Aldo Bianzino: morire in carcere in 48 ore

Storia e attualità

Il 14 ottobre 2007 il falegname quarantaquattrenne Aldo Bianzino viene trovato morto nella cella di isolamento del carcere Capanne di Perugia.
Era stato arrestato due giorni prima nella sua casa di Pietralunga, sita nella campagna di Città di Castello, per coltivazione e detenzione di canapa indiana.
Dopo il trasferimento nella casa circondariale della città umbra, dove, per legge, deve restare in isolamento fino a lunedì 15 ottobre (quando incontrerà il giudice titolare dell’inchiesta), il legale d’ufficio incontra Aldo e riferisce alla moglie di averlo trovato provato psicologicamente ma in buona salute fisica. Meno di 24 ore dopo il suo cuore cessa di battere.
Secondo il direttore del carcere e la polizia penitenziaria la morte di Bianzino è da attribuire ad una crisi cardiaca accidentale e non a cause esterne; sotto richiesta della famiglia viene richiesto un esame autoptico, condotto dal dr. Lalli, noto medico legale. Il suo cadavere presenta chiari segni di lesioni traumatiche: 4 ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, 2 costole fratturate. Da parte del personale carcerario, ovviamente, è stato negato l’uso di violenza nei confronti del detenuto.
Per il tribunale di Perugia, ad 8 anni dal fatto, l’unico colpevole è Gianluca Cantoro, agente della polizia penitenziaria, condannato a 12 mesi di reclusione per omissione di soccorso e omissione d’atti d’ufficio.
Nel ventunesimo secolo si continua a morire massacrati di botte nelle prigioni italiane; Aldo Bianzino è, purtroppo, un altro nome nella lunga lista di decessi “misteriosi” avvenuti tra le mura carcerarie, una storia che ha molti punti in comune con la vicenda analoga di Stefano Cucchi, pur non condividendone l’eco mediatica.
Il caso Bianzino lascia dietro di sé una vita stroncata impunemente ed una famiglia frantumata (la moglie Roberta Radici morirà di tumore nel 2009, dopo due anni di lotta e disperazione), con il solo figlio Rudra a proseguire imperterrito il cammino verso la verità processuale.
Per l’ennesima volta gli organi fondamentali dello Stato italiano hanno fatto i salti mortali pur di non mettere al banco e condannare i responsabili di questo disastro morale ed umano, rimanendo schiavi e complici di un’omertà investigativa e giudiziaria sempreverde nella penisola.
Individuare i colpevoli e rendere pubbliche le dinamiche nefaste che hanno portato al compiersi dell’omicidio sarebbe come togliere il dito dal buco di una diga stracolma, pronta ad esplodere.

 

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