Benigni, la coerenza e i due soliti fronti contrapposti

Storia e attualità

All’incirca una decina di giorni fa, su una rivista di pregio (il mio blog, che se fosse un divano non lo frequenterebbero neanche gli acari), mi sono scagliato sull’equivocità dell’arte civile. Spesso pesante, eppure passa indenne ostacoli e ostacoli di critiche come fosse un’ondulante piuma, grazie alla battaglia che si trascina dietro; quasi sempre retorica, pelosa, ma come avventarsi contro – creiamo un esempio ad hoc – uno spettacolo teatrale che denuncia la violenza sulle donne?! La scissione fra estetica e pregnanza del tema viene relegata a qualche critico e a qualche cinico. Difficile far passare come necessaria questa scissione, che necessaria è e dovrebbe essere, senza diventare a nostra volta retorici, rimanendo attaccati a un senso della misura.
Bene. Avevo nominato esempi per me meritori (in cui la misura non sta nel giudizio dato, ma nell’artista che sa da solo che, se vuole parlare di qualcosa di importante attraverso un’espressione artistica, non può liquidare il veicolo che ha scelto! Troppo banale se cito Dylan o Elio Petri?!). Avevo scritto di esempi che, per quanto approfondiscano un argomento e lo facciano con capacità affabulatoria, non riescono a non lasciarmi in bocca un sapore, quello cioè d’assistere a qualcosa per cui c’è una premessa tacita ma chiara: noi, Quelli che… si sta dalla parte del giusto; che ragioniamo e facciamo ragionare ma sapendoci anche divertire; tutto troppo razionale e basta, insomma. Un simbolo di tale predisposizione è a mio parere Vajont di Paolini. Si può non essere d’accordo, claro.
E i cattivoni di turno? Quelli che schiaffano addosso una melassa insopportabile, che rendono un cattivo servizio alla stessa battaglia in cui credono, che pur non volendolo attirano sul tema delicato un’antipatia emotiva che, alla fine, fa scattare nel cervello frasi come: «Ma A ME, alla fine, che STRACAZZO ME NE FREGA delle foche ammazzate in Canada?!». Lo ritengo un topos, quello delle fochine: con quegli occhietti teneri, dolci, che ispirerebbero una carezza sincera anche a Keyser Söze. Beh, l’exemplum perfetto al riguardo ce l’ha da tempo fornito la politica che, fin quando non ne verrà ufficializzata la natura spettacolare, non può essere accolta fra le espressioni artistiche (ma ditemi voi se non è, di fatto, già così). Mi riferisco naturalmente a Laura Boldrini, capace di azzerare qualsiasi sforzo in direzione di una maggior comprensione del fenomeno dei Rom, degli emigranti, degli islamici, del femminicidio: una sua dichiarazione e, per un attimo, stai dalla parte del razzista. Solo un attimo che ti sfiora; poi ti ricordi d’essere civile e civilizzato, o magari davvero lo sei, però una folata dell’altro side of the road ti è arrivato.
Ma veniamo al punto: il dito l’avevo puntato in particolare su Benigni, e non tanto perché simboleggi quanto ci sia di peggio in merito all’arte civile, quanto perché Benigni è stato quello di Berlinguer ti voglio bene (un capolavoro), capace infine di conquistare anche l’America; quello smutandatore, quello irriverente: oggi, chiunque può dire qualsiasi cosa, ma lui l’ha fatto – anche col Papa – quando era un po’ meno scontato. Insomma, che delusione! La Costituzione più bella del mondo, uno slogan che fa l’effetto in bocca di una gomma immasticabile, ancor più se ripetuto come un mantra dal toscanaccio per eccellenza; bella, sì, ma un poco inattuale, rispetto ad alcuni temi; lo si potrà affermare?! Bella, ma perché scritta con una certa dose di lungimiranza; non, per dogma.
