Arti visive

Buon anniversario di morte, Klimt!

Buon anniversario, Herr Klimt! Per festeggiarlo insieme, Dirt apre per te un blocchetto da disegni, e tenta qualche schizzo veloce veloce per disegnare il tuo volto d’artista.

E davvero è solo per festeggiare, poiché quel volto se lo ricordano davvero quasi tutti; anche Klimt, insomma, gode di una vista panoramica meravigliosa, dall’Olimpo degli artisti che – meritatamente – hanno sfondato il muro dell’addetto ai lavori: magari il Signor Boh?! non mastica bene il tedesco e non conosce quel nome così adatto – Klimt! Klimt! – a clangori onomatopeici (misconosciuti dalle rotondità, dalla Natura florida, ma ritornati sottotraccia in certi spigoli della Vienna di primo Novecento, basti vedere una qualsiasi mano dipinta da Schiele o ascoltare il Pierrot Lunaire) ma, mostrandogli uno dei suoi quadri, sono altissime le probabilità che sbotti in un: «Ah sì!, ce l’ho presente! L’oro, le donne… Sì, sì!».

Queste righe hanno già abbastanza elementi per ricostruire i lineamenti.

Morte. Festeggiare cosa? Precisiamo: non è il compleanno di Klimt, ma l’anniversario della morte. Eppure non fa una grinza un party in suo onore, poiché l’accostamento fra Eros e Thanatos raggiunge in questo pittore lo stato di un leit motiv che sorregge quasi da solo tutta l’opera, sia che canti le tre Età dell’essere umano o glorifichi la maternità e perciò, il ciclo biologico come Ordine naturale dell’Universo; sia che entri nello sguardo di molli signore per vederne insieme il languore mai sopito al di là dell’anagrafe (un languore che sembra dirci che il duello fra ragione e passione è un equilibrio destinato a rimanere fragile per tutta la vita) e il teschio celato dalla carne, simbolo della morte che verrà; o che faccia esplodere di sensualità la tela, non solo nella posa erotico-fetale di Danae o nelle effusioni direttamente rappresentate (Il bacio), ma anche nel rigoglio della Natura fra i fiori, i colori che si fondono l’uno nell’altro, la vegetazione nel pieno dello splendore, e ancor più nella scelta di riempire, ogni volta, il quadro fino a scoppiare: la scelta di Klimt rispetto allo spazio scenico è infatti sempre quella di un tutto pieno, come se volesse cantare talmente la vita da renderla claustrofobica. Fino a portarla alla morte: appunto! Quale vegetazione in fiore non è che la premessa della sua corruzione? Quale abbandono all’Eros non è che fuga dall’inevitabile (e al contempo, ci ricordano i francesi, è essa stessa una petite mort)? Quale spazio è utilizzato completamente, senza lasciare un centimetro di tela da decorare ‒ per poter dipingere l’ultima goccia dorata, l’ultima cascata di colori – solo perché la morte incombe e quindi, tutta la superficie che ci è concessa la si deve usare, assaggiare, sfiorare? Più che naturale, allora, festeggiare un anniversario di morte, se è la materia principe modellata – amata, scacciata, sottaciuta, mistificata, ma sempre incombente e presente proprio nel suo contrario, l’eccesso di vita – dalla poetica di questo autore.

Olimpo degli artisti. C’è qualcosa di panico, di pagano in tale poetica; parlare di Olimpo è doppiamente giusto, riguardo a Klimt. Quello cui si accennava riguarda la suite riservata per lui e a uno sparuto mucchietto di altri pittori, che permettono di far andare avanti le mostre come richiamo; e non perché sia “quello dell’Urlo” (Munch): anche il norvegese ha uno stile preciso ma, quel quadro fa da ariete, da sempre, per tutta la sua opera; invece Klimt ha fatto di quello stile preciso, il suo, la cifra di riconoscibilità, nonostante non gli manchino i pezzi da Novanta: non è poco. Poi, a parere personale, ottiene un pochetto di più rispetto alla sua importanza storica reale ed alla profondità di respiro dell’opera; ma giusto un poco, poco di più. E forse, proprio per affogare completamente nella ricerca di cui sopra: la claustrofobia di vita, il connubio sensuale con la mote, quasi come il von Aschenbach di Morte a Venezia.

Vienna, wunderbar! Va anche ricordata l’incredibile scena in cui era immerso nel momento in cui operava: la Vienna di primo Novecento è stato come il Milan stellare, come il Barcellona guardiolesco-Messi(anico), il Real di Gento, l’Ajax di Cruijff: Berg, Schönberg, Webern, Freud (già autoesiliato ma presente), Kraus, KoKoschka, e la Secessione Viennese da cui si sono poi staccati per natural corso delle cose i due talenti Schiele, l’erotomane spigoloso e appunto Klimt, il pittore con quella specie di caftano mitteleuropeo da cui forse, chissà!, faceva uscire tutto quel fiume dorato. E me ne scordo molti, sono certo.

Età dell’oro. Ed eccoci al fiume dorato, eccoci al Klondike immaginario al quale attingeva il nostro festeggiato. Tentiamo le tre Età dell’oro: esso è Medioevo (ed è vero oro, per impreziosire il quadro: viene raffigurata la Madonna, o una scena di S. Francesco: l’opera deve essere certificata anche, per paradosso, da una preziosità reale, oltre che da quella spirituale); esso è Klimt, che fa pure dell’oro una forma di perdizione: innanzitutto – e sotto questo aspetto raccoglie lezioni come quella di Gauguin, che non temette il decorativismo – l’oro e in generale gli sfondi dei suoi quadri hanno qualcosa di decorativo, ornamentale, piatto, monodimensionale: per secoli ciò è stato accostato a un’idea di arredamento, di mancanza di capacità prospettica; riguardo a ciò, io penso che un decorativista consapevole (non un brocco che ad esso non può sfuggire, ovviamente!) sia tuttora portatore di un segno moderno che non rigetta prospettiva o altro; semplicemente, celebra l’immagine nel suo fascino misterioso, nel suo apparire (ben diverso dall’apparenza). La pioggia dorata in Danae (d’accordo; fermiamoci tutti un attimo e godiamoci il link con la pratica sessuale. E trattandosi di Klimt, chissà che non sia stata la sua intenzione!) è interstellare e carnale al contempo: è Cosmo che si riavvicina all’essere umano, e l’essere umano stesso nel suo nascere. Veniamo ad una terza età: quella di oggi in cui, per rendere un’opera degna di un acquisto milionario, la si produce con materiale milionario: altro che oro!, come tanti sanno, il teschio di Hirst, uno dei capofila a livello di notorietà della nostra epoca, è composto da diamanti. Il valore del materiale sorpassa d’un balzo quello artistico, come a dire: l’arte d’oggi è questo; non si tratta neanche più di qualcosa di concettuale, se non nell’ectoplasmatico concetto secondo cui, appunto, i diamanti rendono il teschio un desiderio appetibile solo per qualche sultano. Si impreziosisce come nel Medioevo? Ma allora era questione di religione! Mi si potrebbe ribattere: vuoi forse affermare che i soldi, il potere, non lo siano? E qui mi arrendo. Ma non nel festeggiare, attraverso questi spunti, la morte di Klimt, sua ultima (e originaria) amante. (Lu Po)


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