ASTRAZIONI CHE MUOVONO IL MONDO: L’ IDOLATRIA

Storia e attualità

Ogni astrazione è un piccolo universo, anche quando è inutile e leziosa (come si pensa sia sempre): nel peggiore dei casi, rappresenta una rondella del meccanismo personale o comunitario che la fa girare, cigolando. La Patria di destra e la lib(b)ertà di sinistra: buffonate, luoghi comuni reali solo nei fatti, nei risultati, per spicchi di storia irrisori; astrazioni. Pure, continuano a servire fedeli l’Immaginario dell’una e dell’altra.
Per il resto, come il dubbio in Hegel può portare all’abisso, alla disperazione senza ritorno, così come rimanere invece dritto nel recinto del raziocinio e convogliare alla soluzione, l’astrazione andrebbe suddivisa secondo lo stesso schema: l’esempio appena trascritto, gran parte delle parole e delle convinzioni-feticcio che popolano le bocche degli esseri umani – per lo più confinanti con la psicologia spicciola, la sociologia, l’economia, il calcio e seguitate voi – risulta un’astrazione nel senso classico: qualcosa di così genericamente giusto che, messo a bagnomaria nelle torbide acque della realtà, perde consistenza; e non la sua supposta giustezza (fa brutto perdere la pazienza: NOI SIAMO pacifisti. Giusto, no?!), ma l’applicabilità effettiva di quella giustezza (Cosa hai detto di mia sorella? Io ti spacco la faccia, parola di pacifista!). Wittgenstein, sul piano del linguaggio, ha infatti usato l’immagine delle parole che aderiscono o meno alla pelle delle persone, o che scivolano come un’acquetta innocua che evapora al primo sole primaverile.
Poi, c’è l’astrazione che così si chiama semplicemente perché è il riflesso indiretto di qualcosa di decisamente concreto: non solo, dunque, non teme le spume della realtà, ma in essa – da un vero e proprio Bronx della realtà – affonda le radici, per poi farsi aerea e diventare fintamente astratta. Prendiamo una persona in crisi: farà o non farà un salto verso un rinnovamento? Il solo proporlo – da amico, da psicologo, da confidente avventizio – rende retorico il concetto ed è infatti questo, il problema comunicativo dell’astrazione come realtà indiretta e sublimata: nominarla la rende simile alla sua versione floscia e inconsistente, proprio perché vive nella sua applicazione reale, non nelle parole con cui la si afferma.
Questo misunderstanding, oltre a far perculeggiare l’accolita di retorici (presente!) che cercano di capire the right thing in base a una crisi, a un problema, a un malinteso, crea confusione col primo tipo di astrazione e fa sì che elementi fondanti della nostra società, se reali ma solo indirettamente, vengano continuamente squalificati da altri elementi che hanno la fortuna di evocare in modo diretto qualcosa di pesante, concreto: il petrolio (Ma che missione di pace, è che lì c’è il petrolio!), il dominio strategico di una regione, e così via. Chiaro, sono verità; ma senza l’avallamento filosofico dell’astrazione reale, che spesso ha il potere segreto di veicolare le masse per velare il vero scopo di un’azione (come appunto il petrolio), non si può arrivare a capire il problema nella sua complessità.
Allora pensiamo all’idolatria. Ma come, ormai esiste l’iCulo, l’iTalpa muschiata, l’iRibes, poi s’è appena detto che i motivi veri sono sempre legati al potere, o alla decadenza di un mondo e all’energia e al progresso di un altro, e tiriamo fuori l’idolatria?! Sì, perché la leva, se si gratta sotto i primi strati, ha sempre a che fare con l’unione fra i celebri e biechi motivi del dominio l’uno sull’altro, con un collante emotivo comune. Puoi spiegare a un islamico afghano, povero, che gli USA non devono riuscire a stare troppo vicini alla Russia e alla Cina? A un kurdo, che difende i bastioni dell’Occidente ma forse sarà spiaccicato dalla Turchia, primo geograficamente fra i suddetti bastioni? A un texano proletario, che serve costruire basi nella parte filoamericana dell’Ucraina e che l’esportazione di democrazia non c’entra nulla?
Lo so, la generalizzazione mi ha fatto creare nuove e tragiche forme di casalinghe di Voghera; ma corrispondono a persone e casistiche reali. E in tutti questi casi – la maggioranza – è l’astrazione a rispondere prontamente. E i potenti (versione deluxe della casalinga o del texano!) chissà se capiscono, che non è solo un collante, ma un vero e proprio movente tanto quanto il petrolio, il dominio della regione, etc: perché all’inizio, tutto parte da un’antipatia, da un disaccordo – nulla più – proprio come l’essere idolatri oppure no: Pareyson scrisse giustamente che la Storia ha avuto inizio con un omicidio fratricida, quello cioè di Caino nei confronti di Abele. Si legga la Bibbia: perché è accaduto? Perché Dio – il Dio suggestivo e incazzoso dell’Antico Testamento – fa i complimenti ad Abele per il sacrificio imbastito in Suo onore, se non sbaglio a base di capretti e altri animali; e non li fa a Caino, che aveva invece offerto il frutto dei suoi campi coltivati.
L’astrazione reale è allora sia collante per l’Immaginario, sia vera e propria miccia atavica che porta a voler dominare o (ab)battere qualcuno, perché quel qualcuno non è d’accordo con te, o ha solleticato l’invidia, la paura; qualsiasi altra forma (astratta!) dei sentimenti che fa perdere il senno. Non a caso molta della filosofia antica – i greci prima di Tsipras; abbastanza più interessanti di Tsipras – si è scervellata per il dominio della ragione sul Tymos: l’impeto, lo scatto, l’umoralità aggressiva.
Ecco che per la comprensione di un nodo che ci tiriamo dietro da millenni e in senso più squisitamente istituzionale da meno di cento anni, quello fra Palestina e Israele – all’interno di una visione decadente dell’Occidente e il nuovo appeal dell’Islam – una grossa percentuale va assegnata all’idolatria.

Il Cattolicesimo, il Protestantesimo (l’Occidente: noi) sono idolatri; e infatti, il culto e la cultura dell’immagine è una nostra creatura. L’Islam e l’Ebraismo no: perciò – certo, anche per guadagnarci denaro e finanziarsi – l’Isis sta distruggendo i simboli, le immagini architettoniche di un passato storico comune; così come l’Ebraismo, cioè Israele, è sì Occidente e detta buona parte dell’agenda americana (nonostante Obama, che vorrebbe un controbilanciamento maggiore, credo), ma è un’altra cosa; è la schiena dritta delle regole ferree, come per i credenti musulmani, ma anche la comprensione del progresso e la difesa cinica di qualcosa di conquistato politicamente dopo duemila anni; non si colloca né qui da noi, né presso l’Islam, nominato in qualsiasi sua declinazione (e anch’esso è a un bivio: molti europei cercano nuova purezza facendosi combattenti islamici, ma allo stesso tempo molti musulmani abbienti hanno almeno cento scarpe Ferragamo, a casa loro).
Per capire a fondo il nodo centrale della nostra epoca bisogna rifarsi a un’astrazione come l’idolatria, a uno di quei concetti che vengono liquidati col più svogliato dei «Sì sì, bella l’arte, e lo so che dovrei riflettere sulle mie intemperanze, ma poi vedrai che tutti, quando c’è da guadagnare, si fanno vivi, sennò nisba! Basta con le cazzate sulle filosofiette e guardarsi l’anima! In fondo, i soldi, chi li porta a casa?!». (Lu Po)

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response