I tempi di Mann

Cinema

Blackhat, «cappello nero»; ma una vocina sussurrava che volesse dire qualcosa d’inerente agli hackers, e che non volevo nemmeno sapere, volevo solo esser certo che «hat» significasse «cappello» come mi pareva dai tempi di Joe Cocker – invece è apparso il termine sul video, per intero, e ho scoperto che sta per: hacker malintenzionato. Avrei preferito essere perculeggiato dai nativi digitali, o dai tardivi ma aggiornati, perché credo che essere ridicoli di fronte a qualcuno sia una funzione sociale fondamentale. Ma tant’è; una nozione in più. Perché vederlo? Perché è di Michael Mann, regista concreto, d’azione, virtuoso negli inseguimenti, nell’epica delle armi da fuoco, eppure capace di coniugare la velocità peculiare all’action  con il tempo sospeso dei sentimenti; tempo sospeso tanto più per i suoi protagonisti, sempre in fuga, in bilico, coi minuti contati: c’è solo un istante per quella determinante telefonata, per un saluto da fuggitivo all’amata, per regolare i conti con un nemico, o con l’ex moglie, o stare dietro alla figlia suicida. Mann, un duro che riesce a far reagire i suoi attori a moti dell’anima che fuoriescono, non controllati, anche mentre tentano il tutto per tutto, o di salvarsi la vita. In Blackhat, non fra i suoi film migliori, a un certo punto la protagonista femminile Wei Tang ha una smorfia di dolore sulle labbra  nel poco tempo consentito a esprimerlo, e le accavalla come a voler serrarne l’esplosione: qui ritrovo l’arte di Mann – e certo, ogni corsa a perdifiato così come ogni attesa sfiancante prima dell’azione ne confermano le doti narrative, ma questo si sapeva già dai tempi di Miami Vice (la serie). Per il resto, un male informato d’informatica quale sono guarda Blackhat lasciandosi alle spalle molti misteri, come se un incompetente totale di calcio tentasse di seguire un film il cui copione è pieno zeppo di parole come tackle, fuorigioco, corner, difesa a tre, a quattro, a otto. E Hemsworth, hacker dal retrogusto etico prima che epico, regge il peso del suo ruolo ma non ho ancora capito se, nonostante sia stato già un James Hunt grintoso, si sia emancipato da Thor e gli altri tizi del freddo Valhalla. A me Mann piace per la visione del mondo; qui è stanco, o incalzato dal mercato, e una sensazione d’eccessiva fretta di concludere la storia congela parzialmente l’epos che gli è congeniale. Però, quella visione spunta, ogni tanto; per sapere cos’è un bite a spirale, ho tutto il tempo, che sia sospeso o no. (Lu po)

Carissimi, avrete notato che la firma di questo articolo non appartiene né a Karim né a Paolo: il suo autore, come ovvio, non si chiama Lu po ma ha insistito perché così venisse conosciuto e riconosciuto da voi, amici e -speriamo- futuri fedelissimi di questo sito, e quando gli abbiamo chiesto di mandarci due righe per presentarsi, quello che leggete è ciò che abbiamo ricevuto.

“Lu po, essere umano di più passioni; ne indaga le stagioni accanto ad un dirupo”.

Insomma, in altre parole: valutate voi.
Noi siamo molto contenti: non delle due righe, evidentemente, come esserlo?, ma del fatto che Lu po abbia firmato questo contratto che lo lega in maniera imprescindibile ed esclusiva a Dirt (non è vero: per chi volesse seguirlo fuori da queste pagine, lo trovate nel suo blog).

Miami Vice HD DVD

Price: EUR 14,90

3.6 su 5 stelle

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