italiana, con la sua sintesi necessaria dopo tanti unicorni e lucciole che non s’amavano più e con musicisti che, ormai, sapevano suonare. Un aneddoto ormai celebre ma che è sempre divertente, tipico, da citare sull’italoprog: dei Semiramis faceva parte un giovane Zarrillo, travolto poi dalla melodia marmellatosa e dall’elefante che ama la farfalla (ecco: qualche traccia di prog, gli doveva pur essere rimasta). (Lu Po)

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