Amori in soffitta: la scoperta di Harvest

Musica

Mio padre mi guardò. Stavo rovistando in soffitta, senza dover per forza cercare qualcosa in particolare.
“Rimetti a posto, quando hai fatto”.
Scoprii un telo polveroso; acari nelle mie narici.
“Cos’è questo?”, mormorai tossendo… Poi un sorriso sulle mie labbra.
“È un vecchio stereo, e se hai tempo possiamo pure cercare i vecchi dischi, a patto che non li abbia lasciati su dalla nonna”.
Io e mio padre ci demmo da fare, tentando di disseppellire da una montagna di cartoni e scatoloni un contenitore in pelle, il cui contenuto doveva essere indubbiamente inestimabile per il mio vecchio.
“Mmm, Led Zeppelin, Mountain, ZZ Top -questo è valido!-, Zappa, Blue Cheer -dovrebbe valere, non ricordavo di averlo…-, Doors, Baglioni… Baglioni?!”, e così via continuò mio padre, passando in rassegna i vecchi vinili con le sue dita tozze.
Poi me ne porse uno, con una copertina ruvida, ma non invecchiata, dai colori vintage ed eleganti; una spiga di grano, un sole rosso, poi una scritta: NEIL YOUNG.
“Ecco…”; i suoi occhi s’illuminarono, e così anche i miei.

Spiegare, a distanza di così tanto tempo, quanto possa essere stato importante per me il primo ascolto di questo capolavoro dei ’70 è totalmente vano; dietro a quest’esperienza primordiale, quasi mistica, nel vedere un ipnotico disco nero che gira su di un piatto, ho realizzato quello che può significare la musica per tutti noi, per gli appassionati, per la gente comune, e per gli artisti stessi.
La magia della prima volta ti fa comprendere perfettamente il motivo per cui un fricchettone canadese si riunisca con degli amici per registrare il disco più importante della sua carriera, e forse del decennio in cui venne dato alle stampe, regalando anima e corpo (letteralmente, dato che durante le registrazioni Young perseguitato da una terribile forma di scoliosi) alla causa, donando pura poesia folk ad intere generazioni a venire, ed ispirando le vocazioni di decine di artisti a posteriori.

Le origini del disco sono quantomai traviate: Young è reduce dai primissimi successi da solista, come l’illuminato After the Gold Rush del 1970, in seguito alla dipartita dal celeberrimo super gruppo Crosby, Stills, Nash e, appunto, Young. Di nome e di fatto: è giovane, è un valente musicista, ha una fama che lo precede e tutto sembra andare per il verso giusto, ottenendo i consensi di critica e, soprattutto, pubblico.
Ma il nostro non era allora il cantore delle generazioni, nè tantomeno il vecchio saggio e guru del rock’n’roll che impariamo a conoscere tutt’oggi: Young è (e si fa fatica a crederlo) un uomo, anzitutto, e come tutti gli esseri umani sbaglia ed ha i suoi grossi difetti.
Principalmente, il suo talento lo ha allontanato troppo presto da casa, ed il suo rapporto con i genitori (in specie con il padre) non è dei più idilliaci.
E poi, i tour… quei tour che non vogliono saperne di finire. Un giorno sei a Barcellona, il giorno dopo a Parigi e nemmeno il tempo di dormire che ti ritrovi a Pittsburgh; e badate bene, negli anni ’70 era maledettamente difficile sopravvivere ai tour continentali, figuriamoci a quelli mondiali.
Il successo poi, lo divora. Neil è un uomo semplice, che vive la vita di chi è cresciuto nella parte rurale del Canada, quella tutta camicie a quadri e legna. Non può sopportare le serate mondane, i magazine, la tv, quelle fottute americanate.
Semplicemente, non può.
Allora si ritira per un breve periodo, meditando sul da farsi, sul suo futuro, sulla sua famiglia.
La campagna porta consiglio, sempre, ed è il fil Rouge che collega le storie e le sensazioni di Harvest.
Il raccolto, appunto, per Young rappresenta il cogliere i frutti della sua esistenza, e tradurli in musica.
M’immagino la scena: tramonto, Neil è seduto fuori, sulla sua sedia a dondolo, ed ammira i campi di grano. Si porta sempre dietro la chitarra, Neil, la sua compagna, la sua amica alla quale confida i segreti più profondi.
Si sta accendendo un sigaro, o magari una canna, e sta ripensando a suo padre: così nasce Old Man, pezzo simbolo della discografia del cantautore di Toronto.
“Vecchio mio, guarda la mia vita: io sono come tu eri un tempo”.
D’altronde siamo tutti uomini, ci ripetiamo a vicenda nelle vicissitudini e nelle fasi che scandiscono il ritmo inesorabile della nostra esistenza, tra alti e bassi.

Harvest è un successo senza pari, eppure Young non sembra aver trovato la panacea per il suo male: il periodo post disco è un calvario.

Ho visto l’ago e il danno fatto
Un po’ di questo è in ognuno
Ma ogni tossico è come un sole che tramonta

The Needle and the Damage Done

Neil soffre. Si separa dalla compagna dopo aver avuto il primogenito, soffre come un cane. Il fisico già non regge, i problemi alla schiena lo tormentano come un giocatore di football, ma trova sempre il pretesto per rialzarsi, sebbene non sia per forza quello giusto. Ma ce l’ha insegnato lui, il magnifico menestrello, gli uomini sbagliano.
I concerti vanno uno schifo, l’etichetta si attacca al collo ed alle royalties del canadese per spremerlo come un limone, fino all’ultimo centesimo: mette alle stampe “Time Fades Away”, disco dal vivo, senza però il consenso di Young stesso che, a distanza di decenni, descriverà quel disco come il ritratto della sua rovina.
Il colpo di grazia che fa cadere Young nel baratro della depressione è la morte per overdose dei compari Bruce Barry e Danny Whitten, ed i sensi di colpa per il cantautore si moltiplicano a dismisura.
Non è un caso che i fan ed in generale i critici si riferiscano al periodo post Harvest come agli anni della Trilogia Oscura: niente di Tolkeniano, bensì tre LP (Tonight’s The Night, On The Beach ed il sopracitato Time Fades Away) che effettivamente provano il periodo non semplice per il rocker di Toronto, caratterizzati da un sound crepuscolare, alle volte pure irritante ed approssimativo, e che solo a distanza di anni verrà compreso come conseguenza del suo dolore.
La rinascita è però alle porte, ed il resto è storia: nel ’74 recluta a giro per il Nuovo Continente abili musicisti e forma la sua backing band, i mitici Crazy Horse, e solo l’anno seguente pubblica con loro il seminale Zuma, jam psichedelica ed apice creativo e compositivo del Nostro (chi non ha mai ascoltato Cortez The Killer lo faccia immediatamente…).

Concludendo…
Harvest è uno di quei dischi bigger than life, una di quelle opere che ti riconciliano con la volontà di apprezzare la musica non come tramite per esprimere un determinato concetto sociologico, politico o religioso, non per mettere in mostra le velleità estetiche del personaggio-artista, ma per esaltare le virtù dell’uomo, dell’artista-artigiano, che crea musica, che costruisce emozioni.

Harvest è il disco che tutti dovrebbero avere in soffitta, sempre pronto ad essere rispolverato, con lo stupore della prima volta e la luce negli occhi di un ragazzino. (Tommaso Bonaiuti)

Harvest

Price: EUR 5,29

4.6 su 5 stelle

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