AL TEMPO DELLA CITTÀ DI K.

Letteratura

Recensire ‒ dire bene, male o altro di un libro, di un album ‒ non è che scrivere; come per un testo di filosofia, un saggio di storia: scrivere è scrivere e basta. Una forma in cui ci s’accomoda, o una condanna tal quale alla frusta metaforica che costringeva – parole sue – Truman Capote a riempire pagine. Va da sé che, allora, una recensione possa essere scritta in infiniti modi, anche quelli relativi all’atmosfera che accompagnava il lettore mentre leggeva il libro sul quale avrebbe, un giorno, scritto.

Al tempo in cui leggevo La trilogia della città di K., di Ágota Kristóf, c’erano molti motivi pregressi per cui quel romanzo mi dovesse piacere: la fascinazione per l’Ungheria – quella della grande scherma, o di Sárosi e Puskás, di Darnyi e la Egerszegi, di Liszt: mi ha sempre attratto quella mescolanza fra il selvaggio puro, il barbaro, e il nobile smaccato, intrecciato quest’ultimo a un complesso d’inferiorità verso l’ex compagna d’Impero Austria; e la fertilità politica di una terra in cui possono attecchire sia Mattia Corvino che l’annoiata Asburgicità, un ambiguo rapporto con il nazismo in merito agli ebrei, l’URSS, la ribellione all’URSS, oggi il neo-fascismo –, la bellezza della copertina e quello del nome dell’autrice; e la secchezza del titolo, che condensava in sé quella che avrebbe corrisposto alla lettura: asciuttezza, levigatezza, uno spartito in cui – mi sembrava – il lavoro di cesello sul perfetto equilibrio (non una parola o punteggiatura di più, non una di meno) doveva essere stato snervante e patologico.

La storia dei gemelli Lucas e Klaus (poi, Claus – senza una spiegazione), perentoria come le mie miserelle asserzioni sulla recensione, prodigi che si muovono – unici – a loro agio nello steccato di equilibrio creato dalla loro creatrice, quasi indifferenti alla disciplina ferrea di una lingua che, nel suo mostrarsi così apertamente secca e anaffettiva, dice attraverso la recita del suo contrario la storia autobiografica di un bisogno d’amore negato e rimasto conficcato fra le costole, come spine che possono uscire solo nella forma di quella precisa scelta stilistica. Rarissimo, che un libro composto di brevi e categorici periodi risulti un grande romanzo: si scade nella sentenza, nel lezioso, nel furbetto, come le centinaia di frasi ad effetto che popolano il mondo virtuale, i film da Blockbuster o i libri che devono colpire attraverso un bombardamento di slogan; qui, si fa necessità, si fa l’unica strada percorribile dai gemelli: perché nati per fare ciò che altri non possono fare.

Della trilogia, che lessi già intera, forse il vero testo di caratura eccezionale è il primo, Il grande quaderno; ma una volta dentro, tutto il libro va finito. Ho dovuto terminarlo in una notte, perché il volto magico che formava lo scorrere delle pagine era ipnotizzante, al tempo della città di K.; mi ricordo che era estate, e che eccitato dovetti finire altri due libri – molto belli – in due giorni (Vergogna e Gioventù di Coetzee), perché i gemelli mi avevano vampirizzato. Fidatevi: non lo scrivo per vantarmi, sotto sotto, di quel momento performante: l’incostanza, lo spilluzzico, mesi senza un libro e poi la bulimia, tutte caratteristiche che m’appartengono e fanno di me un lettore senza un grande palmarès; si tratta di trasportare un po’ di quella atmosfera anche attraverso la cronaca degli effetti collaterali del romanzo.

Il bello è che la Kristóf, come se avesse voluto mantenere intatta l’ineffabilità di quel testo, mi ha deluso profondamente quando, entusiasta, ho letto qualche altra sua prova: Ieri (da cui trassero un film) e L’analfabeta – racconto autobiografico (assunse il francese come lingua letteraria, senza mai arrivare a padroneggiarla completamente), più tradizionale stilisticamente il primo e orientato sulla lezione della trilogia il secondo, ma entrambi sempre su quella via dell’asciuttezza, mi fecero invece l’effetto di una lingua troppo povera, prosciugata quindi, più che asciutta. I gemelli Klaus e Lucas, selvaggi e nobili, avevano trattenuto tutto per loro l’equilibrio impossibile della loro autrice. (Lu Po)

Trilogia della città di K.

Price: EUR 9,95

4.5 su 5 stelle

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2 Comments
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  • Pitt
    2 ottobre 2015 at 10:25

    Da notare (spoiler?) che il nome dell’uno e l’anagramma del nome dell’altro.

    Comunque un libro che ho amato molto anche io. Ipnotizzante.

    • Lu Po
      2 ottobre 2015 at 13:26

      Naturally… e poi complica la cosa cambiando la c in k (e la città è K; etc etc!). Rochenrol

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