A Laura Antonelli caduta dalla fama

Cinema

Laura Antonelli: si condensano nel suo corpo, nel volto, nelle virtù d’attrice – superiori alla media di quella classe di scosciate anni ’70, e che la fecero recitare anche per Visconti – un turbinio d’iconicità. Appena morta, come non celebrarla attribuendole più simboli orbitanti attorno al pianeta Icona?! No, quelli sono i coccodrilli, ovvero il momento in cui i giornalisti, per salutare il caro estinto, giocano cinicamente con l’iperbole; per cui, indaghiamo se invece è vera questa ramificazione d’aure – indaco, rosso (rosso aragosta, aggiungerebbe Fantozzi-Villaggio), blu di Prussia… – che rilasciava la figura di una donna, nonostante tutti questi colori emanati, che è morta in solitudine (speriamo, solo mediaticamente).

Innanzitutto, icona sexy o meglio, icona dell’ondata di attrici sexy che hanno marchiato a fuoco la sessualità di più generazioni; insieme alla Lisa Gastoni di Grazie zia – poi ritiratasi da tale tenzone – è lei la prima a far esplodere questo fenomeno, immortalato da Malizia di Samperi nella scena in cui lei, cameriera, sale delle scalettine per pulire meglio un vetro o altro e perciò, fatalmente, far vedere altro: lievito madre di migliaia di altre scene simili, una vera pietra miliare.

Icona poi diversa, per bellezza e sensualità, dalla maggior parte delle altre splendide scosciate: lontanissime sono le chiappe sode e palestrate della Cassini, il biondo Est della Bouchet, la giunonicità pseudosvampita di Carmen Russo; al più, le si possono accostare l’ultima Annamaria Rizzoli e la Fenech più rilassata, un attimo prima che smettesse di spogliarsi; per il corpo naturale, senza paura dei due chiletti di troppo e la pelle non forzata da una disciplina ferrea. Ma l’unica che può starle veramente accanto è la Sandrelli de La chiave: ambedue rubensiane e cioè floride, morbidissime e lattee. Non sono chili di troppo o il sedere che comincia a cadere, infatti; a ben vedere, si tratta di forme rotonde comprese nella loro armonia e nel loro caso non c’è proprio niente, che caschi.

In più, il volto della Antonelli sapeva rapire un segreto al tempo: giovane, aveva già il viso da persona matura, di chi avrebbe potuto interpretare, ventenne, una donna del tutto adulta senza nulla perdere, della bellezza – camuffata per il ruolo – di ventenne; di chi poteva far cortocircuitare l’innocenza con uno sguardo consapevole; poi, quarantenne, ruolo che ha spesso interpretato negli ’80, soprattutto come ricca, annoiata e inquieta moglie in cerca di qualcosa, era cougar o MILF prima che esistessero i termini; quindi, magnifica nonostante l’età. Si è eternata nella mia mente in Rimini Rimini nel ruolo di Noce – che Maurizio Micheli pronuncia alla barese, No(u)ce – quando, insaziabile, gli chiede la carriola, fantomatica posizione con la quale Micheli, riuscendo goffamente nell’impresa, crede di aver compiuto la performance della vita; per vedersi poi soppiantato da un Pappalardo uscito dalle spume del mare come un VeneRambo il quale, veramente, soddisferà l’inquietudine della signora.

In sintesi, una sensualità che sfugge al dominio del tempo, sempre attuale e inattuale insieme. Per paradosso, a partire da questa osservazione, icona tragica di una corsa al mantenimento della bellezza in un momento in cui il ritocco, il botulino, la chirurgia plastica, potevano più facilmente combinare danni – d’altronde tale amaro e ridicolo segno del tempo miete vittime anche nell’era dell’iperprofessionalità, basta pensare alla capacità espressiva di un divano in pelle della Kidman o ai nuovi mostri come il molto inquietante Scialpi di oggi –, che paga per tutte e tutti gli altri come un Cristo che debba espiare la voglia di fermare il tempo della nostra epoca, diventando il primo caso celebre di sfregiata da una tendenza che, da trent’anni a questa parte, ha investito come un treno di silicone la nozione stessa di bellezza. Paparazzata con la pelle rovinata, probabilmente si è dimenata un po’, non lo ricordo bene, trascinando agli occhi del mondo il proprio caso; ma qualsiasi bestiario della D’Urso e simili vedrebbe solo con tenerezza, oggi, la signorilità con cui Laura Antonelli ha lasciato spengere i riflettori attorno a sé, dopo aver perso in un colpo solo l’arma letale di una carriera.

Perciò, icona infine di quel cammino verso la pista degli elefanti artistici che, per un motivo o per un altro, vanno verso il loro destino senza più un applauso e, questo, nonostante la legge Bacchelli, che dovrebbe tutelare chi ha scolpito lunghe lastre di bellezza sul duro corpo dell’Italia; emblematica ma retoricamente corteggiata è stata Alda Merini, perché se ne raccogliesse come da un limone che andava spremuto fino all’ultima stilla ogni frase poetica che evocasse la pazzia, per regalare ai media l’odore del confine: pornografia pura. Ben più solo è stato ad esempio Umberto Bindi, autore di poche ma tutte eccezionali canzoni. Si unisce adesso a questa schiera di artisti dimenticati e morti in miseria, o quasi, Laura Antonelli, icona molteplice e marchingegno dello spettacolo saltato in aria all’improvviso, e mai più ricomposto. Ma ci ha fatto tanto bene: personalmente, immaginandola nelle vesti di Noce, le auguro una carriola infinita (naturalmente, con Pappalardo come partner, s’intende). (Lu Po)

Malizia (Dvd)

Price: EUR 23,90

3.5 su 5 stelle

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