Giovani che cadono dall’ Expo

Storia e attualità

Come viene trattata la morte: è il piatto più prelibato, più ricercato alla tavola mediatica, ch’essa sia d’una catena tipo Starbucks come la tv del dolore, di un ristorante come i quotidiani e i talk show di maggior respiro, di una trattoria come i giornali locali e via dicendo. Se adesso tento di analizzare l’uso che si fa di questo prezioso tartufo bianco, non faccio che entrare in tale allegra combriccola.
E quando muore un giovane; e dotato; e in circostanze non chiare, allora si ha davanti un tartufo bianco di svariati chili. Bisogna informare, niente da dire; la delicatezza con cui maneggiare il tema assume varie forme e sono sicuro che, in fondo, rimanga oltre la prassi e l’abitudine un po’ di partecipazione, mentre si scrive – si mette in tavola – di una cosa del genere. Io mal tollero quello stile di brevi frasi, che creano un facile effetto di pathos sulla scia di Era notte. Era buia e tempestosa. Pioveva e così via, ma è un gusto personale. 

Ne sono morti, ne muoiono; ogni volta sembrano il piatto dell’anno, eppure creano solo un effetto bulimico per un giorno o due e poi, come ogni altra notizia, vengono risucchiati dall’aspirapolvere della mania dell’informazione, la bulimia delle bulimie, il vero problema di obesità (quella mentale) che dovrebbe combattere l’eroina sensibilizzatrice lady Obama, soprattutto oggi che il mondo di cui siamo informati è – anche se la selezione non la facciamo noi utenti – davvero, tutto il mondo; non così era solo vent’anni fa: sfido noi occidentali a non ricordarci della buona vecchia Chernobyl e, altrettanto, a ricordarci della tragedia di Bhopal, avvenuta pochi anni prima; l’India era ancora così lontana!
Oggi è tutto estremamente vicino e quindi, secondo il rovescio che ha ogni brava medaglia, estremamente lontano; la quantità d’informazioni e la modalità, di giorno in giorno, più spettacolarizzata di gestirle, rende quasi tangibile la disgrazia – per un istante siamo tutti parenti di quel povero ragazzo – per poi riadattarci a un ghigno crucciato richiesto dal frame o dall’articolo successivo, in cui si rammenta che il molto onolevole Giappone non si pelita più di tanto quando si tlatta di balene. In sintesi, l’estremamente vicino è l’estremamente lontano, come quando ci si porta un qualsiasi oggetto direttamente davanti agli occhi: si vede solo una macchia, spaventosa o curiosa, che non si può mettere a fuoco; si ha bisogno di qualche centimetro, per averne una visuale almen parziale.

Così accade anche per i giovani che cadono dall’Expo – dall’esposizione della loro sovraesposizione post mortem – che generano, com’è naturale, opinioni e schieramenti (e in fondo, godiamoceli: la bioetica, il conservatorismo o il progressismo rispetto a come non far accadere disgrazie come queste, sono fra i pochi temi che distinguono gli uni dagli altri; per il resto, siamo tutti sotto il giogo di un modello economico che, finché non trova in se stesso il vaccino per disinnescarsi, non possiamo che seguire e subire). Si trova scritto che non bisogna essere ipocriti e che tutti abbiamo fumato e bevuto, a una certa età (tutti, no; però capisco la generalizzazione); o che invece la droga va condannata; o che la colpa è dei genitori. Io non voglio guardare dall’alto tutte le varie posizioni – e anche volendo, non potrei, perché da ora in poi sono uno dei mille che ha parlato dell’argomento – voglio anzi insozzarmi ed essere un altro dei buzzurri che ha lasciato la propria opinione o perché deve, in quanto giornalista, o perché vuole, per i più svariati motivi.
Io voglio, perché il vero tema non è per me parlare dell’ultimo caso o del precedente, ma tentare di analizzare lo schema comunicativo previsto nel caso di un giovane caduto da un albergo mentre visitava l’Expo. 

Prima di tutto, penso che ognuna di quelle posizioni denoti un certo bisogno di autorassicurazione, ovvero: non c’è niente da fare!, la vita è complessa ma il mondo cerca sintesi e perciò, ci vuole un colpevole: dal caso/destino all’alcool e le canne, dai professori, agli amici disattenti, al babbo ed alla mamma. Poi, penso che essendo l’amore non un’astrazione, possano provare dolore per l’accaduto solo le persone direttamente interessate, come la famiglia o gli amici; mentre c’è qualcosa di perverso, nel provare dolore per una morte che non ci riguarda; perché lo si prova, in fin dei conti, per ciò che rappresenta, per la paura cioè del pensiero incarnato dalle parole Potevo essere io: un dolore egoistico. Per questo, da sempre, quando si crea tale meccanismo la mia mente va verso lidi apparentemente lontani: mi si attacca addosso l’odore dell’istinto di sopravvivenza di ogni essere umano, quel tanto che ci rende anche adesso, nonostante tutto, molto più simili a uno sciacallo spelacchiato che alla Mente Collettiva verso la quale, forse, andremo a finire fra duecento anni o più.

La mia opinione perciò – ma sarebbe meglio dire: sensazione – di fronte ad ogni giovane caduto dall’Expo è un po’ di timore verso l’Uomo, per la sua volizione ad appigliarsi a qualcosa, la sua dentatura adatta ad una morsa strettissima, la sua caparbietà terrena, come una specie di rifiuto per una forma non rimasticata di trascendenza. Eppure, è impossibile non impazzire, se ci si mette per bene a pensare a questa e a tutte le altre ingiustizie che il nostro universo offre (mi correggo, dunque: non è solo egoismo, è anche atavica impossibilità di comprendere l’esistenza; il che ci restituisce un po’ d’umanità nobile, grazie alla quale l’arcata dentaria smette, in parte, di digrignare). La postilla che vorrei continuare a concedere a me stesso e alle persone è ricordarsi che si soffre per questo, solo per questo; e a tale questo va aggiunto, al massimo, uno spicchio di spavento per l’assurdo cosmico e il dispiacere, sincero, per una giovane vita spenta; il dolore provato dai diretti interessati – si pensi pure che è ovvio ma, quel che in fondo ho voluto dire, è che non lo è, ovvio, se perdura il sospetto della suddetta sindrome da parentela-stretta-per-la-durata-di-un’ora – è tutt’altra cosa. (Lu Po)

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