Chris Cornell, per noi

Musica

Volevamo scrivere qualcosa su Chris Cornell, perché andava fatto; poi non più, perché sarebbe stato difficile non cadere nei meccanismi della retorica – quelli mentali, per cui in certe occasioni l’adesione ai luoghi comuni più banali è al limite dell’inevitabile -; poi, di nuovo e definitivamente, abbiamo deciso che dovevamo scrivere qualcosa, perché, retorica o meno, lo volevamo fare, e ci serviva farlo

“È morto Chris Cornell” – leggo in uno dei tanti messaggi ricevuti in tarda mattinata – e lo conoscete, cosa si prova, si apre un vuoto all’altezza dello stomaco, ed è immediata la sensazione di non essere più seduto in ufficio a lavorare. Ritorno immediatamente a quando ascoltai per la prima volta la sua voce, a dodici anni e poi salto all’aprile 1994, e a quel che provai – di indefinibile, ancora –  apprendendo dal TG1, a pranzo coi miei, della morte di Kurt Cobain.

Il peso specifico di questa dipartita però cambia, tenendo conto di altri 23 anni di incredibili composizioni musicali, che hanno accompagnato le vite di una generazione intera, o forse più d’una, inclusa quella di chi scrive.
Proprio la stessa mattina, per via del fuso, avevo visto ancora da sotto le coperte il suo tweet: “#Detroit finally back to Rock City!!!! @soundgarden #nomorebullshit”. Dopo la notizia ricevuta, quel #nomorebullshit improvvisamente cambia significato, e diventa nero come la pece. Ancora confuso, cerco di capire cosa è successo, la parola “overdose” rimbalza nella testa, penso a Temple of The Dog, ad Andrew Wood. Layne Staley si materializza davanti a me, con quella carica di malinconia che solo lui era capace di contenere negli occhi, profondi e oscuri come i pozzi dei racconti di Murakami.
Solo in serata, alla fine della seconda birra, tutto diventa più chiaro: suicidio.

Rimango sveglio fino a tardi, metto su i dischi dei Soundgarden, uno dopo l’altro, non lotto più per tentare di uscire dal buco nero, mi faccio risucchiare. Nel frattempo arrivano altre notizie. Il corpo senza vita è stato trovato nel bagno della suite del suo hotel di Detroit poco dopo la fine del concerto. Si è impiccato. Al Fox Theatre i Soundgarden hanno suonato come ultimo pezzo, non in scaletta, “In My Time of Dying” dei Led Zeppelin. Brividi.

Chris Cornell era noto soffrisse di depressione cronica fin dagli anni dell’adolescenza, e i suoi testi portavano solitamente un certo carico di malinconia. Il tema del suicidio appare, sempre poeticamente, in molte sue canzoni, sia coi Soundgarden, che come solista, o come frontman di Temple of the Dog e Audioslave. Ad esempio in “Let Me Drown” e “Like Suicide”, che si trovano nel capolavoro dei Soundgarden, Superunknown (1994). “The Day I tried to Live”, nello stesso album, lamenta il suo essere troppo impostato, chiuso e solitario. “Fell On Black Days” parla della paura che tutti abbiamo, che le cose vadano male all’improvviso, che si cada nell’infelicità quanto meno ce lo aspettiamo. Le corrosive allusioni ai suoi conflitti spirituali in “Holy Water”, Badmotorfinger (1991), l’oscurità del groove della più recente “Taree” (King Animal, 2012). “Gasoline” e “Show Me How to Live” dell’omonimo album degli Audioslave (2002), parlano di insonnia e di strazianti crisi esistenziali.

Durante gli ultimi anni con i Soundgarden, Cornell ebbe seri problemi di abuso di alcool e droghe, da cui però uscì lottando, dopo cinque lunghissimi anni di riabilitazione, depressione e agorafobia. In questi anni, 2001-2007, registrò quattro album con gli Audioslave. Nel 2007 Cornell lasciò il gruppo: “It was really hard to recover from, just mentally,” ricorda, “I think Audioslave suffered from that because my feet hadn’t hit the ground yet. I was sober but I don’t think my brain was clear… It took me five years of sobriety to even get certain memories back.” Negli ultimi anni sembrava avesse ritrovato un certo equilibrio, tutte le cronache riportano che fosse pulito da molto tempo, ed era notoriamente sincero riguardo alla sua lotta contro la tossicodipendenza. Lo scorso anno si era trasferito in Florida con la moglie e i due figli e sembrava felice e stabile.

