Sulle affinità tra il compagno Verdini e noi

Storia e attualità

Denis Verdini lascia Forza italia per andare a sostenere in Senato il PD di Matteo Renzi con un manipolo di fedelissimi. Finalmente una buona notizia. Vediamo perché abbiamo di che essere felici, noi “dem”.

Denis Verdini – il compagno Denis, d’ora in poi – non è persona sobria e ponderata. Esondante, piuttosto. Di indole popolare e fracassona, ha uno stile linguacciuto e reticente al tempo stesso. Porta con guasconeria e sfrontatezza lo scettro del potere che conta. Doti apprezzabili innanzi tutto dalla numerosa schiera dei capi e capetti neorenziani, che amano far mostra di sé ma – ahiloro – sono entrati come parvenu nel gotha di “chi comanda”, essendo antipolitici, antiestetici, antistorici e via dicendo. Tutto un “anti” dal quale il nostro è alieno, e può dunque essere prezioso maestro per queste “nuove” generazioni. È storico, politico e estetico, il compagno Denis. Ha un cursus honorum di tutto rispetto, infatti. Consultare, per credere, la pagina a lui dedicata da “Wikipedia”. C’è di tutto: dai primi vagiti politici nel Partito Repubblicano al florilegio di accuse di bancarotta fraudolenta e truffa; dai numerosi rinvii a giudizio fino al coinvolgimento nelle indagini della cosiddetta P3 – fiore all’occhiello mirabile e profumatissimo, questo, legame e rimando nostalgico a ben altra stagione, mai abbastanza rimpianta, quella della P2 e della prima repubblica, quando chi comandava magari rubava alla grande, e con mucho gusto, ma faceva politica da stature mai più riscontrate durante le ere successive.

Ma non è solo didattico, il contributo del compagno Denis. La sua mossa ha avuto il pregio di suscitare scandalo nelle vestali della purezza e della superiorità morale della sinistra teorizzate da Enrico Berlinguer. E questa è un’ottima notizia. Le vestali che si sono impossessate del corpo di Sant’Enrico, sigillandolo in una teca piena d’ambra. E su questa teca, in perenne ostensione, si consuma il laico omaggio quotidiano alla reliquia del santo da parte di orde di fedeli: baci su baci, continuati, strazianti, appassionati, financo lussuriosi. Strati e strati di saliva ad essiccare, in una citazione perenne, morbosa e ossessiva di frasi, frasette e motti pronunciati in vita dal Santo, o a lui attribuiti da una letteratura apocrifa in continuo sviluppo specie sui social. Credendoci davvero, in questa superiorità morale, e obliando – ma i più ignorando, perché tanto studiare non serve – il cul-de-sac tremendo in cui Sant’Enrico ha infilato la sinistra per i decenni successivi alla sua morte, con ‘sta cazzata della superiorità; o glissando su’ suoi macroscopici errori nel leggere i mutamenti della società, come quando si fece crocifiggere (anche se coerentemente, ché la santità o passa dal martirio o non è ) sui cancelli di Mirafiori da 40.000 lavoratori incazzati che si erano rotti i coglioni di scioperare, decretando de facto la fine del comunismo italiano con largo anticipo sulla caduta della cortina di ferro.

La questione morale è la pesante eredità che il berlinguerismo ha dato alla sinistra, un gravame che ne ha negativamente quanto decisamente condizionato il percorso. E il provincialismo che, rispetto a questa, tutta la sinistra ha esercitato e pagato nei decenni della beatificazione. Un provincialismo che stava nel camuffamento, nel nascondimento tanto gattopardesco quanto goffo che ha portato la dirigenza Ds-Pds-Pd tutta a rivendicare al proprio interno ciò che negava all’esterno, per non dispiacere “la nostra gggiente” alla quale aveva promessa fedeltà assoluta ai princìpi del Santo onde poter perdurare nel potere – ma il potere, si sa, necessita dell’intrallazzo, del machiavellismo, dello schizzo di fango sulla candida veste. Un chiudersi in una retrovia, malgrado l’abuso di un lessico post-moderno sempre più fiacco, sino a che le contraddizioni sono emerse in una luce accecante: la sinistra non è geneticamente più onesta della destra, e nemmeno i suoi dirigenti. E allora buttiamola via, ‘sta zavorra. Una volta per tutte. Aiutaci tu, compagno Denis! Facci emancipare, mostrandoti come uno di noi, unendoti a noi in un gioioso amplesso esibito, dimostrati consustanziale, con sfrontatezza, senza paura, senza reticenze, senza distinguo penosi e pelosi.

Ora e subito. Tanto più che la regola ‘extra ecclesiam nulla salus’ non vale più, in quanto la chiesa dell’ideologia, dei militanti severi, della Weltanschauung mobilitante si è dissolta in un indefinito ‘spazio politico’. Tutti esuli, siamo; tutti impegnati in una perenne diaspora, a prescindere dalla tessera che uno può avere o meno in tasca, e che al limite ti dà diritto ad uno sconto al padiglione Eataly di Expò. E allora, vaffanculo! Buttarsi alle spalle questi tossici retaggi. Basta coi settarismi, con le ortodossie, con le rivalse, con gli spiriti d’apparato. Chiudere i tribunali giudicanti, proibire gli aut aut – unica concessione: qualche forca caudina, ma per burla. Arriviamo leggeri a questo tornante della storia. A me piace così, e se sbaglio è lo stesso, perché questo dolore è amore per te, mio burbero vegliardo dalla candida chioma leonina.

Ce n’est qu’un début: se tanto ci dà tanto, ci attendono giorni esaltanti.

P:S: Che poi, a voler proprio andare a percorrere il corridoio coi ritratti polverosi degli avi appesi alle pareti, questa storia del soccorso Verdiniano richiama alla mente un gigante, il più bravo, il più lucido, il più pragmatico dei leader. Il migliore. Palmiro Togliatti. L’unico ritratto che meriterebbe di essere spolverato e messo in salotto, altro che. “The best”, che quando arriva a Napoli nel ’44, mica mette el pueblo unido communist in marcia verso Brindisi per fucilare il re e instaurare la repubblica dei soviet, come vorrebbero i massimalisti di allora; no, prepara il PCI a entrare nel governo Badoglio. Senza paura, espone tale linea nel discorso della “Svolta di Salerno”. Ripresa poi nel primo congresso dopo la guerra, in cui il migliore dispiega tutta la sua potenza sistemica e pragmatica. Compagni, è tutto. Per la rivoluzione, vi faremo sapere. Ite, missa est. Ah, la doppiezza togliattiana. (Tony Grisaglia)

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