Crocevia Atmosphere

Musica

La fine dei ’70, che incredibile periodo al contempo d’incubazione, nascite, conferme, promesse mancate o destinate a lunga vita. Basta scorrere la frutta secca delle varie definizioni susseguitesi in quegli anni, per darne un’idea: punk, post-punk, punk-rock, dark, new wave, no wave e chi più ne ha più ne metta (e poi, la smetta). Una specie di ritorno alla preistoria era necessario e così avvenne: in parte, in modo naturale, dopo le sbornie barocche del progressive nelle sue plurime forme, gli sperimentalismi consequenziali a un decennio di liberazioni e costrizioni, il farsi immenso baraccone di macchine mondiali come i Pink Floyd, i Deep Purple e così via; in parte, in provetta, come Malcolm McLaren ci ha insegnato coi Sex Pistols, e come accade a ogni fenomeno mediatico in generale.

Perciò, un crocevia, in cui ciò ch’era stato o che era nel suo farsi si fondeva a ciò che sarebbe stato e ancor non era; fra le molte pagine da sfogliare, mi attrae come il sound di molte realtà che avranno lunga vita – cronologicamente, o per importanza all’interno di una storia della musica – abbiano mosso i loro primi passi fra spigoli, asciuttezza ed essenzialità, per poi accogliere in seguito sonorità ridondanti e declamatorie. Ascoltiamo Killing an Arab dei Cure e Sugar on my tongue dei Talking Heads: chitarre stridule, da menestrelli per il matrimonio de La sposa cadavere di Burton, sottrazione come linea conduttrice, ritmo, esaltazione del carisma vocale di Smith e Byrne. Da questa matrice, gli uni trarranno un’identità precisa, che avrà voglia, a un certo punto, di farsi lata, ecumenica, camminante su ampi pad ( in Disintegration, Wish); gli altri, virando sul pop sofisticato e intelligente per definizione – non amo l’intelligenza come progetto artistico, che sia usata da una stellina sperimentarola come Byrne o dai Baustelle –, formulando una lingua etnica ad uso e consumo dell’Occidente e culminando nella sovraccarica Road to Nowhere che, se siete stati ragazzini negli ’80, vi prego d’intonare mentalmente col suo vero testo: «Yomo è lo yogurt buooonooo…».

Allora ho pensato ad Atmosphere dei Joy Division, uno dei singoli che oggi si trovano nella raccolta Substance. Crocevia quintessenziale, tutto compresso in un fazzoletto di tempo – un lembo tirato dalle esperienze spigolose di quegli anni, l’altro da epici tappeti sonori che, riadattandosi, porterà ai New Order – i Joy Division hanno fuso il prima e il dopo di se stessi tutto in una volta; a rendere possibile questa specie d’ubiquità sonora, il collante dei testi e della voce di Ian Curtis, di cui non importa sapere se fu il tormento a generare la lucidità, o viceversa. Atmosphere, da cui i Cure più ampollosi hanno attinto a piene mani, basata su due soli accordi come Bad degli U2, qualche anno dopo: ma dove questi ultimi non sanno rinunciare al climax e al dolore certamente sincero ma ostentato dalla uterina vox di Bono, gli altri li contengono ambedue ed anzi, dall’accordo di passaggio (un terzo) che va a riposare sulla sequenza dei due che reggono la canzone, cade sul pavimento del primo di questi uno scroscio sonoro, qualcosa come una graniglia di stelle che suggella la complessità dell’esistenza: il dolore è nella misura in cui si percepisce l’ombra lunga di una serenità possibile, e si avverte, quasi al tatto, il Cosmo tutto. Solo per poco, Curtis sembra lasciarsi sopraffare dalla sua differenza – people like you find it easy – poi torna al dolore controllato, da cui egli stesso sembra essere distante, oggettivo, mentre lascia un buon consiglio, o la sintesi di un destino: walk in silence; don’t walk away, in silence. (Lu po)

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