CAN YOU HEAR ME, MAJOR TOM?

Musica

Mi trovo seduto, come tante volte nei miei pomeriggi da undicenne (o giù di lì), di fronte allo stereo che allora troneggiava imperioso nel soggiorno di casa mia; la coppia di diffusori, torri immense ai miei occhi incantati, sparpaglia talvolta nubi di acido suono spaziale, le avventure fantasy di cap. Syd e di Floyd il Rosa, talvolta macumbe gipsy dal sabòr tex-mex che accennano a donne crudeli ed esoteriche danze, altre volte, surreali storie di un affabile ometto bolognese e dei suoi viaggi a Berlino, dei suoi treni per Francoforte e di cuccioli affamati.
Ogni giorno, un’avventura, un appuntamento con una voce sempre diversa, sempre intrigante – bastavano 10, 15 minuti di album ed ero già catapultato nel folklore di “Foxtrot” dei Genesis, suggestionato dalla frenetica e bizzarra copertina disegnata, galvanizzato dalle vichinghe tempeste ormonali degli Zep durante le loro scorribande yankee, cullato dalle corde di zio Neil; poi c’è Lui, David, con i suoi tanti volti, le sue mille storie e milioni di suoni diversi che rimbalzavano nella mia testa portandomi lentamente in una comfort zone di caotica quiete. Tecnicamente, si chiamerebbe ipnosi, qualcosa simile ad un sogno lucido, o ad un dialogo con un’entità extracorporea.
Non la voglio buttare sull’esoterico più di quanto non abbia fatto il “sottile duca bianco” nel retrocopertina di “Station to Station” (1976, ed uno degli ultimi che ho veramente apprezzato), disegnando a mano l’albero della vita dai tratti cabalistici – anzi, non c’è niente di più analogico, folkloristico e genuinamente terreno di mia madre che, ciabattando da una stanza all’altra, mi intima di abbassare il volume di fronte alla mia torre di Babele; a quel punto, per non recare disturbo alla genitrice ed alle sue faccende domestiche, m’inforco a mo’ di casco le cuffione oltremodo oversize rispetto alla mia testa pulsante, alla mia fronte inarcata dalla curiosità, sulle mie orecchie ignare di essere investite, di lì a poco, dal racconto in musica del mio primo allunaggio, della prima volta che ho sentito (e quasi visto) lo spazio profondo (Armstrong, non ti temo). Ed ecco che proprio dalla stratosfera giunge sempre più forte un gentile strimpellio di chitarra; poi una voce: “Ground control to Major Tom, can you hear me Major Tom ?”, che sembra quasi parlarmi, anche solo per il fatto che tra tutte le parole che l’eternauta sussurra comprendo solo “Tom”, non a caso. Ma non ha importanza, al “lift off!”seguito da quel magnifico slide, sono già in orbita seguendo la traiettoria di Major Tom.
E’ così che toccai la Luna, grazie allo stesso uomo che sullo spazio mi ci avrebbe riportato più e più volte, che da quello stesso spazio sarebbe caduto sulla Terra, qualche anno dopo, e che ci avrebbe raccontato di ragni marziani e donne ammantate di polvere di stelle, ci avrebbe illuso con i suoi travestimenti, ma mai deluso con la sue storie incredibili.
Se per il me stesso dodicenne Bowie era il menestrello galattico Ziggy Stardust, nella mia adolescenza irruppe, ancor prima dell’elegante Duca Bianco affascinato dall’occulto, il piratesco Halloween Jack, grottesco figuro del post atomico che portava con sé truci novelle urbane e quell’immaginario gender che conciliava perfettamente con l’arrivo della pubertà, delle prime cotte e della scoperta del sesso; tutto questo grazie ad un bucaniere en travesti ed alle sue storie ribelli, non male.
Poi arrivò la grigia trilogia berlinese e con essa l’occulto di cui sopra, i rumori meccanici, le mani magiche di Brian Eno e la sua Strategie Oblique, la stessa che io cercavo di attuare per darmi delle risposte, per capire chi ero.
“Chi sono io?”, era la domanda più in voga, quella da un milione di dollari.
Mi piace pensare che qualche volta, radendosi allo specchio la mattina, guardandosi in un monitor a scivolare con classe sulle note di “Fame” o “Let’s Dance”, oppure vedendosi sulle copertine dei suoi album, se lo sia chiesto anche Bowie: “chi sono io?”.
La risposta la potrei rintracciare in un vecchio poster che era affisso in camera mia, in quegli anni di crescita e di immaginifiche traversate spaziali: “There’s old wave, there’s New Wave… and there’s David Bowie”.

Buon viaggio Starman.

(Tommaso Bonaiuti)

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