Il testo del suo singolo più recente,“The Promise” (scritto per l’omonimo film del 2017), finisce così: “And one promise you made / One promise that always remains / No matter the price / A promise to survive / Persevere and thrive / And dare to rise once more / A promise to survive / Persevere and thrive / And fill the world with life / As we’ve always done.”
Promessa non mantenuta. (Stefano Mineo)

 

Nel 2002 era uscito da poco Audioslave, e io avevo fatto da poco 16 anni, e, per qualche motivo la prima volta che vidi il video di Cochise mi misi a piangere, e pensai di essere gay – c’era Tim Commerford, che mi sembrava bellissimo, e c’era Chris Cornell, che lo era.

L’anno dopo, con alcuni amici, misi in piedi una band che aveva un ottimo chitarrista – che adesso credo faccia il veterinario -, con la quale provavamo a suonare qualche roba inascoltabile che all’epoca scrivevo io, e alcune cover. Suonavamo Like A Stone, io all’epoca credevo seriamente- ossia, in maniera lucida – che Chris Cornell fosse la miglior voce rock di tutti i tempi, e mi chiedevo da dove la tirasse fuori, se dallo stomaco, se dalle gambe, se dalle palle, e arrivammo al giorno in cui Like a Stone divenne un’ossessione.

Dopo quel giorno, al quale seguirono una serie interminabile di altri giorni in cui Like a Stone me la suonavo a casa tentando di imitare la voce di Cornell, arrivai al momento in cui mi ero convinto di poterla cantare come Cornell – si chiama megalomania, ne ho sofferto molto.

La band, dopo alcuni mesi, si sciolse nel nulla, e nessuno ne soffrì mai; Cornell, però, me lo sono portato dietro, fino al punto in cui succede che – questa non si chiama megalomania, ma dev’esser comunque uno stato psicopatologico – ti convinci di conoscere una persona che, per tutta la sua vita, non saprà niente della tua esistenza, né di quella della città dove sei nato, né di quella di ognuno dei tuoi amici, e di tutto il tutto che ti rappresenta.

La mia idea attuale su Chris Cornell era, riassumendo moltissimo, questa: una persona felice, con una bellissima moglie, e figli meravigliosi, e non mi vengono in mente molte cose con le quali questa realtà – ammesso che di realtà si trattasse – possa esser più incompatibile con una colonna vertebrale spezzata e un corpo morto appeso a una corda.

La verità è che è tutto incredibile – in senso letterale: è uno di quei casi in cui è difficile credere che ci stiano raccontando un fatto realmente avvenuto – e tutto molto doloroso.
Ho amato molto Chris Cornell, e l’idea che Chris Cornell sia stato una persona anche felice. (p)

 

Brad Mehldau è da anni uno dei migliori pianisti jazz al mondo. Celebrato anche per alcune versioni di brani come Paranoid Android dei Radiohead o Blackbird dei Beatles; insomma, è attento alle perle che vivono al di fuori del genere di riferimento. Fra queste, Black hole sun, di cui ha saputo scovare la tenerezza e l’intimità. Ora, chi scrive queste righe è uno strimpellatore che da tempo voleva mettere in repertorio una versione simile del brano dei Soundgarden. Quando è uscita la notizia di Cornell, non ci ho pensato più; ho controllato gli accordi, l’ho provata un attimo, e ho aspettato il giorno dopo, quando avrei avuto la serata.

Poi mi son trovato a suonarla, ma non pensavo per niente a Mehldau; pensavo – o meglio: ero dentro – all’esplosività che usciva da Black hole sun; sembrava naturale dover insistere sulle note, sottolinearne la melodia, l’intelaiatura; mi sentivo arrabbiato, probabilmente perché mi stavo liberando allo stesso tempo sia di qualcosa di mio che di una morte così triste. Passandomi accanto, il capo cameriere ha sussurrato: «Che pezzone!».

E alla fine, fra la gente che mangiava, dall’altro lato della sala un tipo ha applaudito. Io mi sono girato; ci siamo guardati come se ci conoscessimo. (Lu Po)

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