23 maggio 1956: Andrea Pazienza, che autore antico

Arti visive

Scrivo ad uno dei miei riveriti editori che vorrei articolare su questo e su quest’altro, che ho una grande idea ed anzi ne ho duecento, o forse duemilaotto, quando ribatte: «Però il 23 sarebbero i 60 anni di Pazienza»; «Ah!», gli rispondo – e guardate che fermarmi se ho un’idea in testa, per quanto completamente gratuita, come di consueto, non è un gioco da ragazzi. Pazienza è uno dei termini che possono riportarmi all’ordine. In fondo, oggi la sua mitologia è stata secolarizzata e posso affermare tranquillamente che è stato veramente un grande autore. Ha narrato un mondo e, narrandolo, lo ha ri-creato; ricreandolo, ne ha creato un altro: questo è il punto per cui, io credo, si è autori a tutti gli effetti; sfrecciando dal particolare (la Bologna anni Settanta, il fenomeno della droga, la sua vita come modello di mille altre e al contempo così unica) all’universale, accompagnandosi ad un’elettricità generata dagli effluvi del momento storico ma soprattutto dallo sfregamento del talento e del genio – non tanto spesso insieme – con l’inquietudine esistenziale, con un particolare fiuto nei confronti dei miasmi del mondo e con un senso dell’Etica, se mi si passa il termine, antico.

Vorrei spendere due parole su un aspetto non molto studiato di “Paz”: uno degli aggettivi che ne circondano l’aura d’artista è proprio antico, a mio parere; ed un motivo, in fondo, sta nel fatto appena descritto di aver narrato qualcosa al quale, tolti gli abiti del periodo in cui lo si è narrato, si può trovare qualcosa di astorico, di universale (oggi è molto più facile capirlo, perché l’abito di quegli anni non esiste più). Lo “Zanna”, e il suo istinto di sopravvivenza schietto e amaro, il né carne né pesce Colasanti (ed è per questo che è il personaggio più bello a vedersi: rappresenta il bello e maledetto, appunto, ma anche marchettaro, con un piede affondato nel termine borghese, risucchiato dal sistema del mercato, con l’altro nel fango della realtà, in mezzo ai suoi compagni di avventure) e Petrilli, con la sua goffaggine in amore e l’ingenua pietas (è infatti il personaggio del trittico con licenza di morire nelle storie). Questi lineamenti psicologici sono tratteggiati dallo stesso Pazienza in un test da lui formulato, per farci capire (ieri come oggi) quale tipo umano siamo: solo le domande poste nel test richiamano i Settanta, ma basta sostituirle con i corrispettivi attuali di ciò che è reputato giusto nell’ambito della Moda, intesa in senso lato: i tre sono cartine tornasole di diversi gradi di conformazione al mondo capitalizzato.

Antico evoca anche molto altro: ad esempio, un’attitudine all’arte pre-industriale. Per capirci, penso che un Pazienza catapultato nel Settecento sarebbe stato ugualmente artista e ciò, non lo si può immaginare di chiunque; c’è una dimensione sacra che traspare fra lui come uomo-autore e la propria pagina, una quasi religiosità stemperata solo dai lampi di genio irriverenti della sua lingua (un dialetto letterario: non è semplicemente il depositarsi della parlata figlia dei Tempi e di un ceto sociale – «Ti proletarizzo la fica» – ma una sua sublimazione poi filtrata dal colino estetico dell’artista). E una latente ma costante necessità civica, da italiano che lavora come autore consapevole  di essere un possibile vettore di comunicazione del proprio paese: perché un fumettista, pur particolare, che si autoannienterà presto, dovrebbe avere in grembo un senso dell’essere italiano? Ma così è: nell’aver contribuito a rendere irresistibile Sandro Pertini anche ai debosciati come lui («Paz! Cazzo fai!» così si autorimprovera Pazienza attraverso il presidente partigiano nel quale vedeva, secondo me, il simbolo del nerbo raro di cui abbisognava un’Italia giusta, non molliccia, non ingobbita su se stessa ma tesa verso lo stesso Umanesimo di cui era stata patria secoli prima), o nell’aver lasciato ogni remora quando il tema era l’eroina: farsi è fantastico, ci ha detto; niente morale retorica. Anche perché non ha avuto remore nemmeno di fronte alla descrizione dell’altra faccia della medaglia, quella cioè inerente alla distruzione psicofisica dell’essere umano.

Pompeo ne è il documento più folgorante; un pezzo di letteratura né più né meno quanto lo è, ad esempio, Il soffiatore di vetro di Benn per la follia controllata, o un racconto come Casa d’altri di Silvio D’Arzo: provate a leggere questo piccolo capolavoro seminascosto e dissotterratene l’essenza, vedrete che condivide lo stesso horror vitae di Pompeo. Innovativo non solo per lo stile del tutto libero – tavole disegnate su fogli a quadretti e poi, all’improvviso, girata la pagina eccolo lì, che campeggia, un saggio delle sue capacità tecniche; il filo del racconto che si regge solo su un rapporto di fiducia con il lettore (che è solo se stesso, un se stesso che è già tutti, credo, mentre produce l’opera) – ma anche perché proprio questa libertà è il senso stesso della dissoluzione illustrata: perdersi completamente, senza più rete, senza possibilità di tornare indietro, dona da un lato uno spettro più ampio del raggio d’azione artistico; dall’altro, è un segnale reale della distruzione in atto dell’autore: c’è un foglio e io lo uso, non voglio sapere altro. Ha i buchi al lato ed è a quadretti? E allora?! Questa è la mia necessità, hic et nunc. Lo stile, come risultato, è della stessa sostanza esistenziale di ciò che descrive. Un classico del nostro tempo da spararsi in vena. (Lu Po)

Gli ultimi giorni di Pompeo

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