Chuck Berry, Derek Walcott: due figure della Saga universale

Musica

Chuck Berry: da solo o quasi, è un Capitolo intero nella Storia della Musica, travasando a suon di riff la razza bianca nella nera e viceversa; contraltare di Presley, tanto nel colore quanto nella differenza fra eccellenza nell’Immaginario e quella nella pratica. Benché lo stesso Berry, il papero, l’irrequieto dalla gamba alzata, non fosse da poco, per sognare! Così come Presley non era solo facciata: bruciava, ardeva – e ciò lo si captava.

Berry è stato un traghettatore. Né i Carcass o i Cars e i Kiss e i Kyuss, e nemmeno i Pink Floyd e i Beatles (e più in su c’è solo Dio se c’è), ci sarebbero stati, senza che il jazz e il blues figliassero il boogie-woogie e che, poi, Berry (nero ma non coi capelli afro; nero dal volto simpatico al caucasico) portasse l’energia del rock’n’roll dai neri ai bianchi. Queste figure sono bibliche, dantesche; omeriche. Con poche altre, in tutte le grandi saghe – reali, di fantasia o mitiche – tendono a ripetersi: ci sono traghettatori, abbiamo detto (Caronte, Mosè, Miles Davis); i Messia/civilizzatori (Paul Atreides in Dune, Gesù per i cristiani, Viracocha per gli Inca: profetizzati e attesi affinché cambi tutto); gli stessi narratori, che hanno la visione d’insieme per raccontare una tranche della Storia (Omero, Dante, Viāsa per il Mahābhārata).

Ormai è accettato che per Omero (speculare all’indiano Viāsa) intendiamo non uno scrittore ma un lavoro di secoli: da parte di aedi, di cantori, di tradizioni orali raccolte, greche e non solo. E nella Storia della Musica, il passaggio dalla classica – uso questa definizione per velocità – al blues&jazz è avvenuto solo grazie a un lavoro di un bel po’ di tempo, se non proprio di secoli, in un  pentolone chiamato America, entro il quale sobbollivano insieme gli emigranti italiani, polacchi, irlandesi; gli schiavi africani, gli inglesi fattisi americani, i francesi di New Orleans. Erano tutti, in fondo, delle periferie che hanno creato, trasfigurandosi l’uno nell’altro, una nuova città: il futuro della musica

La recente morte (17/3/2017) di Derek Walcott, poeta caraibico Nobel nel 1992, ha stuzzicato la mia necrofilia anche più di Berry. Walcott l’ha scritto, il suo Omeros, ed a suo modo lo è stato. Cantore di un mare come lo fu del Mediterraneo chi ha scritto l’Odissea; del colonialismo e, infine, della vita stessa, descritta con colori che sono giunti nuovi a noi vecchi europei, ignari dell’inglese-creolo e delle luci, delle atmosfere e degli scricchiolii di quella fetta di universo. Nella Mappa del nuovo mondo, un testo che mi ha cullato per tanto tempo, egli si presenta così:

I’m just a red nigger who love the sea ,
I had a sound colonial education,

I have Dutch, nigger, and English in me,

and either I’m nobody, or I’m a nation.

Un negro rosso: anch’egli un pentolone, un crogiuolo di culture, e al contempo un’altra periferia dell’essere umano. Ma è proprio ciò che andava mappato: Walcott è certamente stato in anticipo sui tempi, poiché oggi è più evidente rispetto all’uscita della suddetta raccolta che gli opposti (veri o falsi che siano) si sovrappongano in un’orgia benedetta dall’Epoca post-ideologica. Nella Mappa, il poeta ha narrato già un risultato possibile – lui stesso e il suo mondo – di tali contaminazioni.

Come in Walcott autore e persona, così in America col jazz d’inizio Novecento non esisteva più just l’italiano o il negro o il colono; tutti erano a Nation (musicalmente; per la politica, molti rimasero nobody). Perciò, il jazz era così liberatorio e pericoloso, tanto quanto adesso è spesso innocuo e in mezzo agli aperitivi. Il Caron dimonio Berry ha dato una spinta a quello spirito nato in America, traghettandolo verso altri futuri ancora, in una Saga della Musica che fa e farà da sottoinsieme splendido e consolante alla Saga Universale, con le sue figure che si ripetono; e Walcott, dalla sua capanna letteraria, è uno degli Omero che ha raccontato, passando per l’esperienza personale di red nigger, il modo in cui si possono formulare questi futuri: accogliendo le periferie, cuocendole in un pentolone, finché non ne esca un buon profumo. Roll over, Beethoven! (Lu Po)

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response