Musica

Abbey Lincoln, punto esclamativo!

Tema: un giorno qualcuno ti chiederà non cosa pensi dell’amor, ma… Quali sono i canoni che stabiliscono la musica di qualità? o, ancor più generico, Quando si è artisti? Deve trasgredire le regole! Dev’essere maledetto! Deve emozionare, deve vendere, essere onesto, cambiare il mondo… Salutando con simpatia gli assertori delle definizioni definitive, se è pur vero che ci sono alcune direttrici riconoscibili che si incontrano più spesso di altre, i motivi per cui un brano, una voce, un progetto meritano l’ascolto sono  innumerevoli. Non si può, di volta in volta, che aggiungere un aspetto, scaturito proprio da quell’ineffabile annusato nell’aria, e poi sedimentato, dopo l’incontro con quella cosa bella (anche se non la prima) che ha rapito il cor. Prendiamone una: Straight ahead di Abbey Lincoln; nera, severa, cristallina abbazia del canto jazz.

Innanzitutto: l’album è a nome della cantante, ma non ci si deve aspettare qualcosa di simile a una raccolta di Ella Fitzgerald o Sarah Vaughan, passepartout (d’incommensurabile bellezza) anche per chi mal sopporti il genere. Questo è un album di jazz in cui ognuno fa la sua parte, e la voce è uno degli strumenti; non sono gli strumenti ad essere servili alla star. Al massimo, infatti, ci ricordiamo che la Fitzgerald ha viaggiato per un po’ con l’orchestra di Chick Webb, niente più; in Straight ahead, Abbey Lincoln divide lo spazio con protagonisti del calibro di Max Roach, Coleman Hawkins o Eric Dolphy.

Ma, soprattutto, l’impronta è meno spensierata. Chiaro, anche Billie Holiday che canta Strange fruit  non lo è (in fondo, quando canta la Holiday niente è spensierato, stop; così come lo è tutto, al tempo stesso: magia del genio), qui però s’intende il termine in altro senso, poiché questo è un album di denuncia sociale: la Lincoln, Roach – sposati, poi divorziati – e alcuni altri, fanno parte di quella schiera di artisti che in un determinato e determinante momento della storia, hanno rivendicato i diritti degli afroamericani (e Dio, Dio come vorrei poter scrivere negri, senza far pensare che sia un’offesa! Un’offesa è che la parola sia percepita come tale; e francamente me ne infischio se i fratelli stessi s’arroccano sull’idea che soltanto fra loro, si possano chiamare così). Campeggia sopra i titoli il pugno chiuso quale segno di lotta, e alcuni titoli sono eloquenti: When Malindi sings, African lady; o la durezza stessa di In the red, terza traccia che voglio immaginare volutamente ostile – non come Cecil Taylor spiaccicato nelle orecchie, d’emblée, a un fan di Antonacci; ma comunque, ostile – come a dire: se passi indenne da qui, allora ascolta tranquillo.

A proposito del forzoso quesito iniziale, l’aspetto che mi ha colpito maggiormente di Straight ahead è l’adesione totale a questo sentimento ardente di farsi capire, all’unione fra suoni, brani d’eccezionale qualità e l’esigenza di non sfuggire alle proprie convinzioni: Abbey Lincoln canta scandendo le parole, sempre, con chiarezza, severità, dando quasi l’impressione di non modulare apposta il tono senza per questo scadere in una minor resa emotiva: la sua è una voce esclamativa che vuole porre l’esclamativo sulle parole. Oltre a una succulenta versione di Blue Monk, celebre brano dell’omonimo in blue a cui la Lincoln ha donato le parole, proprio sul finale ci si scioglie nella dolcezza di un paio di brani più adatti al repertorio che ci s’aspetta da una cantante jazz. La differenza che rimane intatta, è la percezione di ascoltare un gruppo a tutto tondo, raccoltosi per l’occasione. Ma quei sentimenti, quei Never leave me lasciati via via respirare assieme alla politica, sono lì per dichiarare che la rabbia, la rivendicazione, la forza, originano infine dalla stessa radice con cui si parla e si canta d’amore. (Lu po)

Thelonious Monk Trio

Price: EUR 16,65

4.0 su 5 stelle

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