Cronache dal grottesco: Gioventù cannibale

Letteratura

“Orribili scene si presentavano ad ogni passo, dinanzi ai loro occhi. Vi erano mucchi di morti dovunque, orribilmente deformati da colpi di sciabola o di spada, o colle braccia tronche, o coi petti squarciati, o col cranio spaccato, orrende ferite dalle quali sfuggivano getti di sangue che correvano giù per le scalinate delle casematte, formando delle pozze esalanti acri odori”.
Emilio Salgari, “Il Corsaro Nero”, 1898.

La letteratura, da sempre, è un vivido pozzo di conoscenza e di scibile umano di varia forma e contenuto; dalla sua funzione divulgativa si passa ad una più ludica, didascalica e narrativa, che fende la mente dei tanto impegnati scrittori e traduttori del pensiero su carta generando visioni mistiche, interpretazioni dei sogni ed immaginari fantascientifici e surreali.
Ma il caso, almeno a titolo personale, in cui la letteratura da il meglio di sé, anzi, sprona questi guerrieri armati di penna od Olivetti a dare il meglio di sé, è quando si tratta della cruda, semplice realtà.
E, in questi casi, non c’è niente di più macabro e graficamente insopportabile che raccontare per filo e per segno la morte umana; dipingere, come Caravaggio, tutte le sfumature del sangue e delle interiora, uccidersi un po’ mentre lo si fa, mentre si immagina l’ultimo sospiro d’anima che esce dalla bocca di un malcapitato moribondo.
Da molto tempo, questo aspetto rimane, a ragione, intrigante e disgustoso, ma assolutamente sincero. Dico da molto tempo, perché, come ricorderanno i lettori più audaci o dotati di spiccato acume, già Omero scendeva in dettagli leggermente scabrosi nel narrarci gli epici scontri dell’Iliade, o i travagli del viaggio odisseico; da lui, passando per i secoli e per il moderno linguaggio dantesco, che porta con sé le truculente vicende dei gironi infernali, fino ai moderni King, Landsdale, Ellis e compagnia scrivente, che narrano invece dell’inferno del quotidiano, popolandolo però di creature si fantastiche, ma anche assolutamente allegoriche.
D’altronde, come diceva appunto il Re dell’horror, lo spavento è tremendamente terapeutico, è uno shock che scarica la tensione, ma anche la noia di una vita monotona, e credo che più o meno tutti i menestrelli del crimine e del terrore abbiano colto al volo il potere benefico di ciò, come credo l’abbia fatto, ad occhio e croce nella primavera del ’96, Daniele Brolli.
Ora, ai più il suddetto non dirà molto, se non a chi è accanito sostenitore di riviste cult come Frigidaire, Il Male, L’Eternauta etc. etc.
Vi dirò soltanto che il Sig. Brolli è da sempre stata una mente lucida o, per usarla con il Principe de Curtis, un “furbacchione”; già dagli anni ottanta il nostro, poliedrico autore di storie brevi, illustratore, editore e massimo esperto di fantascienza, collaborava con alcune delle sopracitate riviste, ed in specie, per “Frigidaire”, si occupava di falsare storie proto-pulp o di varia natura (giallo, horror o, appunto, fantascienza) apponendo firme illustri, di modo che si facesse credere al lettore ancora poco smaliziato e soprattutto non dotato di quel magico strumento chiamato L’Internet che il suo mensile preferito collaborava con i mostri sacri.
E invece, era il Brolli che li perculava con grande stile.
Insomma, questo genietto dell’editoria italiana aveva occhi ed orecchie dappertutto e, in quell’aprile del 1996, vide realizzarsi una delle sue scommesse più azzardate: Gioventù Cannibale, una raccolta firmata da giovani autori scovati nei meandri dell’editoria underground e nelle aule del DAMS di Bologna che, con piglio pulp (era una parola molto in voga all’epoca, a quanto pare) e con cruda minuzia nei particolari, raccontavano gli aspetti grotteschi, violenti e macabri dell’Italia borghese (e non).
Autori allora alle prime armi, come Aldo Nove, Luisa Brancaccio, Niccolò Ammaniti ed altri guidati dai già più navigati Pinketts, Luttazzi e Massaron conquistarono una fascia di pubblico giovane con un linguaggio feroce, diretto, urbano, e senza lasciare niente di intentato, raccontando di un mondo che ci appare distante da quanto è grandguignolesco e folle, ma che è attuale e profondamente nascosto, popolato da novelli Patrick Bateman, fatto di storie più assurde della finzione.
Storie come E Roma Piange di Alda Teodorani, che, cruda e malevola, si occupa dei sempre più frequenti casi di “barbonicidio” (logos frutto dell’ancor più spietata stampa) alla stazione Termini, visti dagli occhi ma compiuti dalle efferate mani di un ex tirapiedi della ‘ndrangheta; oppure, la folle “Seratina” a base di strisce bianche, animali selvaggi per i colli romani e pistole di Silvia Brancaccio ed Ammaniti, qui al suo esordio su “major”, ancor prima di Fango e dei racconti generazionali; si passa anche per la rivisitazione in chiave horror-splatter di Cappuccetto rosso a cura dello special guest Daniele Luttazzi che, a distanza di tempo, difendendo l’opera accolta si da un clamoroso successo, ma anche da tanti bigottismi, ebbe a dire:
“Fu un’antologia profetica: intellettuali come Mauri e Guglielmi la criticarono perché secondo loro conteneva una narrativa lontana dalla realtà italiana. Dopo qualche mese, l’Italia conobbe i casi del mostro di Firenze, del serial killer ligure, di Erika e Omar, dei satanisti lombardi eccetera. Gli artisti hanno le antenne e sentono in anticipo quello che sta per arrivare”.
Niente di più vero, dalla bocca di un uomo che, a priori da ciò di cui stiamo parlando, ha rivoltato come un calzino l’opinione pubblica italiana non senza sensazionalismi, ma dotato anche di grande sagacia e, perché no, un pizzico di cinismo; d’altronde, per questi aspetti, non ci stupiamo che Luttazzi abbia voluto partecipare a questo fortunato progetto che, a sua volta, ha lanciato nella stratosfera del culto letterario di fine secolo e di quello successivo i vari Nove, Ammaniti e tutti i sopracitati, e a ragione, constatandone l’effettiva qualità di idee e l’abilità nel creare un nuovo linguaggio.
E’ anche per questo che Gioventù Cannibale, a distanza di quasi vent’anni, risulta ancora così moderno, efferato, splendidamente efficace. Una lettura che consiglio caldamente a chi se la fosse persa e a chi, annoiato dai casi della TV e degli insensati teatrini tra conduttori, criminologi, plastici e scene del crimine, cerca uno spaccato inquietante e spietato della “vita comune”, perchè imboccato continuamente di rapimenti, uccisioni ed abusi in divisa dal vergognoso sciacallaggio mediatico.
Buon Brivido.

“Ma te ne rendi conto? Dico, te ne rendi conto ?! Figli di troia, hanno ammazzato Thanatos, l’hanno fatto diventare una macchietta seduta sul divano di Bruno Vespa; così come hanno ridotto Eros ad un locale a luci rosse strusciato in tutti gli angoli dal culo delle spogliarelliste e dalle malelingue dei guardoni.
Vergogna.”
Anonimo
(Tommaso Bonaiuti).

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