E pochi giorni dopo, la dichiarazione dopo la quale sono apparsi su Facebook immagini come quella di “Johnny Lecchino” e sono stati lanciati improperi da qualsiasi parte (anche da Fo, adesso filogrillino a macchia di leopardo: mi ricordo quando dichiarò che la vera Sinistra era Di Pietro; insomma, non sempre un Nobel è un politologo, orsù): Sì, è la Costituzione più bella del mondo, ma si può cambiare; può essere attualizzata. Un ritocco estetico, visto che è di bellezza, che si parla! Ecco che allora, a me, tutto questo scagliarsi per l’incoerenza, non va bene- nonostante pensi di Benigni ciò che ho scritto qui e nel mio blogghettino Messiafriendly.
Infatti ho cliccato il like sulle prese per i fondelli facebookkare. Però, attraverso Benigni, vorrei soffermarmi su un concetto: non capisco perché la coerenza sia un valore assoluto e non contestuale. Non capisco perché non si possa cambiare idea; perché si tenga, spesso, in modo morboso alla incontaminabilità del nostro pensiero, come fosse una difesa, un bastione rispetto al nostro Io più profondo; a me, solo l’idea di non accettare d’essere influenzabili per natura, mi fa schiantare dal ridere. In più, quale valore intrinseco rappresenterebbe, il fatto che il nostro pensiero debba rimanere puro (cioè, pensare che sia così, poiché realmente non è possibile)?! C’è qualcosa di hitleriano, in un concetto del genere. Il bagaglio di pensieri che ci portiamo dietro non dev’essere, credo, né uno specchio in cui ogni giorno riconoscersi e perciò rassicurarsi, né una perversione egotica, né una coperta di Linus. Se non è fluido, non è pensiero. Ciò non giustifica qualsiasi virata folle; semplicemente, è la coerenza che si deve appaiare al pensiero e non, il contrario. Altrimenti i risultati sono due: o si nutre un pensiero a cui non si crede più davvero, ma sta lì come un feticcio perché si vuole restare dogmaticamente coerenti; o si rimodella il pensiero in modo incoerente laddove la coerenza ha un senso, laddove avrebbe dovuto seguire il pensiero.
Per me è proprio su questo secondo risultato possibile che inciampa Benigni il quale, perciò, un po’ li merita, i pomodori che gli stanno lanciando – ma per questo, non perché bisogna rimanere coerenti; può cambiare idea, ne ha come minimo il diritto. Perché se sa (e lo ha sempre saputo, perché è un’intelligenza fine travestita da pagliaccio che ha deciso, dopo aver conquistato il mondo, di diventare cantore ufficiale dell’Italia, per divulgare: il che, ci può anche stare) che la nostra è una bella Costituzione ma ha bisogno di essere rinfrescata un pochetto, lo poteva affermare anche quando era Berlusconi, a volerlo fare. Vi tremano i polsi, al solo pensiero?! Beh, a me tremano anche adesso che ci sta provando Renzi. Lo poteva comunque affermare aggiungendo che ci vogliono le mani delicate, per farlo. Perché bella o non bella che sia, la Costituzione è sicuramente delicata, e bisogna saperla maneggiare. Di certo, non si può decidere per dogma che debbano avere un determinato colore, le mani giuste! Ecco un definitivo pur se implicito monito che scaturisce dal cattivo servizio di Benigni: sottolineare che la mezza Italia che stava contro Berlusconi è composta da coglioni (cit. Berlusconi, appunto!), tanto quanto lo era l’altra mezza perché stava con Berlusconi.
Benigni, faccio finta di poterti parlare: hai cantato Dante, che ha vissuto fra guelfi e ghibellini; se volevi adoperarti per una vera arte civile, dovevi gridare a tutti noi che ancora siamo lì, a dedicarci a stare da una parte o dall’altra – così come si vuole proteggere il nostro pensiero, piuttosto che arricchirlo, anche con un po’ d’incoerenza – invece di provare a capire quale sia la direzione da prendere per tutti, guelfi e ghibellini, berlusconiani e antiberlusconiani, renziani o antirenziani. E magari, smutandare la Bignardi col suo diktat estetico su Rai Tre! (Lu Po)

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